Giu 9, 2026 | Bioconsapevolezza, Conoscersi, Consigli pratici
Ci sono mattine in cui ti svegli accanto alla stessa persona da dieci, quindici, vent’anni e ti sorprendi a pensare: ma quando è successo? Possiamo ancora riaccendere l’intimità? Perché non c’è più complicità? Non c’è stata una rottura, non c’è stato un tradimento. È successo piano piano, senza che nessuno se ne accorgesse davvero. L’amore è ancora lì, solido, reale, ma l’intimità si è come esaurita tra le bollette da pagare, i figli da portare a scuola, le carriere da gestire. La coppia ha iniziato a vivere come se si fosse coinquilini efficienti: organizzati, coordinati ma distanti.
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C’è la stanchezza, certo. Non si può negare. C’è, però, anche qualcosa di più sottile: la sensazione di conoscersi così bene, dopo tanti anni, che tante cose sembrano scontate. E non è più ovvio che ci siano nuove cose da scoprire, sull’altro o con l’altro. Quella familiarità che un tempo dava sicurezza diventa, a volte, l’alibi per smettere di cercarsi. Non è colpa tua. Non è colpa del tuo partner. È quello che succede quando la vita quotidiana occupa tutto lo spazio e non rimane più posto per il “noi”.
La coppia ha iniziato a vivere come se si fosse coinquilini efficienti
La trappola dell’oasi nel deserto
Il riflesso naturale, quando ci si accorge di questa distanza, è pensare a qualcosa di grande: una serata romantica, un weekend per due senza figli, un evento speciale. L’idea non è sbagliata di per sé. Il problema è il contesto in cui avviene. Quando tra due persone si è accumulato un lungo periodo di silenzio affettivo (poche carezze, pochi sguardi, pochi momenti di vera connessione), quell’occasione speciale rischia di portarsi sulle spalle un peso enorme. Diventa la chance per compensare tutto ciò che è mancato. Deve essere magica. Deve sistemare tutto in una sera. Senti già la pressione che si crea? Io sì, la sentirei.
È come un’inondazione dopo una siccità prolungata: invece di dissetare, allaga. Finisce spesso in silenzi imbarazzati o in discussioni su cose banali, e ci si ritrova ancora più lontani di prima. Prima di andare avanti, vorrei chiarirti cosa intendo per intimità: non solo la dimensione sessuale, ma un’intimità a 360°: fisica, sessuale, emotiva, mentale, spirituale. Tutto ciò che fa sentire due persone davvero vicine.
Intimità non è solo intesa sessuale e fisica ma anche emotiva, mentale, spirituale
L’intimità non si riaccende: si coltiva
Il cambiamento che propongo non è un grande gesto. È una strategia diversa, quella delle micro-azioni. Piccoli gesti quotidiani che, sommati nel tempo, portano a risultati straordinari. L’intimità è come un fiore, ha bisogno di acqua costante, di terreno nutriente, di rispetto per i propri ritmi. Non si tratta di riservare un’ora e “entrare nell’atmosfera giusta”. Si tratta di non lasciare passare un giorno senza un momento, anche breve, di connessione reale.
Spesso non agiamo non perché non vogliamo, ma perché le azioni che ci sembrano necessarie appaiono troppo grandi, troppo impegnative. La strategia delle micro-azioni sposta la prospettiva, iniziando da quello che è piccolo, semplice, fattibile anche nelle giornate più piene. Prima di arrivarci, però, analizziamo insieme due premesse importanti.
Prima premessa: perché l’intimità possa fiorire, serve sicurezza
Non la sicurezza di chi sa già come andrà a finire, quella è prevedibilità, e può diventare noia. Intendo la sicurezza profonda di chi si sente accolto, rispettato, libero di mostrarsi per quello che è senza il timore di essere giudicato. È la condizione essenziale perché ciascuno osi aprirsi, esprimere la propria vulnerabilità, essere autentico, senza rischiare al contrario di diventare vittima, di rischiare la propria incolumità. Senza questo terreno, nessuna micro-azione attecchirà.
Se la tua relazione non permette ancora questo tipo di spazio, il percorso che ti consiglio è prima di tutto personale. Lavora per rafforzare l’autostima, riconoscere cosa vale davvero per te, imparare a scegliere relazioni appaganti e nutrienti per quello che sei e in cui credi. Il tutto per evitare coloro che non ti vogliono realmente bene e che potrebbero reagire con soprusi e violenza di fronte alle tue manifestazioni di autenticità.
Seconda premessa: i rancori non si risolvono con l’ossitocina
Se quando pensi all’idea di riavvicinarti al tuo partner senti una resistenza, stanchezza, diffidenza, oppure un dolore difficile da nominare, accogli le tue sensazioni come un’informazione preziosa. Quando l’intimità se ne va, non è quasi mai solo per mancanza di tempo o di strumenti. Spesso ci sono cose non dette, risentimenti accumulati, ferite che non si sono mai chiuse. In quel caso il percorso da fare è di riconciliazione, non di riaccensione, e merita l’accompagnamento di uno psicoterapeuta di fiducia.
Un primo passo che spesso aiuta, anche prima di cominciare qualsiasi altro lavoro, è questo: scrivi una lettera simbolica al tuo partner. Una lettera che non consegnerai, che non farai leggere, ma che ti permette di portare fuori liberamente tutto quello che tieni dentro, senza il rischio di innescare conflitti. I silenzi allontanano, e questa lettera è un modo per rompere il silenzio con te prima ancora che con la persona con cui stai.
Una volta scritta, bruciala. Metti le ceneri ai piedi di una pianta. È un gesto simbolico che appartiene a molte tradizioni di trasformazione: permette al dolore bloccato (a volte da anni) di farsi leggero e fertile e tornare nel ciclo della vita. È un regalo per te, e indirettamente per la qualità della vostra relazione.
