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Come attraversare i momenti difficili partendo dal qui e ora

Come attraversare i momenti difficili partendo dal qui e ora

Attraversare i momenti difficili a volte ci sembra semplicemente impossibile. Viviamo in un mondo che sembra chiederci continuamente di scegliere da che parte stare: il bello o il brutto, la luce o l’ombra, la gioia o il dolore. Eppure, la verità più semplice, e insieme più difficile da accogliere, è che nella vita non siamo chiamati a scegliere. Non so nemmeno se siamo chiamati a fare qualcosa, in realtà. Quello che so, è che abbiamo l’opportunità di sperimentare, di abitare, di sentire. Perché in ogni istante, qualunque esso sia, convivono in un intreccio sottile e inseparabile i due lati dell’esistenza: la luce e il buio, la grazia e la fatica, la perdita e la rinascita.

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Non esistono “periodi orrendi” o “tempi fortunati” in senso assoluto. Esiste la vita, con tutto ciò che porta con sé. Ed esistiamo noi, con la nostra capacità, potentissima, di orientare lo sguardo. Soprattutto quando stiamo attraversando un momento difficile.

Nella vita abbiamo l’opportunità di sperimentare, di abitare, di sentire

L’arte di allenare lo sguardo

Può sembrare un dettaglio, ma è lo sguardo che condiziona l’esperienza. Due persone possono attraversare la stessa situazione, vivere le stesse difficoltà, eppure percepirle in modi totalmente diversi. La differenza non sta tanto nell’evento, quanto nel modo in cui scegliamo di leggerlo.

Guardare non è solo un atto fisico. È un atto interiore. È decidere di riconoscere che anche nei momenti più bui brilla una piccola luce: una voce gentile, il profumo della pioggia, un abbraccio che riscalda, un sorriso di sostegno che arriva al momento giusto. Allenare lo sguardo a cogliere questi dettagli (a volte piccoli ma reali) significa uscire dalla trappola del tutto o niente: tutto perfetto o tutto catastrofico.

Immagina una giornata di pioggia: il cielo è grigio, l’umore tende alla malinconia o alla depressione, eppure, se ti fermi un istante, potresti sentire il suono della pioggia come un battito lento, ritmico, che invita alla meditazione. Potresti notare il verde acceso delle foglie lucidate dall’acqua, il riflesso di un raggio di sole che torna a filtrare tra le nuvole. È lo stesso momento, trasformato dallo sguardo.

La vita, maestra di contrasti

Ogni persona attraversa momenti difficili, di perdita, dolore, paura o disillusione. Un lutto, una malattia, un tradimento, un fallimento economico o affettivo: sono esperienze che sembrano strapparci la stabilità, lasciandoci nudi e disorientati. È naturale voler fuggire da queste emozioni: tutti noi lo facciamo, in un modo o nell’altro. Queste emozioni però fanno parte della vita quanto la gioia e la pace. Cercare di evitarle del tutto significherebbe rinunciare a vivere pienamente.

La vita si muove come un respiro: inspira ed espira. Dona e toglie, ci espande e ci contrae. Il bello e il brutto non sono categorie opposte, ma parti di un ciclo. Come le stagioni che si alternano per insegnarci che nulla resta fisso, ogni dolore contiene anche un nuovo germoglio. Le difficoltà, per quanto dure, ci costringono a scavare in profondità. È in quei momenti che spesso emergono le parti più autentiche di noi, quelle che non conoscevamo nemmeno, che ci permettono di riscoprire la nostra pienezza. Scopriamo risorse interiori che non pensavamo di avere, riceviamo gesti inaspettati di affetto, impariamo a rallentare e a capire meglio che cosa conta davvero.

Le difficoltà, per quanto dure, ci costringono a scavare in profondità

La bellezza come bussola

Riconoscere la bellezza non significa negare il dolore. Significa concedersi di vedere oltre. È come guardare un panorama dopo una lunga salita: non dimentichi la fatica, ma la vista la trasforma, le dà un senso. La bellezza diventa un balsamo, una direzione, una forza che ci sostiene nei passaggi più difficili.

Ci sono forme di bellezza ovunque: nella gentilezza di uno sconosciuto, nella risata spontanea di un bambino, nel colore di un tramonto, nel canto degli uccelli alle prime ore del mattino. Sono piccoli frammenti di grazia, spesso invisibili quando la mente è affollata di preoccupazioni. Ma se rallentiamo, se scegliamo di osservare anziché reagire, possiamo attingere a queste risorse discrete e nutrirci profondamente. Uno sguardo d’amore, una mano che stringe la nostra, un grazie sincero, il calore umano, anche quello di persone sconosciute. Tutto questo è bellezza concreta.

Ed è proprio questa bellezza quotidiana che ci permette di attraversare la sofferenza senza perderci. È la luce che filtra anche nei giorni più difficili, ricordandoci che non siamo soli — se non ci isoliamo noi stessi e scegliamo di restare aperti.

La trappola del “quando”

Molti di noi cadono nella trappola del “quando”. Quando le cose andranno meglio, quando avrò ottenuto quel risultato, quando passerà questo dolore. Ma la vita accade adesso, non “dopo”. L’attesa continua di un futuro ideale ci allontana dalla possibilità di trovare sollievo, pienezza e significato nel presente.

La felicità non è uno stato da raggiungere, ma un modo di stare al mondo. Non significa essere costantemente sereni o allegri, ma saper accogliere la gamma intera delle emozioni, riconoscendo che ogni sfumatura, persino la più cupa, merita di essere sperimentata e contiene la sua necessità. Più impariamo a restare presenti, più diventiamo capaci di riconoscere la bellezza che già c’è, anche in mezzo alle emozioni più difficili.

La felicità non è uno stato da raggiungere, ma un modo di stare al mondo

Coltivare la presenza momento per momento

Essere presenti non è sempre facile, soprattutto nei momenti difficili, di crisi. La mente tende a fuggire, a rimuginare sul passato o a proiettarsi nel futuro. La bellezza, invece, si manifesta solo nel momento presente: un tramonto non lo si può guardare domani, un abbraccio non lo si può ricevere ieri. È adesso, o mai.

Ci sono gesti semplici che possono aiutarci a restare qui: respirare profondamente e notare le sensazioni nel corpo; fermarsi a osservare qualcosa di bello, anche solo per un minuto; ringraziare mentalmente per una cosa concreta della giornata, grande o piccola che sia; dedicarsi all’ascolto autentico di una persona, senza distrazioni. Benché apparentemente ordinari, questi gesti ci riportano a contatto con la vita che accade, e con la sua bellezza, spesso silenziosa, ma sempre presente.

Oltre il dualismo: integrare, non scegliere

La nostra cultura ci ha educati a pensare per opposti: buono/cattivo, piacevole/spiacevole, successo/fallimento. Io credo che la vita non funzioni così. Non è una somma di poli in competizione, è piuttosto una danza di equilibri dinamici.

Accettare che in ogni momento possano coesistere aspetti belli e aspetti difficili significa smettere di voler aggiustare tutto, e iniziare a vivere con maggiore libertà. Non c’è bisogno di cancellare la tristezza per sentire gratitudine, né di eliminare la paura per trovare forza. Possiamo sentire tutto insieme ed è proprio questa complessità a renderci umani.

Un tramonto non smette di essere bello solo perché abbiamo il cuore ferito. Al contrario, in certi momenti risplende ancora di più, perché diventa uno specchio della nostra fragilità. La bellezza non salva dal dolore, ma ci ricorda che anche nel caos esiste qualcosa di buono, di puro, degno di essere amato.

Accettare che in ogni momento possano coesistere aspetti belli e aspetti difficili significa smettere di voler aggiustare tutto

La solidarietà come forma di bellezza

La solidarietà, per me, è tra le manifestazioni di bellezza umana più grande che ci sia. Quando attraversiamo momenti difficili e i tempi si fanno duri, la presenza compassionevole degli altri è più preziosa di qualsiasi conquista materiale. Un gesto di generosità, una parola di conforto, una mano tesa, bontà spontanea e gratuita in azione, ci ricordano che il calore umano esiste anche in un mondo imperfetto.