I silenzi allontanano, la lettera simbolica serve a rompere il silenzio con te prima ancora che con la persona con cui stai
Cosa fare, concretamente
Se le premesse ci sono, quando la relazione è un luogo sano e il terreno è fertile, allora puoi cominciare a introdurre nel quotidiano quei gesti piccoli che sembrano insignificanti ma non lo sono affatto. Un bacio rubato in cucina. Una domanda sincera su come sta davvero andando la sua giornata. Una carezza offerta senza aspettarsi nulla in cambio.
Il corpo risponde a questi gesti in modo misurabile: bastano 20 secondi di contatto fisico affettuoso, come un abbraccio per aumentare i livelli di ossitocina, l’ormone dell’attaccamento, del 20%. Non è retorica, è fisiologia. Il corpo non richiede molto per cominciare a sentirsi di nuovo vicino.
Potete scegliere insieme dei piccoli rituali quotidiani: dirsi “ti amo” guardandosi negli occhi davvero, non di corsa. Cinque minuti serali di tocco senza nessun intento sessuale, un massaggio alla schiena, ai piedi, al cuoio capelluto, alle mani, o semplicemente ballare insieme in cucina. Oppure, a turno, dire all’altro una cosa concreta per cui si è grati oggi, o una cosa che si ama di lui o lei.
Bastano 20 secondi di contatto fisico affettuoso, come un abbraccio per aumentare i livelli di ossitocina
La chiave di questi momenti è l’approccio: non vivere questi consigli come compiti da svolgere, ma come un’esperienza da esplorare con curiosità. Nessuna aspettativa di risultato, nessuna pressione di dover arrivare da qualche parte. Solo la disponibilità a fare l’esperienza, e vedere cosa succede.
Un consiglio pratico che cambia tutto: vale la pena, anche se può essere controintuitivo, usare un timer. Stabilite insieme la durata del momento (due, cinque, dieci minuti) e quando suona, quel momento finisce. Anche se nel frattempo si è svegliato il desiderio di andare oltre, ci si ferma. Fra qualche ora, il giorno dopo (perché no) se entrambi ne avete ancora il desiderio, potrete riprendere. Ma l’accordo di fermarsi serve a costruire qualcosa di fondamentale: la possibilità di vivere un’intimità leggera, senza pressione, senza l’obbligo di passare da “niente” a “tutto”. L’obiettivo non è la performance, è la presenza.
Vale la pena, anche se può essere controintuitivo, usare un timer
Infine, non dimenticare la cura di te. Una persona che si nutre, nel movimento, nelle amicizie, negli interessi che la fanno sentire viva, porta più vitalità nella relazione. Non è egoismo, è avere qualcosa di reale da condividere.
Nessuna coppia ricostruisce l’intimità in una sera. Ogni coppia però può scegliere, oggi, di tornare a guardarsi con curiosità e con tenerezza. Inizia con un gesto piccolo, sii gentile con te e con l’altro. Man mano che passa il tempo, ti accorgerai di guardare il tuo partner con occhi diversi… grati, amorosi, sorpresi di avere ancora tanto da scoprire.
Apr 2, 2026 | Conoscersi, Consigli pratici
Attraversare i momenti difficili a volte ci sembra semplicemente impossibile. Viviamo in un mondo che sembra chiederci continuamente di scegliere da che parte stare: il bello o il brutto, la luce o l’ombra, la gioia o il dolore. Eppure, la verità più semplice, e insieme più difficile da accogliere, è che nella vita non siamo chiamati a scegliere. Non so nemmeno se siamo chiamati a fare qualcosa, in realtà. Quello che so, è che abbiamo l’opportunità di sperimentare, di abitare, di sentire. Perché in ogni istante, qualunque esso sia, convivono in un intreccio sottile e inseparabile i due lati dell’esistenza: la luce e il buio, la grazia e la fatica, la perdita e la rinascita.
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Non esistono “periodi orrendi” o “tempi fortunati” in senso assoluto. Esiste la vita, con tutto ciò che porta con sé. Ed esistiamo noi, con la nostra capacità, potentissima, di orientare lo sguardo. Soprattutto quando stiamo attraversando un momento difficile.
Nella vita abbiamo l’opportunità di sperimentare, di abitare, di sentire
L’arte di allenare lo sguardo
Può sembrare un dettaglio, ma è lo sguardo che condiziona l’esperienza. Due persone possono attraversare la stessa situazione, vivere le stesse difficoltà, eppure percepirle in modi totalmente diversi. La differenza non sta tanto nell’evento, quanto nel modo in cui scegliamo di leggerlo.
Guardare non è solo un atto fisico. È un atto interiore. È decidere di riconoscere che anche nei momenti più bui brilla una piccola luce: una voce gentile, il profumo della pioggia, un abbraccio che riscalda, un sorriso di sostegno che arriva al momento giusto. Allenare lo sguardo a cogliere questi dettagli (a volte piccoli ma reali) significa uscire dalla trappola del tutto o niente: tutto perfetto o tutto catastrofico.
Immagina una giornata di pioggia: il cielo è grigio, l’umore tende alla malinconia o alla depressione, eppure, se ti fermi un istante, potresti sentire il suono della pioggia come un battito lento, ritmico, che invita alla meditazione. Potresti notare il verde acceso delle foglie lucidate dall’acqua, il riflesso di un raggio di sole che torna a filtrare tra le nuvole. È lo stesso momento, trasformato dallo sguardo.
La vita, maestra di contrasti
Ogni persona attraversa momenti difficili, di perdita, dolore, paura o disillusione. Un lutto, una malattia, un tradimento, un fallimento economico o affettivo: sono esperienze che sembrano strapparci la stabilità, lasciandoci nudi e disorientati. È naturale voler fuggire da queste emozioni: tutti noi lo facciamo, in un modo o nell’altro. Queste emozioni però fanno parte della vita quanto la gioia e la pace. Cercare di evitarle del tutto significherebbe rinunciare a vivere pienamente.