In un’epoca in cui siamo spesso iperconnessi ma soli, ritrovare questa rete di umanità è qualcosa di prezioso. Anche imparare a ricevere aiuto è importante. La bellezza di un sorriso condiviso, di una risata comune, di un “come stai?” sincero non è inferiore alla bellezza di un paesaggio naturale: è la prova che, anche nei momenti difficili, il sostegno c’è. E talvolta è ancora più presente quando l’orizzonte si fa scuro.

Riconoscere, gustare, custodire

Allenarsi a cogliere la bellezza è una pratica. Non un talento innato, ma una scelta costante. Ogni giorno possiamo decidere se chiuderci o aprirci, se restare concentrati su ciò che manca o accorgerci di ciò che c’è. È un percorso di gratitudine, di consapevolezza emotiva e di riconciliazione con la realtà.

La prossima volta che attraversi momenti difficili, prova a fermarti un attimo. Respira, guardati intorno. C’è quasi sempre qualcosa di bello a portata di sguardo: un albero, un suono, una luce, un volto amico, la sensazione di una forza interiore che non sapevi di avere.

Respira, guardati intorno. C’è quasi sempre qualcosa di bello a portata di sguardo

Questo non cancella il dolore. Può offrirti, però, radici e direzione mentre lo attraversi. Perché la bellezza, in questo modo, non è una fuga: è una forza. È ciò che ci ricorda la nostra appartenenza al mondo, la nostra capacità di amare nonostante tutto. E quando riusciamo a riconoscerla, anche nei giorni grigi, qualcosa dentro di noi si espande, ritrova equilibrio, fiducia, speranza. La vita non è tutta bella o tutta brutta: è contemporaneamente entrambe le cose. E forse la sua magia più grande sta proprio lì, in questa coesistenza che ci invita a restare, a sentire, a guardare con occhi più ampi.

Ascoltare il corpo per ritrovare potere personale

Ascoltare il corpo per ritrovare potere personale

Ascoltare il corpo è uno degli atti di libertà più profondi che possiamo compiere. In un mondo che ci spinge continuamente a pensare attentamente alla nostra prossima mossa, programmare nei minimi dettagli la nostra vita, studiare per reagire nel modo migliore possibile, perdiamo spesso il contatto con ciò che sentiamo davvero. Eppure, è proprio ascoltando il corpo che possiamo riconoscere se una situazione è vitale per noi oppure se è tossica. Talvolta ci sono ambienti, relazioni, lavori che sono tossici fin da subito, in altri casi invece lo diventano silenziosamente, senza che neppure ce ne accorgiamo.

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Molte persone si sentono svuotate, prigioniere delle circostanze, come se avessero perso il proprio potere personale. Spesso a mancare non è la forza, manca, invece, il contatto. Quando smettiamo di ascoltare il corpo, smettiamo di orientarci nella vita attraverso segnali autentici. La mente può convincerci a restare in una determinata situazione, a resistere, a stringere i denti. Il corpo, invece, non ci inganna. Sa cosa ci fa bene e cosa ci fa male.

Spesso a mancare non è la forza ma il contatto con il proprio corpo

Il racconto del kudu e il linguaggio della tossicità

C’è una storia che racconta in modo semplice e molto efficace cosa accade quando non riusciamo più ad ascoltare il corpo. È il racconto del kudu e  delle foglie cariche di tannino (trovi la versione completa della storia qui).

Quando l’albero di acacia viene aggredito, cioè sgranocchiato, troppo a lungo, aumenta la quantità di tannino nella linfa, rendendo le foglie amare, sgradevoli, quasi disgustose. È una strategia di difesa; un segnale biologico che dice al suo predatore “fermàti, smetti: hai superato il mio livello di sopportazione”. Un animale libero percepisce subito questo cambiamento e si allontana spontaneamente, andando a cercare un altro albero dal quale nutrirsi.

Il kudu della nostra storia, però, si trova in un recinto. Non può spostarsi per trovare altro cibo nutriente e vitale. In queste circostanze, il suo movimento naturale è impedito e, piuttosto che morire di fame, continua a mangiare quelle foglie amare piene di tannino: di conseguenza si intossica al punto di morire di epatite fulminante. L’antilope ha ascoltato le sensazioni del corpo ma non ha potuto assecondarle.

Quante volte nella nostra vita restiamo in luoghi di lavoro, relazioni, situazioni che il corpo percepisce come nocivi? La mente costruisce racconti che operano proprio come dei recinti, impedendo il nostro movimento naturale: “non posso andarmene”, “questo non si fa”, “io non ho alternative”, “una donna affidabile non lo farebbe mai”, “andarsene è pericoloso”, “quello che sento non può essere vero”. Tutte queste convinzioni sono come recinti, trappole che imprigionano.

Quante volte nella nostra vita restiamo in luoghi di lavoro, relazioni, situazioni che il corpo percepisce come nocivi?

La presenza del recinto non è necessaria…

Il triste finale potrebbe essere lo stesso anche senza la presenza di un recinto.
Se il kudu della nostra storia non fosse capace di rilevare con il gusto la presenza di tannino, non potrebbe sapere che è ora di allontanarsi. Non essere connesso ai propri sensi impedisce di percepire la realtà per quello che è.
Troppo spesso smettiamo di ignorare i messaggi di allarme solo quando il corpo invia segnali disperati di dolore fortissimo, tensione, esaurimento, malattie serie. Quando poi, finalmente, ci prendiamo il tempo di ascoltarlo, ci accorgiamo che sono mesi (se non anni) che riceviamo segnali e richieste di attenzione e di cambiamenti: noi, però, stavamo ignorando il problema.

Il corpo come bussola autentica

Il corpo vive sempre nel presente. Non ragiona né costruisce strategie, non proietta nel futuro. Sente, e proprio per questo è una bussola affidabile e coerente. Quando iniziamo ad ascoltare il corpo, impariamo a riconoscere in modo spontaneo ciò che ci porta energia e ciò che invece la toglie. Alcune situazioni ci fanno sentire più espansi, vivi, presenti; altre generano una sensazione di contrazione, di chiusura, di fatica.

Il corpo comunica attraverso segnali sottili: una tensione alla schiena, un peso sul petto, una stanchezza che non passa, ma anche una sensazione di leggerezza improvvisa, un respiro più ampio e profondo, una distensione interna dei nervi. Ignorare questi segnali significa allontanarsi gradualmente dalla realtà e dal proprio potere personale. Riconoscerli significa, al contrario, sviluppare un’alleanza concreta e un contatto con la realtà dai quali scaturisce una solida sensazione di fiducia.

Un esercizio per imparare ad ascoltare il corpo

Per molte persone ascoltare il corpo non è un’abitudine. Siamo stati educati a pensare, spiegare, controllare, in ogni situazione possibile. Pochi di noi vengono allenati a prestare attenzione al corpo, ad ascoltarlo con apertura e senza giudizio. Tramite segnali specifici, però, il corpo ci indica in ogni istante se una determinata situazione porta vitalità o tossicità.

Ti propongo un esercizio per allenarti a riconoscere i segnali del tuo corpo.
Richiama alla memoria un momento molto piacevole per te. Può essere una passeggiata, un tramonto, un momento speciale con una persona amata. Mentre lo immagini, ascolta il tuo organismo… Cosa senti? Scannerizza tutto il tuo corpo mentalmente: testa, collo, spalle, petto, schiena, pancia, bacino, gambe, braccia. Quale parte del corpo attira la tua attenzione in questa specifica circostanza? Senti una sensazione di apertura verso l’esterno? Di rilassamento? O forse leggerezza? Di formicolio? Identifica con esattezza queste sensazioni in punti specifici del tuo corpo e memorizzale.