La vita si muove come un respiro: inspira ed espira. Dona e toglie, ci espande e ci contrae. Il bello e il brutto non sono categorie opposte, ma parti di un ciclo. Come le stagioni che si alternano per insegnarci che nulla resta fisso, ogni dolore contiene anche un nuovo germoglio. Le difficoltà, per quanto dure, ci costringono a scavare in profondità. È in quei momenti che spesso emergono le parti più autentiche di noi, quelle che non conoscevamo nemmeno, che ci permettono di riscoprire la nostra pienezza. Scopriamo risorse interiori che non pensavamo di avere, riceviamo gesti inaspettati di affetto, impariamo a rallentare e a capire meglio che cosa conta davvero.
Le difficoltà, per quanto dure, ci costringono a scavare in profondità
La bellezza come bussola
Riconoscere la bellezza non significa negare il dolore. Significa concedersi di vedere oltre. È come guardare un panorama dopo una lunga salita: non dimentichi la fatica, ma la vista la trasforma, le dà un senso. La bellezza diventa un balsamo, una direzione, una forza che ci sostiene nei passaggi più difficili.
Ci sono forme di bellezza ovunque: nella gentilezza di uno sconosciuto, nella risata spontanea di un bambino, nel colore di un tramonto, nel canto degli uccelli alle prime ore del mattino. Sono piccoli frammenti di grazia, spesso invisibili quando la mente è affollata di preoccupazioni. Ma se rallentiamo, se scegliamo di osservare anziché reagire, possiamo attingere a queste risorse discrete e nutrirci profondamente. Uno sguardo d’amore, una mano che stringe la nostra, un grazie sincero, il calore umano, anche quello di persone sconosciute. Tutto questo è bellezza concreta.
Ed è proprio questa bellezza quotidiana che ci permette di attraversare la sofferenza senza perderci. È la luce che filtra anche nei giorni più difficili, ricordandoci che non siamo soli — se non ci isoliamo noi stessi e scegliamo di restare aperti.
La trappola del “quando”
Molti di noi cadono nella trappola del “quando”. Quando le cose andranno meglio, quando avrò ottenuto quel risultato, quando passerà questo dolore. Ma la vita accade adesso, non “dopo”. L’attesa continua di un futuro ideale ci allontana dalla possibilità di trovare sollievo, pienezza e significato nel presente.
La felicità non è uno stato da raggiungere, ma un modo di stare al mondo. Non significa essere costantemente sereni o allegri, ma saper accogliere la gamma intera delle emozioni, riconoscendo che ogni sfumatura, persino la più cupa, merita di essere sperimentata e contiene la sua necessità. Più impariamo a restare presenti, più diventiamo capaci di riconoscere la bellezza che già c’è, anche in mezzo alle emozioni più difficili.
La felicità non è uno stato da raggiungere, ma un modo di stare al mondo
Coltivare la presenza momento per momento
Essere presenti non è sempre facile, soprattutto nei momenti difficili, di crisi. La mente tende a fuggire, a rimuginare sul passato o a proiettarsi nel futuro. La bellezza, invece, si manifesta solo nel momento presente: un tramonto non lo si può guardare domani, un abbraccio non lo si può ricevere ieri. È adesso, o mai.
Ci sono gesti semplici che possono aiutarci a restare qui: respirare profondamente e notare le sensazioni nel corpo; fermarsi a osservare qualcosa di bello, anche solo per un minuto; ringraziare mentalmente per una cosa concreta della giornata, grande o piccola che sia; dedicarsi all’ascolto autentico di una persona, senza distrazioni. Benché apparentemente ordinari, questi gesti ci riportano a contatto con la vita che accade, e con la sua bellezza, spesso silenziosa, ma sempre presente.
Oltre il dualismo: integrare, non scegliere
La nostra cultura ci ha educati a pensare per opposti: buono/cattivo, piacevole/spiacevole, successo/fallimento. Io credo che la vita non funzioni così. Non è una somma di poli in competizione, è piuttosto una danza di equilibri dinamici.
Accettare che in ogni momento possano coesistere aspetti belli e aspetti difficili significa smettere di voler aggiustare tutto, e iniziare a vivere con maggiore libertà. Non c’è bisogno di cancellare la tristezza per sentire gratitudine, né di eliminare la paura per trovare forza. Possiamo sentire tutto insieme ed è proprio questa complessità a renderci umani.
Un tramonto non smette di essere bello solo perché abbiamo il cuore ferito. Al contrario, in certi momenti risplende ancora di più, perché diventa uno specchio della nostra fragilità. La bellezza non salva dal dolore, ma ci ricorda che anche nel caos esiste qualcosa di buono, di puro, degno di essere amato.
Accettare che in ogni momento possano coesistere aspetti belli e aspetti difficili significa smettere di voler aggiustare tutto
La solidarietà come forma di bellezza
La solidarietà, per me, è tra le manifestazioni di bellezza umana più grande che ci sia. Quando attraversiamo momenti difficili e i tempi si fanno duri, la presenza compassionevole degli altri è più preziosa di qualsiasi conquista materiale. Un gesto di generosità, una parola di conforto, una mano tesa, bontà spontanea e gratuita in azione, ci ricordano che il calore umano esiste anche in un mondo imperfetto.
In un’epoca in cui siamo spesso iperconnessi ma soli, ritrovare questa rete di umanità è qualcosa di prezioso. Anche imparare a ricevere aiuto è importante. La bellezza di un sorriso condiviso, di una risata comune, di un “come stai?” sincero non è inferiore alla bellezza di un paesaggio naturale: è la prova che, anche nei momenti difficili, il sostegno c’è. E talvolta è ancora più presente quando l’orizzonte si fa scuro.
Riconoscere, gustare, custodire
Allenarsi a cogliere la bellezza è una pratica. Non un talento innato, ma una scelta costante. Ogni giorno possiamo decidere se chiuderci o aprirci, se restare concentrati su ciò che manca o accorgerci di ciò che c’è. È un percorso di gratitudine, di consapevolezza emotiva e di riconciliazione con la realtà.
La prossima volta che attraversi momenti difficili, prova a fermarti un attimo. Respira, guardati intorno. C’è quasi sempre qualcosa di bello a portata di sguardo: un albero, un suono, una luce, un volto amico, la sensazione di una forza interiore che non sapevi di avere.
Respira, guardati intorno. C’è quasi sempre qualcosa di bello a portata di sguardo
Questo non cancella il dolore. Può offrirti, però, radici e direzione mentre lo attraversi. Perché la bellezza, in questo modo, non è una fuga: è una forza. È ciò che ci ricorda la nostra appartenenza al mondo, la nostra capacità di amare nonostante tutto. E quando riusciamo a riconoscerla, anche nei giorni grigi, qualcosa dentro di noi si espande, ritrova equilibrio, fiducia, speranza. La vita non è tutta bella o tutta brutta: è contemporaneamente entrambe le cose. E forse la sua magia più grande sta proprio lì, in questa coesistenza che ci invita a restare, a sentire, a guardare con occhi più ampi.
Dic 5, 2025 | Bioconsapevolezza, Conoscersi
Ascoltare il corpo è uno degli atti di libertà più profondi che possiamo compiere. In un mondo che ci spinge continuamente a pensare attentamente alla nostra prossima mossa, programmare nei minimi dettagli la nostra vita, studiare per reagire nel modo migliore possibile, perdiamo spesso il contatto con ciò che sentiamo davvero. Eppure, è proprio ascoltando il corpo che possiamo riconoscere se una situazione è vitale per noi oppure se è tossica. Talvolta ci sono ambienti, relazioni, lavori che sono tossici fin da subito, in altri casi invece lo diventano silenziosamente, senza che neppure ce ne accorgiamo.
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Molte persone si sentono svuotate, prigioniere delle circostanze, come se avessero perso il proprio potere personale. Spesso a mancare non è la forza, manca, invece, il contatto. Quando smettiamo di ascoltare il corpo, smettiamo di orientarci nella vita attraverso segnali autentici. La mente può convincerci a restare in una determinata situazione, a resistere, a stringere i denti. Il corpo, invece, non ci inganna. Sa cosa ci fa bene e cosa ci fa male.
Spesso a mancare non è la forza ma il contatto con il proprio corpo
Il racconto del kudu e il linguaggio della tossicità
C’è una storia che racconta in modo semplice e molto efficace cosa accade quando non riusciamo più ad ascoltare il corpo. È il racconto del kudu e delle foglie cariche di tannino (trovi la versione completa della storia qui).
Quando l’albero di acacia viene aggredito, cioè sgranocchiato, troppo a lungo, aumenta la quantità di tannino nella linfa, rendendo le foglie amare, sgradevoli, quasi disgustose. È una strategia di difesa; un segnale biologico che dice al suo predatore “fermàti, smetti: hai superato il mio livello di sopportazione”. Un animale libero percepisce subito questo cambiamento e si allontana spontaneamente, andando a cercare un altro albero dal quale nutrirsi.
Il kudu della nostra storia, però, si trova in un recinto. Non può spostarsi per trovare altro cibo nutriente e vitale. In queste circostanze, il suo movimento naturale è impedito e, piuttosto che morire di fame, continua a mangiare quelle foglie amare piene di tannino: di conseguenza si intossica al punto di morire di epatite fulminante. L’antilope ha ascoltato le sensazioni del corpo ma non ha potuto assecondarle.
Quante volte nella nostra vita restiamo in luoghi di lavoro, relazioni, situazioni che il corpo percepisce come nocivi? La mente costruisce racconti che operano proprio come dei recinti, impedendo il nostro movimento naturale: “non posso andarmene”, “questo non si fa”, “io non ho alternative”, “una donna affidabile non lo farebbe mai”, “andarsene è pericoloso”, “quello che sento non può essere vero”. Tutte queste convinzioni sono come recinti, trappole che imprigionano.
Quante volte nella nostra vita restiamo in luoghi di lavoro, relazioni, situazioni che il corpo percepisce come nocivi?
La presenza del recinto non è necessaria…
Il triste finale potrebbe essere lo stesso anche senza la presenza di un recinto.
Se il kudu della nostra storia non fosse capace di rilevare con il gusto la presenza di tannino, non potrebbe sapere che è ora di allontanarsi. Non essere connesso ai propri sensi impedisce di percepire la realtà per quello che è.
Troppo spesso smettiamo di ignorare i messaggi di allarme solo quando il corpo invia segnali disperati di dolore fortissimo, tensione, esaurimento, malattie serie. Quando poi, finalmente, ci prendiamo il tempo di ascoltarlo, ci accorgiamo che sono mesi (se non anni) che riceviamo segnali e richieste di attenzione e di cambiamenti: noi, però, stavamo ignorando il problema.
Il corpo come bussola autentica
Il corpo vive sempre nel presente. Non ragiona né costruisce strategie, non proietta nel futuro. Sente, e proprio per questo è una bussola affidabile e coerente. Quando iniziamo ad ascoltare il corpo, impariamo a riconoscere in modo spontaneo ciò che ci porta energia e ciò che invece la toglie. Alcune situazioni ci fanno sentire più espansi, vivi, presenti; altre generano una sensazione di contrazione, di chiusura, di fatica.
Il corpo comunica attraverso segnali sottili: una tensione alla schiena, un peso sul petto, una stanchezza che non passa, ma anche una sensazione di leggerezza improvvisa, un respiro più ampio e profondo, una distensione interna dei nervi. Ignorare questi segnali significa allontanarsi gradualmente dalla realtà e dal proprio potere personale. Riconoscerli significa, al contrario, sviluppare un’alleanza concreta e un contatto con la realtà dai quali scaturisce una solida sensazione di fiducia.