Allenamento all’ascolto

Poi richiama, invece, un ricordo legato a un disagio, un ricordo “negativo” (non focalizzarti, però, su un trauma della tua vita, una situazione sgradevole recente è più che sufficiente). Di nuovo, ascolta il corpo: il petto si chiude? Le spalle si irrigidiscono? Il respiro cambia e diventa più affannoso? Percepisci una sensazione di pesantezza? Tensioni? Dove? Osserva le differenze rispetto alle sensazioni precedenti.

Completa l’esercizio ricontattando nuovamente un ricordo piacevole, e ascolta il tuo corpo reagire in modo diverso, recuperando i segnali della prima fase dell’esperienza. Man mano che interrogare il tuo corpo diventerà un’abitudine, ascolterai in tempo reale il suo “punto di vista” sulla situazione presente, oppure su eventuali situazioni possibili che stai immaginando, per capire quali scelte prendere.

Un punto di vista che si riassume con “” (questa situazione mi porta energia) oppure con “No” (questa situazione mi toglie energia). Questa mappa interna è un riferimento prezioso che aiuta a capire in quale direzione andare rispettando il proprio corpo. Ti invito ad allenarti. Percepire il corpo semplificherà le tue scelte.

Man mano che interrogare il tuo corpo diventerà un’abitudine, ascolterai in tempo reale il suo “punto di vista” sulla situazione presente

Quando la mente prende il potere

Molto spesso, nelle vite di tutti noi, è la mente a comandare. Decide cosa è giusto, cosa è utile, cosa “dovremmo” desiderare e di conseguenza perseguire. Ma la mente può mentire, spingendoci a volere ciò che non sempre ci fa stare bene. Quando smettiamo di ascoltare il corpo, perdiamo la nostra bussola interiore e diventiamo dipendenti dagli altri e da regole esterne.

Facciamo un esempio: se non fossi capace di sentire il freddo, dovresti osservare come sono vestiti gli altri e dovresti indossare le stesse cose per evitare di ammalarti. Oppure diventeresti dipendente dal termometro e dal ragionamento per capire, di volta in volta, come comportarti in base alle temperature. E cosa succederebbe se perdessi il termometro?

Se non senti la fame e non sai di cosa ha bisogno il tuo corpo, devi seguire ciecamente un programma alimentare controllato. Quando non percepisci il pericolo, devi fidarti di altri che decidono cosa è pericoloso e cosa è sicuro per te. Se non senti il tuo stesso disagio, sei in balia delle decisioni altrui. Tutto ciò ti fa perdere libertà.

Il corpo e il rapporto con il peso-forma

Non è possibile parlare di salute e peso forma senza ascoltare il corpo. Invece, accade spesso che le strategie convenzionali si affidino a protocolli predefiniti. La mente agisce con prepotenza sul corpo prendendo poco in considerazione quello che il corpo sente. Nel mio approccio al peso forma, basato sulla bioconsapevolezza, aiuto le persone a riconnettersi al proprio corpo per ricreare una solida alleanza tra corpo e mente. Come si può immaginare di trasformare il proprio corpo senza prestargli attenzione?
La vera fame non è mentale. La vera sazietà non è mentale. I bisogni cambiano nel corso del mese, con il ciclo per le donne, con le stagioni, con i momenti della vita. Quando non ascolti il corpo, rischi di forzarlo portandolo su strade in cui si deve difendere, in cui deve resistere. Se, invece, ricominci ad ascoltare il corpo, il tuo organismo torna a essere (in tempi talvolta molto rapidi) un alleato affidabile. Puoi, allora, trovare strategie rispettose che permettono risultati duraturi.

Quando non ascolti il corpo, rischi di forzarlo portandolo su strade in cui si deve difendere, in cui deve resistere

Il silenzio come porta d’accesso alla percezione

Non possiamo davvero ascoltare il corpo se viviamo immersi nel rumore. Se parliamo continuamente, se pensiamo senza sosta, se facciamo tutto ad alta velocità, il mondo esterno ci distrae dalla nostra bussola interiore. È nel silenzio che le sensazioni si rivelano, è nelle pause che il respiro diventa percepibile. Imparare a rallentare il brusio della mente è importante soprattutto per questo.

Fermati tutte le volte che puoi, per qualche secondo. Osserva ciò che vedi intorno a te, presta attenzione ai rumori dell’ambiente, stimola il tuo senso del tatto, interroga il tuo odorato e percepisci quale gusto hai in bocca. Poi chiediti: cosa farebbe bene al mio corpo ora? Potresti semplicemente aver bisogno di cambiare posizione, stiracchiarti, massaggiare un attimo la tua nuca, bere un bicchiere d’acqua.
Prendersi questi attimi è un modo semplice, efficace ed immediato per tornare al corpo. Non è un esercizio per andare altrove, ma per tornare nel qui e ora.

Del corpo ti puoi fidare

Il corpo non inventa storie, non cerca scuse e non inganna e non costruisce strategie. Quando impari davvero ad ascoltare il corpo recuperi un tipo di intelligenza antica, profonda, alla portata di tutti. In un mondo in cui la mente ha un ruolo preponderante e tutti veniamo spinti ad essere razionali e ad affidarci alla tecnologia, questa è forse la vera forza dell’essere umano: sentire. Le macchine “pensano” più velocemente, ma non sentono. Noi possiamo sentire, e in questo sta la nostra libertà.

Ascoltare il corpo significa tornare a riconoscere cosa è nutriente e cosa non lo è. Vuol dire smettere di cercare all’esterno risposte che esistono già dentro di noi. Quando impari davvero ad ascoltare il corpo, ritrovi la tua direzione. E insieme, il tuo potere personale.

Affrontare un trauma, cosa puoi fare partendo dai tuoi pensieri

Affrontare un trauma, cosa puoi fare partendo dai tuoi pensieri

Affrontare un trauma può essere difficile. Spesso pensiamo di non avere gli strumenti o le forze per farlo. Capita a tutti di trovarsi a vivere un evento o una situazione nuova e inaspettata in modo drammatico: la perdita di una persona cara, la fine inaspettata di una relazione, un licenziamento, il tradimento di un’amica, una diagnosi infausta.

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Come prima cosa, facciamo un passo indietro. Lo ritengo importante per affrontare qualsiasi trauma: nessuna esperienza è oggettivamente drammatica. L’unica cosa oggettiva sono i fatti. La morte di un genitore, un incidente in macchina, un’amputazione: questi sono i dati oggettivi, ciò che è accaduto.

Sono poi le tue convinzioni, il modo in cui sei cresciuto, i tuoi valori e riferimenti culturali, ciò che non riesci a tollerare, il tuo passato e tutte le memorie inconsce, personali e genealogiche, a condizionare il modo in cui reagisci a un determinato avvenimento. Quello che pensi, la tua maniera originale di interpretare gli eventi che vivi, fa scaturire in te determinate emozioni, non il fatto in sé. A seconda del filtro interpretativo, lo stesso avvenimento può essere vissuto come la più grande delle tragedie, come un’incredibile opportunità o in maniera neutrale, come qualcosa che non è né brutta né bella.

Quello che pensi, la tua maniera originale di interpretare gli eventi che vivi, fa scaturire in te determinate emozioni

Le obiezioni più comuni

Anche se non siete qui con me vi immagino, posso sentirvi fare qualche obiezione: “la morte di una persona cara è sempre drammatica di per sé, non è una questione di interpretazione“. Invece, non c’è nessun sempre, anche il modo in cui viviamo la morte è fortemente influenzato da convinzioni, credenze e cultura.

Chi crede nella reincarnazione e nella vita eterna, ad esempio, pensa che la persona non scompare: semplicemente tornerà a vivere in un altro corpo e in un’altra forma. C’è poi chi si focalizza sulla fortuna di aver incontrato la persona che è morta, perché vivere insieme un pezzo di cammino è già un grande dono. Queste persone penseranno a chi non c’è più con il cuore colmo di gratitudine. Infine, ci sono individui che si focalizzano sull’assenza, sulla perdita, sull’ingiustizia di ciò che non potranno più fare e vivere. A volte possiamo vivere tutti questi aspetti in modo simultaneo oppure progressivo nel corso del lutto.