Un esercizio per imparare ad ascoltare il corpo
Per molte persone ascoltare il corpo non è un’abitudine. Siamo stati educati a pensare, spiegare, controllare, in ogni situazione possibile. Pochi di noi vengono allenati a prestare attenzione al corpo, ad ascoltarlo con apertura e senza giudizio. Tramite segnali specifici, però, il corpo ci indica in ogni istante se una determinata situazione porta vitalità o tossicità.
Ti propongo un esercizio per allenarti a riconoscere i segnali del tuo corpo.
Richiama alla memoria un momento molto piacevole per te. Può essere una passeggiata, un tramonto, un momento speciale con una persona amata. Mentre lo immagini, ascolta il tuo organismo… Cosa senti? Scannerizza tutto il tuo corpo mentalmente: testa, collo, spalle, petto, schiena, pancia, bacino, gambe, braccia. Quale parte del corpo attira la tua attenzione in questa specifica circostanza? Senti una sensazione di apertura verso l’esterno? Di rilassamento? O forse leggerezza? Di formicolio? Identifica con esattezza queste sensazioni in punti specifici del tuo corpo e memorizzale.
Allenamento all’ascolto
Poi richiama, invece, un ricordo legato a un disagio, un ricordo “negativo” (non focalizzarti, però, su un trauma della tua vita, una situazione sgradevole recente è più che sufficiente). Di nuovo, ascolta il corpo: il petto si chiude? Le spalle si irrigidiscono? Il respiro cambia e diventa più affannoso? Percepisci una sensazione di pesantezza? Tensioni? Dove? Osserva le differenze rispetto alle sensazioni precedenti.
Completa l’esercizio ricontattando nuovamente un ricordo piacevole, e ascolta il tuo corpo reagire in modo diverso, recuperando i segnali della prima fase dell’esperienza. Man mano che interrogare il tuo corpo diventerà un’abitudine, ascolterai in tempo reale il suo “punto di vista” sulla situazione presente, oppure su eventuali situazioni possibili che stai immaginando, per capire quali scelte prendere.
Un punto di vista che si riassume con “Sì” (questa situazione mi porta energia) oppure con “No” (questa situazione mi toglie energia). Questa mappa interna è un riferimento prezioso che aiuta a capire in quale direzione andare rispettando il proprio corpo. Ti invito ad allenarti. Percepire il corpo semplificherà le tue scelte.
Man mano che interrogare il tuo corpo diventerà un’abitudine, ascolterai in tempo reale il suo “punto di vista” sulla situazione presente
Quando la mente prende il potere
Molto spesso, nelle vite di tutti noi, è la mente a comandare. Decide cosa è giusto, cosa è utile, cosa “dovremmo” desiderare e di conseguenza perseguire. Ma la mente può mentire, spingendoci a volere ciò che non sempre ci fa stare bene. Quando smettiamo di ascoltare il corpo, perdiamo la nostra bussola interiore e diventiamo dipendenti dagli altri e da regole esterne.
Facciamo un esempio: se non fossi capace di sentire il freddo, dovresti osservare come sono vestiti gli altri e dovresti indossare le stesse cose per evitare di ammalarti. Oppure diventeresti dipendente dal termometro e dal ragionamento per capire, di volta in volta, come comportarti in base alle temperature. E cosa succederebbe se perdessi il termometro?
Se non senti la fame e non sai di cosa ha bisogno il tuo corpo, devi seguire ciecamente un programma alimentare controllato. Quando non percepisci il pericolo, devi fidarti di altri che decidono cosa è pericoloso e cosa è sicuro per te. Se non senti il tuo stesso disagio, sei in balia delle decisioni altrui. Tutto ciò ti fa perdere libertà.
Il corpo e il rapporto con il peso-forma
Non è possibile parlare di salute e peso forma senza ascoltare il corpo. Invece, accade spesso che le strategie convenzionali si affidino a protocolli predefiniti. La mente agisce con prepotenza sul corpo prendendo poco in considerazione quello che il corpo sente. Nel mio approccio al peso forma, basato sulla bioconsapevolezza, aiuto le persone a riconnettersi al proprio corpo per ricreare una solida alleanza tra corpo e mente. Come si può immaginare di trasformare il proprio corpo senza prestargli attenzione?
La vera fame non è mentale. La vera sazietà non è mentale. I bisogni cambiano nel corso del mese, con il ciclo per le donne, con le stagioni, con i momenti della vita. Quando non ascolti il corpo, rischi di forzarlo portandolo su strade in cui si deve difendere, in cui deve resistere. Se, invece, ricominci ad ascoltare il corpo, il tuo organismo torna a essere (in tempi talvolta molto rapidi) un alleato affidabile. Puoi, allora, trovare strategie rispettose che permettono risultati duraturi.
Quando non ascolti il corpo, rischi di forzarlo portandolo su strade in cui si deve difendere, in cui deve resistere
Il silenzio come porta d’accesso alla percezione
Non possiamo davvero ascoltare il corpo se viviamo immersi nel rumore. Se parliamo continuamente, se pensiamo senza sosta, se facciamo tutto ad alta velocità, il mondo esterno ci distrae dalla nostra bussola interiore. È nel silenzio che le sensazioni si rivelano, è nelle pause che il respiro diventa percepibile. Imparare a rallentare il brusio della mente è importante soprattutto per questo.
Fermati tutte le volte che puoi, per qualche secondo. Osserva ciò che vedi intorno a te, presta attenzione ai rumori dell’ambiente, stimola il tuo senso del tatto, interroga il tuo odorato e percepisci quale gusto hai in bocca. Poi chiediti: cosa farebbe bene al mio corpo ora? Potresti semplicemente aver bisogno di cambiare posizione, stiracchiarti, massaggiare un attimo la tua nuca, bere un bicchiere d’acqua.
Prendersi questi attimi è un modo semplice, efficace ed immediato per tornare al corpo. Non è un esercizio per andare altrove, ma per tornare nel qui e ora.
Del corpo ti puoi fidare
Il corpo non inventa storie, non cerca scuse e non inganna e non costruisce strategie. Quando impari davvero ad ascoltare il corpo recuperi un tipo di intelligenza antica, profonda, alla portata di tutti. In un mondo in cui la mente ha un ruolo preponderante e tutti veniamo spinti ad essere razionali e ad affidarci alla tecnologia, questa è forse la vera forza dell’essere umano: sentire. Le macchine “pensano” più velocemente, ma non sentono. Noi possiamo sentire, e in questo sta la nostra libertà.
Ascoltare il corpo significa tornare a riconoscere cosa è nutriente e cosa non lo è. Vuol dire smettere di cercare all’esterno risposte che esistono già dentro di noi. Quando impari davvero ad ascoltare il corpo, ritrovi la tua direzione. E insieme, il tuo potere personale.
Feb 27, 2025 | Bioconsapevolezza, Conoscersi
Affrontare un trauma può essere difficile. Spesso pensiamo di non avere gli strumenti o le forze per farlo. Capita a tutti di trovarsi a vivere un evento o una situazione nuova e inaspettata in modo drammatico: la perdita di una persona cara, la fine inaspettata di una relazione, un licenziamento, il tradimento di un’amica, una diagnosi infausta.
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Come prima cosa, facciamo un passo indietro. Lo ritengo importante per affrontare qualsiasi trauma: nessuna esperienza è oggettivamente drammatica. L’unica cosa oggettiva sono i fatti. La morte di un genitore, un incidente in macchina, un’amputazione: questi sono i dati oggettivi, ciò che è accaduto.
Sono poi le tue convinzioni, il modo in cui sei cresciuto, i tuoi valori e riferimenti culturali, ciò che non riesci a tollerare, il tuo passato e tutte le memorie inconsce, personali e genealogiche, a condizionare il modo in cui reagisci a un determinato avvenimento. Quello che pensi, la tua maniera originale di interpretare gli eventi che vivi, fa scaturire in te determinate emozioni, non il fatto in sé. A seconda del filtro interpretativo, lo stesso avvenimento può essere vissuto come la più grande delle tragedie, come un’incredibile opportunità o in maniera neutrale, come qualcosa che non è né brutta né bella.
Quello che pensi, la tua maniera originale di interpretare gli eventi che vivi, fa scaturire in te determinate emozioni
Le obiezioni più comuni
Anche se non siete qui con me vi immagino, posso sentirvi fare qualche obiezione: “la morte di una persona cara è sempre drammatica di per sé, non è una questione di interpretazione“. Invece, non c’è nessun sempre, anche il modo in cui viviamo la morte è fortemente influenzato da convinzioni, credenze e cultura.
Chi crede nella reincarnazione e nella vita eterna, ad esempio, pensa che la persona non scompare: semplicemente tornerà a vivere in un altro corpo e in un’altra forma. C’è poi chi si focalizza sulla fortuna di aver incontrato la persona che è morta, perché vivere insieme un pezzo di cammino è già un grande dono. Queste persone penseranno a chi non c’è più con il cuore colmo di gratitudine. Infine, ci sono individui che si focalizzano sull’assenza, sulla perdita, sull’ingiustizia di ciò che non potranno più fare e vivere. A volte possiamo vivere tutti questi aspetti in modo simultaneo oppure progressivo nel corso del lutto.
Conoscersi per non restare schiacciati
Quando succede qualcosa, ormai è fatta. Non possiamo riavvolgere il nastro del tempo. Nostra sorella non può tornare dall’aldilà, una gamba amputata non può essere riattaccata, quel lavoro perso è perso. Possiamo rimuginare per una vita intera su quanto è accaduto, ma con quali risultati? Possiamo prendercela con Dio, con l’Universo, con l’ingiustizia della Vita (a seconda delle nostre credenze), ma non possiamo cambiare ciò che è accaduto. Eppure abbiamo un grande potere.
Siamo noi a controllare i nostri pensieri. Diventando consapevoli dei meccanismi che scattano nel nostro cervello di fronte a determinate situazioni possiamo fare una scelta. Dire di No a quanto accaduto e alle nostre emozioni, oppure dire di Sì (leggi anche l’articolo Dall’attaccamento all’accettazione, Cambia la tua vita con un sì).
Il No innesca una guerra, ci mette nella condizione di fare resistenza contro qualcosa che non può essere cambiato. Partendo da questo No, è come se una parte di te (mentale, energetica, emozionale) rimanesse bloccata all’interno dell’evento traumatico, in quel momento preciso. Hai perso tua madre a vent’anni e non sei riuscita o riuscito ad accettare l’accaduto? Crescendo, solo una parte di te è andata avanti sul suo cammino, mentre un’altra è rimasta lì bloccata. Il No porta ad azioni incoerenti rispetto alla realtà perché inconsciamente si nega quello che è accaduto.
Quando invece scegli di dire Sì a un evento, per quanto apparentemente terribile, hai la libertà di mettere tutte le tue energie e attenzioni nella ricerca di soluzioni per stare bene nonostante tutto.
Siamo noi a controllare i nostri pensieri
Cosa puoi fare per affrontare un trauma
Ti propongo dei passi che puoi compiere quando devi affrontare un trauma. Sono in un ordine cronologico per aiutarti a capire, ma in realtà tutto accade contemporaneamente o quasi.
- Scegli di dire Sì all’accaduto. Quanto successo è un dato di fatto. La persona che ami ti ha lasciato, ti hanno licenziato, hai una malattia e così via. Prendine atto.