Conoscersi per non restare schiacciati

Quando succede qualcosa, ormai è fatta. Non possiamo riavvolgere il nastro del tempo. Nostra sorella non può tornare dall’aldilà, una gamba amputata non può essere riattaccata, quel lavoro perso è perso. Possiamo rimuginare per una vita intera su quanto è accaduto, ma con quali risultati? Possiamo prendercela con Dio, con l’Universo, con l’ingiustizia della Vita (a seconda delle nostre credenze), ma non possiamo cambiare ciò che è accaduto. Eppure abbiamo un grande potere.

Siamo noi a controllare i nostri pensieri. Diventando consapevoli dei meccanismi che scattano nel nostro cervello di fronte a determinate situazioni possiamo fare una scelta. Dire di No a quanto accaduto e alle nostre emozioni, oppure dire di Sì (leggi anche l’articolo Dall’attaccamento all’accettazione, Cambia la tua vita con un sì).

Il No innesca una guerra, ci mette nella condizione di fare resistenza contro qualcosa che non può essere cambiato. Partendo da questo No, è come se una parte di te (mentale, energetica, emozionale) rimanesse bloccata all’interno dell’evento traumatico, in quel momento preciso. Hai perso tua madre a vent’anni e non sei riuscita o riuscito ad accettare l’accaduto? Crescendo, solo una parte di te è andata avanti sul suo cammino, mentre un’altra è rimasta lì bloccata. Il No porta ad azioni incoerenti rispetto alla realtà perché inconsciamente si nega quello che è accaduto.

Quando invece scegli di dire Sì a un evento, per quanto apparentemente terribile, hai la libertà di mettere tutte le tue energie e attenzioni nella ricerca di soluzioni per stare bene nonostante tutto.

Siamo noi a controllare i nostri pensieri

Cosa puoi fare per affrontare un trauma

Ti propongo dei passi che puoi compiere quando devi affrontare un trauma. Sono in un ordine cronologico per aiutarti a capire, ma in realtà tutto accade contemporaneamente o quasi.

  1. Scegli di dire Sì all’accaduto. Quanto successo è un dato di fatto. La persona che ami ti ha lasciato, ti hanno licenziato, hai una malattia e così via. Prendine atto.
  2. Accogli le tue emozioni. Sei un essere umano e le emozioni che provi sono il tuo modo personale di vivere la realtà. Onora le tue sensazioni, accogliendole con comprensione e benevolenza. In questo modo le lascerai libere di esistere.

C’è anche un terzo passo, ma prima di raccontartelo voglio darti altri strumenti che potrebbero esserti d’aiuto. Se dovessi renderti conto che le emozioni che provi, anche dopo averle accolte, sono eccezionalmente acute, drammatiche e durature, puoi scegliere una delle strade che ti descrivo nel prossimo paragrafo, oppure tutte.

Quando le emozioni sono troppo intense

Per iniziare, puoi osservare il tuo dialogo interiore e andare a caccia di virus mentali. Focalizza la tua attenzione soprattutto sulle generalizzazioni che usi quando parli con te stesso. Quante volte compaiono parole come mai, sempre, tutti, nessuno? Vai anche alla ricerca di una possibile tendenza a ingigantire i fatti. Per caso ti dici cose come: “non potrò sopravvivere in nessun modo a questo insulto”, “la mia vita è finita”, “non valgo niente di niente”?

Un dialogo interiore colmo di virus mentali ha il potere di trasformare una situazione sgradevole momentanea in un dramma acuto eterno.

Dopo aver lavorato sul dialogo interiore torna di nuovo sull’azione di accogliere le tue emozioni. Questa volta apriti alla consapevolezza che può trattarsi di emozioni passate cristallizzate. Sono state risvegliate dall’evento presente ma appartengono anche al passato. Sentirle e accoglierle oggi, rappresenta una vera e proprio liberazione per il tuo organismo. Senza obbligatoriamente andare a esplorare quelle situazioni passate che hanno dato il via alle emozioni bloccate. Lasciarle defluire oggi è già di per sé un processo terapeutico.

Se te la senti, infine, puoi lavorare per capire come mai questo particolare evento scatena in te un dramma così travolgente. Spesso, farlo permette di scoprire che quanto accaduto “mette il dito nella piaga” di una ferita antica, che in molti casi risale all’infanzia. Potrai così rielaborare il fatto scatenante del passato e liberarti dal dolore intenso che vivi oggi. Puoi farti aiutare nel percorso da un terapeuta di fiducia.

Lasciare defluire le emozioni oggi è già di per sé un processo terapeutico

Anche tu sei resiliente e puoi affrontare un trauma

La resilienza è la capacità di affrontare eventi stressanti e avversità, superarli e uscirne rafforzati. Quando attingiamo alla nostra resilienza, possiamo trasformare qualsiasi evento potenzialmente drammatico in un’opportunità di crescita interiore.

Che si tratti di un lutto, di una delusione amorosa oppure di un cambiamento professionale repentino, puoi rivisitare la situazione, osservarla con il senno di poi, imparare dagli errori, capire cosa di buono puoi trarre dall’accaduto.

Attraverso le emozioni che proviamo possiamo cogliere l’opportunità di conoscere meglio la nostra sensibilità, ma anche i nostri valori, le vulnerabilità, il nostro essere umani. Questo processo interiore ti permetterà di ripartire più maturo, più focalizzato. Potrai riprogettare la tua vita personale o professionale alla luce di nuove prospettive.

Quando propongo alle persone a cui è stata diagnosticata una malattia di “sfruttare” la malattia, andando a lavorare sulle radici che possono averla favorita per uscirne guariti fisicamente e anche più sani di prima, è proprio alla resilienza che faccio riferimento.

Più sperimenti la resilienza, più comprendi che sei capace di superare le difficoltà trasformandole in opportunità. Recupererai fiducia in te stesso e autostima, accederai a un circolo virtuoso che consente di mantenere la calma anche nelle situazioni difficili, reagendo con creatività di fronte ai problemi.

La resilienza abbassa anche il livello di ansia, perché saprai che se dovesse presentarsi un problema troverai il modo di affrontarlo. Sapere che dopo ogni tempesta c’è il sole, che puoi rifiorire dopo un evento spiacevole esprimendo di nuovo e persino meglio il tuo potenziale, ti farà sentire più sicuro.

Resilienza non significa resistenza

Sento che è importante precisare che resilienza e resistenza sono due concetti distinti. Due modi profondamente diversi di affrontare le difficoltà. La resistenza implica la capacità di resistere (appunto) a forze esterne, e il suo obiettivo è mantenere lo status quo. Implica una lotta in opposizione ed è una capacità statica.

Resistenza implica lotta e staticità, resilienza è adattamento e crescita

La resilienza invece non ha nulla di statico, anzi: si tratta di una competenza dinamica che può essere coltivata e sviluppata nel tempo. Coltivare la resilienza ci permette di gestire lo stress in modo sempre più efficace. Aiuta a ridurre le paure e la carenza di fiducia in sé stessi e a trovare soluzioni creative di fronte alle sfide.

Resilienza è adattamento e crescita anche in seguito a traumi o sfide. Implica trasformazione e capacità di rialzarsi dopo una situazione dolorosa. Un processo strettamente legato alla flessibilità.

Come attingere concretamente alla tua Resilienza

Ci sono diversi esercizi che puoi fare per connetterti alla tua capacità di resilienza, te ne propongo alcuni.

  • Scrivere un diario in cui lasci fluire i pensieri e le emozioni.
  • Scegliere attività che riducono il livello di stress: camminare, rilassarti, respirare consapevolmente, condividere le tue emozioni con persone accoglienti e benevole.
  • Entrare in contatto con la Natura. La Natura e le piante in particolare, illustrano in silenzio la resilienza, il cambiamento dinamico continuo, con cicli successivi con inizi, trasformazioni e fini.

Infine, assodato il fatto che non avresti mai scelto volontariamente di affrontare l’avversità per cui stai soffrendo così tanto, ti propongo qualcosa che potresti in un primo tempo giudicare come totalmente insensata quando si parla di affrontare un trauma. Ti propongo di osare e fare a te stesso (o te stessa) una domanda.