- Accogli le tue emozioni. Sei un essere umano e le emozioni che provi sono il tuo modo personale di vivere la realtà. Onora le tue sensazioni, accogliendole con comprensione e benevolenza. In questo modo le lascerai libere di esistere.
C’è anche un terzo passo, ma prima di raccontartelo voglio darti altri strumenti che potrebbero esserti d’aiuto. Se dovessi renderti conto che le emozioni che provi, anche dopo averle accolte, sono eccezionalmente acute, drammatiche e durature, puoi scegliere una delle strade che ti descrivo nel prossimo paragrafo, oppure tutte.
Quando le emozioni sono troppo intense
Per iniziare, puoi osservare il tuo dialogo interiore e andare a caccia di virus mentali. Focalizza la tua attenzione soprattutto sulle generalizzazioni che usi quando parli con te stesso. Quante volte compaiono parole come mai, sempre, tutti, nessuno? Vai anche alla ricerca di una possibile tendenza a ingigantire i fatti. Per caso ti dici cose come: “non potrò sopravvivere in nessun modo a questo insulto”, “la mia vita è finita”, “non valgo niente di niente”?
Un dialogo interiore colmo di virus mentali ha il potere di trasformare una situazione sgradevole momentanea in un dramma acuto eterno.
Dopo aver lavorato sul dialogo interiore torna di nuovo sull’azione di accogliere le tue emozioni. Questa volta apriti alla consapevolezza che può trattarsi di emozioni passate cristallizzate. Sono state risvegliate dall’evento presente ma appartengono anche al passato. Sentirle e accoglierle oggi, rappresenta una vera e proprio liberazione per il tuo organismo. Senza obbligatoriamente andare a esplorare quelle situazioni passate che hanno dato il via alle emozioni bloccate. Lasciarle defluire oggi è già di per sé un processo terapeutico.
Se te la senti, infine, puoi lavorare per capire come mai questo particolare evento scatena in te un dramma così travolgente. Spesso, farlo permette di scoprire che quanto accaduto “mette il dito nella piaga” di una ferita antica, che in molti casi risale all’infanzia. Potrai così rielaborare il fatto scatenante del passato e liberarti dal dolore intenso che vivi oggi. Puoi farti aiutare nel percorso da un terapeuta di fiducia.
Lasciare defluire le emozioni oggi è già di per sé un processo terapeutico
Anche tu sei resiliente e puoi affrontare un trauma
La resilienza è la capacità di affrontare eventi stressanti e avversità, superarli e uscirne rafforzati. Quando attingiamo alla nostra resilienza, possiamo trasformare qualsiasi evento potenzialmente drammatico in un’opportunità di crescita interiore.
Che si tratti di un lutto, di una delusione amorosa oppure di un cambiamento professionale repentino, puoi rivisitare la situazione, osservarla con il senno di poi, imparare dagli errori, capire cosa di buono puoi trarre dall’accaduto.
Attraverso le emozioni che proviamo possiamo cogliere l’opportunità di conoscere meglio la nostra sensibilità, ma anche i nostri valori, le vulnerabilità, il nostro essere umani. Questo processo interiore ti permetterà di ripartire più maturo, più focalizzato. Potrai riprogettare la tua vita personale o professionale alla luce di nuove prospettive.
Quando propongo alle persone a cui è stata diagnosticata una malattia di “sfruttare” la malattia, andando a lavorare sulle radici che possono averla favorita per uscirne guariti fisicamente e anche più sani di prima, è proprio alla resilienza che faccio riferimento.
Più sperimenti la resilienza, più comprendi che sei capace di superare le difficoltà trasformandole in opportunità. Recupererai fiducia in te stesso e autostima, accederai a un circolo virtuoso che consente di mantenere la calma anche nelle situazioni difficili, reagendo con creatività di fronte ai problemi.
La resilienza abbassa anche il livello di ansia, perché saprai che se dovesse presentarsi un problema troverai il modo di affrontarlo. Sapere che dopo ogni tempesta c’è il sole, che puoi rifiorire dopo un evento spiacevole esprimendo di nuovo e persino meglio il tuo potenziale, ti farà sentire più sicuro.
Resilienza non significa resistenza
Sento che è importante precisare che resilienza e resistenza sono due concetti distinti. Due modi profondamente diversi di affrontare le difficoltà. La resistenza implica la capacità di resistere (appunto) a forze esterne, e il suo obiettivo è mantenere lo status quo. Implica una lotta in opposizione ed è una capacità statica.
Resistenza implica lotta e staticità, resilienza è adattamento e crescita
La resilienza invece non ha nulla di statico, anzi: si tratta di una competenza dinamica che può essere coltivata e sviluppata nel tempo. Coltivare la resilienza ci permette di gestire lo stress in modo sempre più efficace. Aiuta a ridurre le paure e la carenza di fiducia in sé stessi e a trovare soluzioni creative di fronte alle sfide.
Resilienza è adattamento e crescita anche in seguito a traumi o sfide. Implica trasformazione e capacità di rialzarsi dopo una situazione dolorosa. Un processo strettamente legato alla flessibilità.
Come attingere concretamente alla tua Resilienza
Ci sono diversi esercizi che puoi fare per connetterti alla tua capacità di resilienza, te ne propongo alcuni.
- Scrivere un diario in cui lasci fluire i pensieri e le emozioni.
- Scegliere attività che riducono il livello di stress: camminare, rilassarti, respirare consapevolmente, condividere le tue emozioni con persone accoglienti e benevole.
- Entrare in contatto con la Natura. La Natura e le piante in particolare, illustrano in silenzio la resilienza, il cambiamento dinamico continuo, con cicli successivi con inizi, trasformazioni e fini.