Una domanda alla quale potresti non avere risposte in un primo tempo, ma che spesso apre sbocchi inaspettati: “Quale opportunità mi porta quanto accaduto?”

Scopri come nascono i dolori osteoarticolari

Scopri come nascono i dolori osteoarticolari

Come nascono i dolori osteoarticolari? Secondo l’approccio convenzionale, le ragioni dietro ai dolori osteoarticolari possono essere diverse. Tra le cause individuate ci sono i traumi fisici, grandi o piccoli, i movimenti sbagliati, i cosiddetti “acciacchi dell’età dovuti all’usura”. In pratica delle ragioni meccaniche. A volte vengono prese in considerazione anche cause infiammatorie come l’artrite, che sarebbe dovuta a reazioni immunologiche.

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Ma se le cause fossero solo meccaniche o immunologiche perché c’è chi ha mal di schiena a livello lombare e non cervicale, quando invece i raggi X mostrano artrosi ai due livelli o addirittura nessun problema strutturale?

In caso di artrite, invece, perché alcuni hanno male alla mano destra e non alla mano sinistra? Al mignolo e non al dito medio? In questo articolo ti voglio proporre un modo complementare di considerare i tuoi dolori osteoarticolari.

Ogni sintomo, infatti, racconta una predisposizione e una modalità di affrontare una determinata situazione. Nel caso dei dolori osteoarticolari, il vissuto emotivo profondo, a volte inconscio, è legato a un senso di inadeguatezza. Il messaggio sotteso, cioè, può essere “la mia struttura non è adatta”, “non ce la faccio”, “non sono capace”. In sintesi, si vive un senso di svalutazione.

La svalutazione nel senso biologico

In biologia, quando si parla di svalutazione, non si intende una svalutazione di tipo psicologico. Spesso non ci si rende conto del vissuto emotivo, e questo è un dato di fatto comune a moltissime persone. Per comprendere meglio quello di cui stiamo parlando, cioè quale sia il vissuto biologico, è più facile pensare agli animali.

Spesso non ci si rende conto del vissuto emotivo, e questo è un dato di fatto comune a moltissime persone

L’animale è “più semplice”, o meglio più biologico e concreto, perché vive la realtà. Non ha le ansie e le paure tipiche dell’essere umano riguardo a situazioni astratte, future, virtuali, immaginarie. Non vive, cioè, quegli stati d’animo che portano confusione e sono legati più alla cultura, al proprio ego e a un dialogo interiore non sano.

L’esempio dell’animale ci aiuta a comprendere davvero

Per comprendere l’aspettò biologico e capire come nascono i dolori osteoarticolari dobbiamo mettere da parte le sovrastrutture legate a ego e aspetti mentali per tornare a pensarci e considerarci come mammiferi, animali con dei bisogni fondamentali. Un animale che vive un momento di svalutazione è, per esempio, un animale che non riesce a scappare o a correre abbastanza velocemente per sfuggire ai predatori o restare insieme al suo branco, perché non ha la potenza muscolare adatta. Un cane che non riesce a saltare al di là di una recinzione perché questa è troppo alta.

Non stiamo parlando di un blocco psicologico e mentale, un messaggio tipo “non valgo”, “la mia vita non ha senso”, “non merito di essere felice”. È qualcosa di profondamente diverso.

Il corpo agisce in tuo aiuto

Quando si vive un senso di inadeguatezza relativo alla propria struttura fisica, il corpo comprende che è necessario un cambiamento e di conseguenza si attiva per cambiare di fatto, concretamente, e diventare più adatto. A seconda della struttura “chiamata in causa” le necessità di modifica e potenziamento possono essere diverse e riguardare ossa, legamenti, tendini, articolazioni, muscoli: il corpo crea una risposta diversa, su misura.
Un dettaglio importante che bisogna sempre tenere in considerazione è che, durante il momento di stress che identifichiamo con la fase di “azione e modifica”, il corpo non esprime sintomi di alcun tipo.

Il corpo comprende che è necessario un cambiamento e si attiva per cambiare di fatto, concretamente, e diventare più adatto

I dolori articolari arrivano dopo. Quando si supera la situazione stressante che ha innescato il bisogno di cambiare e l’intervento del corpo, allora si attivano infiammazione e dolore, che noi comunemente mettiamo (quando riguardano ossa, muscoli e tendini) sotto il cappello dei “dolori osteoarticolari”.

Facciamo degli esempi che ci riguardano da vicino

Un esempio molto concreto che non riguarda gli animali ma noi esseri umani, potrebbe essere quello di una persona che sta portando delle borse molto pesanti. Il peso è troppo ma ci prova e ce la fa lo stesso. Il pensiero biologico sotteso a questo evento sarà “la mia struttura fisica non è adatta a portare queste borse”. Nei fatti, la persona farà fatica fisicamente, senza per forza avere pensieri consci. In un secondo momento, però, accuserà dei dolori.

Facciamo un altro esempio. Quando non riesci ad aprire il barattolo della marmellata e si tratta magari di un evento ripetuto, che accade ogni mattina, il tuo corpo vive quotidianamente una svalutazione biologica. La tua struttura non è adatta per compiere quell’azione e poiché la situazione continua a ripetersi è possibile che tu viva un dolore cronico.

Dolori articolari specifici di tipo localizzato

A seconda della localizzazione del dolore o dell’infiammazione, è possibile capire per quale tipo di azione, movimento o gesto il corpo vive lo stress di non farcela, di non essere adatto.

Il pensiero biologico del corpo (non della mente!) è di questo tipo: non ce la faccio a trattenere, sostenere, avanzare, afferrare, allontanare, respingere, cucire con precisione e così via.

Il pensiero biologico è del corpo, non della mente

La buona domanda per ridurre i dolori osteoarticolari

Un modo per iniziare a indagare in autonomia la radice del proprio disagio è farsi questa semplice domanda: “quale è il movimento che non riesco a fare a causa del dolore?”. Una volta individuato questo movimento, potremmo osservare in quale situazione sarebbe utile compierlo, o in quale situazione cerchiamo di farlo senza ottenere un risultato soddisfacente.

L’esempio della spalla destra per un destrimano

Se il movimento che ti provoca dolore è quello di portare avanti il tuo braccio destro, prova a indagare in quali situazioni fatichi ad abbracciare, cioè a portare verso di te. Se al contrario senti male quando porti il gomito indietro, verso la schiena, cerca di capire se vivi una situazione in cui non riesci ad allontanare una persona che “ti sta addosso”.

Il lato destro, per un destrimano, è legato al padre, al partner oppure ai fratelli e sorelle.
Il lato sinistro, sempre per un destrimano, è legato alla madre e ai figli.

Il dolore potrebbe anche interessare un qualunque altro movimento. Ogni volta è importante osservare a cosa serve il movimento e cercare di capire a cosa potrebbe essere collegato.

Ogni volta è importante osservare a cosa serve il movimento e cercare di capire a cosa potrebbe essere collegato

Come nascono i dolori osteoarticolari alle cervicali

Quando si hanno dolori alle cervicali, consiglio di analizzare con attenzione il tipo di dolore. Si fa fatica a girare la testa a destra, a sinistra, ad abbassare la testa, oppure ad alzarla? Ogni movimento è legato e ci orienta ad analizzare un’azione specifica: il mio torcicollo mi impedisce di girare la testa a destra e a sinistra? Provo a chiedermi qual è stata la situazione stressante in cui era in gioco un “no” che volevo dire e che non sono riuscito a pronunciare, oppure che sono stato obbligato a dire.

Qual è invece la situazione in cui non devi guardare a destra e sinistra per non distrarti, perché è molto importante che focalizzi la tua attenzione su quello che hai davanti?
Non riesci ad abbassare la testa? Qual è la situazione stressante in cui vivi una sorta di sottomissione che ti fa stare male?

Il dolore che provoca dolore

Quando finalmente si supera la situazione stressante legata al movimento che non si poteva/doveva/riusciva a fare, il corpo si rilassa e sviluppa uno stato di infiammazione che si esprime (anche) attraverso il dolore.

Il dolore ha un suo senso e un significato profondo: il corpo ti “chiede” con gli strumenti che ha, di far riposare la zona osteoarticolare che ha attraversato il cambiamento, per permettere che recuperi al meglio le sue funzioni e ripristini un completo stato di benessere.

Il corpo chiede con gli strumenti che ha di far riposare la zona osteoarticolare

Il dolore limita nell’azione e ora hai capito che è un bene. Però, se non conosciamo questo vantaggio biologico e viviamo la situazione solo come un impedimento di tipo negativo, si concretizza il rischio di riattivare lo stress legato alla svalutazione biologica iniziale. Non riesco a fare il gesto a causa del dolore; quindi, il corpo si riattiva di nuovo per poi rilassarsi, di conseguenza si scateneranno l’infiammazione e il dolore e così via. In un continuo circolo vizioso di infiammazione.

In questi casi, la conoscenza che sto condividendo serve proprio a non preoccuparsi quando si presenta un dolore osteoarticolare e a lasciare che il corpo possa riposare quando serve. Possiamo farci aiutare dai farmaci per ridurre il dolore e l’infiammazione, rispettando però la necessità di quella parte di noi di non muoversi o muoversi molto poco, per il tempo che serve a ripristinarsi completamente.

Recuperare leggerezza e vitalità partendo da se stessi

Recuperare leggerezza e vitalità partendo da se stessi

Recuperare leggerezza e vitalità in tempi relativamente brevi è possibile, entrando in contatto con quella corrente vitale che scorre dentro di noi. Ci sono tutta una serie di azioni, reazioni ed emozioni che nascono in noi e ci attraversano senza bisogno di alcun intervento della nostra mente. Respiriamo, ci muoviamo, digeriamo, ci emozioniamo anche senza bisogno di scegliere o controllare quanto facciamo.

L’educazione, i traumi che possono subentrare e le emozioni bloccate che spesso ne conseguono, però, di solito allontanano da questo potente movimento interiore, naturale e spontaneo. Scopri con me cosa puoi fare, giorno dopo giorno, per recuperare leggerezza e vitalità partendo proprio da chi sei.

 

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Paure e ferite, consce e inconsce

La paura di essere sbagliati e dunque non amati ed esclusi dagli affetti, dalla famiglia, dalla società, spesso può diventare più forte della corrente vitale. In modo più o meno consapevole ci si creano dei limiti, delle regole di “savoir vivre” basate su ciò che è bene oppure male, giusto o sbagliato, spesso con riferimenti assolutistici. Qualcosa va bene del tutto o per niente, un’azione è bianca oppure è nera. Facciamo questo, anche se spesso non ce ne accorgiamo, per difenderci e per evitare di provare dolore. Questo comportamento, però, spesso ci condanna a un malessere certo (poiché ci allontaniamo da ciò che davvero siamo e sentiamo) per la paura di un dolore incerto (il rifiuto, ipotetico, degli altri).

Se questo è accaduto anche a te, molto probabilmente ora fai fatica a vivere spontaneamente le emozioni e non sai riconoscere il tuo potenziale né sai come esprimerlo a pieno.

Come un bonsai

La tua situazione, comune a molte altre persone, mi ricorda quella di un bonsai. Sei nato con il potenziale per diventare una gigantesca quercia secolare. Potatura dopo potatura, sotto l’influenza di controlli e cure quotidiane, al prezzo salato di un costante indottrinamento e di un grande autocontrollo, con il tuo consenso più o meno conscio, ti è stata cucita addosso un’identità adatta alla società. Il tutto per non disturbare troppo gli altri e forse anche per non attirare troppo l’attenzione.

Questo processo di trasformazione che piega il potenziale spontaneo delle persone e lo plasma in opere idonee alla società, per rispondere al bisogno di controllare e domare la natura selvaggia, richiede una mole di energia enorme. Questo perché è difficile e faticoso contrastare la potenza della vita rigogliosa che scorre dentro ciascuno di noi, e spinge per crescere ed espandersi.

In questo articolo il mio obiettivo è quello di suggerirti una via all’insegna della spontaneità, della naturalezza e dell’autenticità. Perché se ti lasci andare, se rinunci all’autocontrollo e accetti di osservare con curiosità il disvelarsi del tuo potenziale, potrai recuperare leggerezza e vitalità e smetterai di sprecare tanta energia.

Anche tu ti sei piegato per non disturbare troppo gli altri? Forse la società ti ha cucito addosso un’identità che non è la tua

Strumenti per recuperare leggerezza e vitalità sulla strada della spontaneità

Di seguito voglio darti alcuni consigli, o forse si tratta piuttosto di strumenti e percorsi, utili a recuperare la leggerezza, il senso vitale e con essi anche la gioia.

  1. Riconosci la tua dignità: sei unica e preziosa, o unico e prezioso. Nessuno nei secoli passati e nessuno nei tempi a venire potrà essere del tutto uguale a te. Quello che sei è importante ma anche quello che non sei ha un perché. Le tue qualità e i tuoi difetti contano. Le tue capacità e le tue incapacità ti definiscono in modo positivo. Sei un mix unico e irripetibile.
  2. Dai legittimità ai tuoi limiti e valore ai tuoi talenti. Un pesce è un pesce, non ha bisogno di camminare fuori dall’acqua o di imparare ad arrampicarsi sugli alberi per vivere le sue esperienze. Sarebbe per lui totalmente inutile e se avesse un talento del genere potrebbe persino smarrire la sua strada.
  3. Ascoltati e mettiti nelle condizioni di percepire cosa accade in te. Essere in contatto con quello che sentiamo ci permette di capire quando una situazione è tossica per noi, cioè consuma la nostra energia inutilmente e mette il nostro organismo in uno stato di allerta. Al contrario, possiamo anche percepire se una situazione è benefica e nutriente, portatrice di maggiore energia e gioia.
  4. Interrogati sui tuoi valori, perché conoscerli è fondamentale. Cosa ti fa sentire bene? Cosa, invece, ti fa stare male? Cos’è intollerabile per te? Chiediti quali attività/persone/luoghi ti danno gioia ed energia e quali invece ti sottraggono energia. Se ti va, metti queste impressioni per iscritto, così da poterle rileggere ogni volta che ne hai bisogno e ricordare i tuoi valori fondanti.

Fare un lavoro in profondità

Oltre agli strumenti e ai consigli del paragrafo precedente, ti suggerisco di predisporti all’ascolto e intraprendere un percorso più approfondito nel tuo io. “Lavora” per conoscere le tue sovrastrutture e per smascherare quelle convinzioni che sono tue ma che non rispettano la tua personalità profonda (il tuo essere). Quali sono le cose che appartengono alla tua educazione e alla tua cultura ma che senti creare un attrito interiore? Se le percepisci come incoerenti e stonano con il tuo essere profondo lasciale andare: il tuo punto di vista unico serve ad arricchire il mondo. Fidati!

Impegnati per riconoscere le tue sovrastrutture

Riconnettersi alla propria voce interiore

Quando riusciamo a zittire la mente, a metterla in pausa, possiamo sentire la nostra voce interiore: per quanto piccola è un’ottima alleata, perché ci spinge con gentilezza e perseveranza verso una direzione che è realmente adatta alla nostra anima.

Ci vuole il coraggio di compiere un importante atto di fiducia, perché spesso la voce interiore ci guida su strade non ancora battute. Ti consiglio di esplorare e sperimentare nuovi modi di essere e fare quello che ti viene spontaneo, starai meglio.

Accogliere le emozioni e abbandonare i “dovrei”

Trattenere le emozioni richiede tantissima energia che non può più essere utilizzata per altro. Quando ci sforziamo a non esprimere le nostre emozioni entriamo in uno stato di frustrazione e stress cronico che progressivamente logora sempre di più. Le emozioni, invece, possono essere liberate per favorire il benessere: se vuoi saperne di più ti suggerisco questo approfondimento “come esprimere le emozioni per mantenersi in salute”.

Oltre a lasciar fluire le emozioni dai a te stessa, o a te stesso, la possibilità di mettere da parte tutti i vari “dovrei fare” e “dovrei essere”. Dimentica le ingiunzioni che vengono dall’esterno ma che col tempo hai interiorizzato. Ci sono una serie di azioni che compiamo in modo automatico senza neppure chiederci cosa sentiamo e cosa desideriamo realmente. Riconoscere quando la testa “parte per la tangente”, senza prendere in considerazione cosa comunica il corpo, può essere di grande aiuto per uscire in tempo da un circolo vizioso.

Dimentica le ingiunzioni che vengono dall’esterno ma che col tempo hai interiorizzato

L’esempio del melo

Spesso viviamo con la paura che, se non ci sottoporremo all’obbligo di agire, non faremo mai nulla di buono nella vita: non ci realizzeremo, non porteremo a termine la nostra missione, saremo creature inutili e così via.
Personalmente, quando sono affaticata e ho bisogno di ridimensionare la pressione dovuta all’imperativo di agire, ricordo a me stessa l’esempio del melo.

Il melo non si alza la mattina con l’obiettivo di fare delle mele. Il melo è semplicemente se stesso. Lascia scorrere la vita che gli è propria e che dipende solo da quello che già è, né più né meno. In questo flusso produce gemme, foglie, fiori, frutti… Esprime semplicemente la propria natura, che ci siano animali, umani o qualunque altro essere vivente nei dintorni ad apprezzare o meno le mele.
Non serve che conosca intellettualmente se stesso, non serve che si impegni e faccia fatica, non serve che corrisponda alle aspettative degli altri.
Ciò che secondo me è di grande esempio nella vita del melo, soprattutto, è che mai cercherebbe di produrre ciliegie o albicocche. Anche se qualcuno dovesse dirgli che le mele non sono l’ideale e che invece le ciliegie o le albicocche sono maggiormente amate e apprezzate.

Per recuperare leggerezza e vitalità ispiriamoci al melo e diamoci la possibilità di essere semplicemente e meravigliosamente noi stessi.

Come gestire le emozioni in modo positivo e benefico

Come gestire le emozioni in modo positivo e benefico

Gestire le emozioni non significa reprimerle e neppure modificarle. Troppo spesso, le emozioni ci fanno paura perché crediamo che, se ci lasciassimo invadere da esse, ne rimarremmo schiacciati, disintegrati, in qualche modo sconfitti. È infatti diffusa l’erronea convinzione, forse anche tu la pensi così, che nel momento in cui accettiamo di sentire alcune emozioni queste ci abiteranno per sempre. Molte persone hanno paura di precipitare in un abisso senza fondo dal quale sarebbe impossibile uscire.

Ecco che diventa ovvio, partendo da queste convinzioni, il desiderio di gestire le emozioni nel senso di domarle, cancellarle, soffocarle.

 

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In questo blog ho già raccontato che il mio punto di vista sul tema è molto diverso. Anzi, potrei dire che è diametralmente opposto. Esprimere le emozioni è molto importante e oggi voglio raccontarti di un passaggio aggiuntivo essenziale per gestire le emozioni in modo nuovo. Il mio intento è aiutarti ad abbracciare anche le emozioni più potenti, con l’obiettivo di evitare che si accumulino. Evitare questo accumulo emotivo fa parte, per me e secondo il mio approccio terapeutico, della vera prevenzione delle malattie.

Vediamo allora come puoi fare perché le emozioni non rimangano troppo a lungo attive nel tuo organismo.

Primo passo per gestire le emozioni, capire da dove vengono

Spesso diamo la colpa delle nostre emozioni agli altri. “Sono arrabbiata perché mio marito non mi rispetta”. “Sono frustrato a causa del mio capo, mi chiede di lavorare moltissimo ma non mi paga abbastanza”. “Sono esausta: mio figlio mi fa impazzire”.

Gli altri, in realtà, non sono affatto responsabili delle nostre emozioni; esse ci appartengono e siamo noi a crearle. Le emozioni sono il risultato del nostro personale modo di vivere, in un determinato momento, una certa situazione.

Detto in altri termini, non sono gli eventi o le persone a provocare le emozioni. Questo diventa chiaro se rifletti sul fatto che di fronte a uno stesso evento dieci persone differenti possono avere altrettante emozioni diverse. Tra loro quasi sicuramente ci sarà anche chi rimarrà totalmente indifferente.

Le emozioni sono messaggi che raccontano quello che accade dentro di te, non quello che sta accadendo fuori.

Non sono gli eventi o le persone a provocare le emozioni, siamo noi stessi

Le emozioni condizionano azioni e risultati

Un’emozione si scatena dentro di te nel giro di pochi millisecondi (e quindi a una velocità che rende la cosa impossibile da controllare), insieme a essa si scatenano anche delle reazioni fisiche automatiche.

L’emozione provoca reazioni interne all’organismo (che puoi percepire oppure no). Secondo il tipo di emozione si possono verificare ad esempio un arrossamento del viso, l’aumento del battito cardiaco, l’inarcamento delle sopracciglia, l’irrigidimento della schiena. la dilatazione dello stomaco, la contrazione della mascella e così via.

Ogni emozione è anche accompagnata da una o più re-azioni agli stimoli esterni. Queste re-azioni (cioè azioni non propriamente volontarie rivolte all’esterno in risposta allo stimolo emotivo) sono un po’ più lente; per questo ci danno il tempo di scegliere se assecondarle o meno. In alcuni casi contrattacchiamo verbalmente in modo aggressivo, oppure smettiamo di parlare di colpo. In altri casi parte uno schiaffo, ci spostiamo di scatto, cambiamo posizione, ci blocchiamo fisicamente e così via.

L’emozione non si può impedire

Mettiti il cuore in pace: non puoi fare nulla sul momento per impedire a un’emozione di nascere e neppure per bloccare i suoi effetti fisiologici immediati. Hai però un grandissimo potere: puoi scegliere cosa fare di questa emozione, cioè se rifiutarla o accoglierla.

Scegliere di accogliere l’emozione, però, non significa darle il potere di farci reagire in modo automatico e controproducente. In effetti, quando siamo in balia delle nostre emozioni, non agiamo ma re-agiamo. Queste re-azioni ci portano spesso fuori strada e sono controproducenti rispetto ai nostri obiettivi e desideri profondi.

Cosa facciamo spesso

Spesso quando arriva un’emozione, intensa o meno che sia, blocchiamo il respiro e andiamo in contrazione per reprimerla e resistere ai suoi effetti. Questo non è saper gestire le emozioni.
Gestire le emozioni positivamente vuol dire invece trasformarsi in ampi contenitori che si lasciano attraversare dalla tempesta emotiva, respirando e restando fermi. Accogliere l’emozione è un’azione attiva e consapevole di osservazione, senza re-azioni.

Gestire le emozioni positivamente significa anche lasciarsi attraversare dalla tempesta emotiva

Cosa significa accogliere un’emozione

Accogliere un’emozione che vogliamo gestire in modo positivo e utile per noi significa riuscire a viverla in tutta la sua potenza, accettando di essere completamente coinvolti, senza però identificarci con essa. Significa anche accettare di non giudicare quest’emozione.

Quando un’emozione arriva, non cercare di razionalizzare pensando se sia giusta o sbagliata, legittima oppure no. Semplicemente prendi atto che c’è e lasciale spazio. Se le emozioni sono accolte, diventano effimere e non c’è ragione di aver paura che ti invadano a lungo.

Il rilassamento dopo lo tsunami emotivo

Dopo qualche minuto, o più raramente dopo qualche ora, di un vero e proprio tsunami emotivo, arriverà la fase del rilassamento. Proprio come il mare si calma ogni volta dopo la tempesta. Vedrai: a quel punto sarai libero dall’emozione e ti sentirai più vitale, anche se molto probabilmente sarai stanco. Si sperimenta, di solito, quella stanchezza rilassata tipica delle fasi successive a uno sforzo fisico importante.

Avendo accolto senza giudizio l’emozione, ci sarà tutto lo spazio libero per la serenità e la gioia. È proprio questo il vantaggio di accogliere le emozioni, evitando di reprimerle o nasconderle.

Abbi fiducia: dopo un momento di disperazione o di furia, potresti veramente provare una grande gioia. Ti sembrerà impossibile se non ne hai ancora fatto l’esperienza ma invece è proprio così.

Imparare dai bambini a gestire le emozioni

Recuperiamo la spontaneità e l’autenticità del bambino che è capace di piangere disperato per dieci lunghi minuti per poi scoppiare in una fragorosa risata pochi istanti dopo.

Nella mia esperienza, la gioia e la serenità provate dopo uno sfogo emotivo nascono dal fatto di aver lasciato agire l’emozione ed essersi liberati della tensione emotiva accumulata.

C’è anche un livello più profondo all’origine di questa gioia e serenità. La gioia profonda e sottile legata al fatto di aver accettato noi stessi e l’emozione, piacevole o spiacevole che sia. I nostri lati oscuri, in questo modo, diventano molto meno cupi e spaventosi proprio perché li abbiamo accolti.

Prova tu stesso. Dopo aver accettato di vivere un’emozione, specialmente una di quelle che ritieni scomode o sconvenienti, senza giudicarti, sentirai in te qualcosa di nuovo, l’apertura verso te stesso e verso gli altri. Una sensazione di amore, gioia e pace che provengono dall’interno.

Gestire le emozioni positivamente vuol dire pure accettare i lati più cupi e oscuri di noi stessi

Gestire le emozioni positivamente porta a un cambiamento

Nel tempo, man mano che si sperimenta la sensazione di pace data dall’accettare le emozioni e viverle liberamente, senza pregiudizi, costrizioni o paure, la vita diventa più leggera. Gestire le emozioni positivamente permette di essere semplicemente quello che siamo e di vivere sempre di più in pace con noi stessi e gli altri.

La spontaneità nella nostra società, è fattibile?

So già cosa stai pensando: come si fa nella nostra società a lasciar liberamente agire le emozioni? “Non posso infuriarmi con il mio capo”. “Non è possibile scoppiare a piangere durante una lezione”. “Come faccio a urlare contro lo Stato?”.

Ci sono situazioni nelle quali esprimere le nostre emozioni potrebbe essere controproducente. Per paura di “versare benzina sul fuoco”, crescendo impariamo a trattenere le emozioni.

Per ora le cose stanno così: la nostra società non vede di buon occhio la possibilità di esprimere le emozioni liberamente. Aspettando che l’umanità evolva e cambi atteggiamento nei confronti delle emozioni ti suggerisco una strategia, quella dei post-it.

La strategia dei post-it

Quando un’emozione sta arrivando e non pensi di essere nelle giuste condizioni per esprimerla liberamente scrivi mentalmente un post-it, un appunto da conservare dentro di te.

Ricordati di tornare sull’emozione in seguito, quando sarai libero di esprimerla. Le emozioni possono essere accolte anche a distanza, ripensando alle situazioni che le hanno generate. Per aiutarti a farlo puoi scrivere una lettera. Mi raccomando: usa carta e penna, al computer l’effetto non sarebbe lo stesso.

Quando esprimere le emozioni non è possibile perché non sarebbe socialmente accettato, possiamo usare alcuni espedienti per non reprimere le emozioni ma accoglierle in un secondo momento

La lettera e l’atto simbolico del fuoco

Pensa alla situazione che ha generato l’emozione che ti sei sentito costretto a trattenere e scrivi tutte le parole che ti vengono in mente.

Scrivi rivolgendoti alla persona o all’evento che pensi sia la causa scatenante dell’emozione (anche se in realtà la causa scatenante è il tuo modo di vivere la situazione). Ad esempio puoi scrivere “Signor capo non può trattarmi così! È profondamente ingiusto! Sono furioso…”. Oppure “Maledetti politici che non mettete al primo posto il benessere dei cittadini! Servirebbe così poco per far funzionare tutto al meglio!” e così via. Sviluppa tutti gli argomenti e sfoga liberamente le parole trattenute.

Non cercare di essere gentile, educato, simpatico o rispettoso, non avrebbe senso. Questa lettera non verrà mai recapitata a nessuno, non verrà letta da nessun altro a parte te. Scrivi di pancia: insulti, esagerazioni, generalizzazioni, sentenze drastiche… Tutto è permesso. Intanto che ti sfoghi verbalmente, respira, osserva e accogli anche le reazioni del tuo corpo.

Dopo aver liberato l’emozione in ogni sua parte, puoi bruciare la lettera per trasformare il suo contenuto in cenere: una sostanza leggera e fertile.

Puoi eliminare la cenere gettandola nel water oppure spargendola nella terra ai piedi di una pianta. Poiché la cenere è fertile, aiuterà la pianta a crescere. In questo modo avrai trasformato e messo di nuovo in circolo, nel ciclo della vita, ciò che era rimasto bloccato dentro di te.

La scelta di accogliere le proprie emozioni

Se ignoriamo le nostre emozioni e ci rifiutiamo di ascoltarle e prenderle in considerazione, accettiamo di essere in balia di quello che ci accade e che proviamo. Ci troviamo ad agire in modo automatico senza comprenderne le cause. Le emozioni ci gestiscono e ci sentiamo senza potere. Inoltre, perdiamo una preziosa occasione per conoscere noi stessi.

Quando invece scegliamo di essere attivi e osservare cosa accade nel momento in cui nasce un’emozione, abbiamo l’opportunità di comprendere:

  • il contesto in cui l’emozione nasce in noi, cioè i fatti oggettivi;
  • il motivo per cui nasce quest’emozione, ovvero il modo in cui interpretiamo la realtà e perché lo facciamo;
  • quale reazione o reazioni si scatenano in noi in modo automatico.

Quando osserviamo con onestà, possiamo anche valutare se quanto proviamo e le sue conseguenze sono “appropriate” alla situazione, cioè razionalmente adatte e proporzionate all’evento. Oppure se la reazione emotiva scaturita è oggettivamente sproporzionata alla situazione contingente.
Ci accorgiamo (senza giudicare o condannare) che l’emozione è sproporzionata? Possiamo interrogarci sul perché sia tanto intensa.

La qualità e l’intensità dell’emozione sono condizionate dal nostro modo di vivere la situazione e dunque dai filtri con cui interpretiamo la realtà. Questi filtri nascono dal nostro dialogo interiore, dal vissuto personale presente e passato e addirittura da quanto è accaduto ai nostri familiari risalendo alla genealogia.

Il potere di accogliere l’emozione

Accogliere l’emozione ci permette di osservare cosa accade in noi e perché. Quando provi un’emozione, puoi scegliere di lasciare che ti guidi verso altri episodi della tua vita in cui hai provato qualcosa di analogo. Potresti anche approdare in contesti diversi, in epoche diverse. Le emozioni del presente sono spesso emozioni già vissute nell’infanzia e nella vita dei nostri avi.

L’emozione può farci da guida per risalire ad altri episodi nel passato in cui ci siamo sentiti allo stesso modo

L’emozione come porta d’ingresso a un viaggio interiore

Se accetti di accogliere un’emozione che provi nel presente, farlo potrebbe ricondurti a una ferita emotiva del passato e potrebbe aiutarti a elaborarla. Sto parlando di quei traumi dolorosi che rimangono in noi e che guidano le nostre azioni senza che ce ne rendiamo conto. Potresti renderti conto che la furia che senti, il senso di svalutazione o di ingiustizia che provi, oggi, nei confronti di una persona o di una situazione, è la stessa emozione che provavi nell’infanzia di fronte a tuo padre o a tua madre.

L’emozione acuta e drammatica diventa così una preziosa alleata, il segnale di una ferita passata che si può scegliere di guarire per essere in pace con il passato e con il presente. Fare pace significa diventare più aperti e sereni rispetto alla propria vita presente e al futuro.