Infine, assodato il fatto che non avresti mai scelto volontariamente di affrontare l’avversità per cui stai soffrendo così tanto, ti propongo qualcosa che potresti in un primo tempo giudicare come totalmente insensata quando si parla di affrontare un trauma. Ti propongo di osare e fare a te stesso (o te stessa) una domanda.
Una domanda alla quale potresti non avere risposte in un primo tempo, ma che spesso apre sbocchi inaspettati: “Quale opportunità mi porta quanto accaduto?”
Mag 8, 2024 | Bioconsapevolezza, Conoscersi
Come nascono i dolori osteoarticolari? Secondo l’approccio convenzionale, le ragioni dietro ai dolori osteoarticolari possono essere diverse. Tra le cause individuate ci sono i traumi fisici, grandi o piccoli, i movimenti sbagliati, i cosiddetti “acciacchi dell’età dovuti all’usura”. In pratica delle ragioni meccaniche. A volte vengono prese in considerazione anche cause infiammatorie come l’artrite, che sarebbe dovuta a reazioni immunologiche.
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Ma se le cause fossero solo meccaniche o immunologiche perché c’è chi ha mal di schiena a livello lombare e non cervicale, quando invece i raggi X mostrano artrosi ai due livelli o addirittura nessun problema strutturale?
In caso di artrite, invece, perché alcuni hanno male alla mano destra e non alla mano sinistra? Al mignolo e non al dito medio? In questo articolo ti voglio proporre un modo complementare di considerare i tuoi dolori osteoarticolari.
Ogni sintomo, infatti, racconta una predisposizione e una modalità di affrontare una determinata situazione. Nel caso dei dolori osteoarticolari, il vissuto emotivo profondo, a volte inconscio, è legato a un senso di inadeguatezza. Il messaggio sotteso, cioè, può essere “la mia struttura non è adatta”, “non ce la faccio”, “non sono capace”. In sintesi, si vive un senso di svalutazione.
La svalutazione nel senso biologico
In biologia, quando si parla di svalutazione, non si intende una svalutazione di tipo psicologico. Spesso non ci si rende conto del vissuto emotivo, e questo è un dato di fatto comune a moltissime persone. Per comprendere meglio quello di cui stiamo parlando, cioè quale sia il vissuto biologico, è più facile pensare agli animali.
Spesso non ci si rende conto del vissuto emotivo, e questo è un dato di fatto comune a moltissime persone
L’animale è “più semplice”, o meglio più biologico e concreto, perché vive la realtà. Non ha le ansie e le paure tipiche dell’essere umano riguardo a situazioni astratte, future, virtuali, immaginarie. Non vive, cioè, quegli stati d’animo che portano confusione e sono legati più alla cultura, al proprio ego e a un dialogo interiore non sano.
L’esempio dell’animale ci aiuta a comprendere davvero
Per comprendere l’aspettò biologico e capire come nascono i dolori osteoarticolari dobbiamo mettere da parte le sovrastrutture legate a ego e aspetti mentali per tornare a pensarci e considerarci come mammiferi, animali con dei bisogni fondamentali. Un animale che vive un momento di svalutazione è, per esempio, un animale che non riesce a scappare o a correre abbastanza velocemente per sfuggire ai predatori o restare insieme al suo branco, perché non ha la potenza muscolare adatta. Un cane che non riesce a saltare al di là di una recinzione perché questa è troppo alta.
Non stiamo parlando di un blocco psicologico e mentale, un messaggio tipo “non valgo”, “la mia vita non ha senso”, “non merito di essere felice”. È qualcosa di profondamente diverso.
Il corpo agisce in tuo aiuto
Quando si vive un senso di inadeguatezza relativo alla propria struttura fisica, il corpo comprende che è necessario un cambiamento e di conseguenza si attiva per cambiare di fatto, concretamente, e diventare più adatto. A seconda della struttura “chiamata in causa” le necessità di modifica e potenziamento possono essere diverse e riguardare ossa, legamenti, tendini, articolazioni, muscoli: il corpo crea una risposta diversa, su misura.
Un dettaglio importante che bisogna sempre tenere in considerazione è che, durante il momento di stress che identifichiamo con la fase di “azione e modifica”, il corpo non esprime sintomi di alcun tipo.
Il corpo comprende che è necessario un cambiamento e si attiva per cambiare di fatto, concretamente, e diventare più adatto
I dolori articolari arrivano dopo. Quando si supera la situazione stressante che ha innescato il bisogno di cambiare e l’intervento del corpo, allora si attivano infiammazione e dolore, che noi comunemente mettiamo (quando riguardano ossa, muscoli e tendini) sotto il cappello dei “dolori osteoarticolari”.
Facciamo degli esempi che ci riguardano da vicino
Un esempio molto concreto che non riguarda gli animali ma noi esseri umani, potrebbe essere quello di una persona che sta portando delle borse molto pesanti. Il peso è troppo ma ci prova e ce la fa lo stesso. Il pensiero biologico sotteso a questo evento sarà “la mia struttura fisica non è adatta a portare queste borse”. Nei fatti, la persona farà fatica fisicamente, senza per forza avere pensieri consci. In un secondo momento, però, accuserà dei dolori.
Facciamo un altro esempio. Quando non riesci ad aprire il barattolo della marmellata e si tratta magari di un evento ripetuto, che accade ogni mattina, il tuo corpo vive quotidianamente una svalutazione biologica. La tua struttura non è adatta per compiere quell’azione e poiché la situazione continua a ripetersi è possibile che tu viva un dolore cronico.
Dolori articolari specifici di tipo localizzato
A seconda della localizzazione del dolore o dell’infiammazione, è possibile capire per quale tipo di azione, movimento o gesto il corpo vive lo stress di non farcela, di non essere adatto.
Il pensiero biologico del corpo (non della mente!) è di questo tipo: non ce la faccio a trattenere, sostenere, avanzare, afferrare, allontanare, respingere, cucire con precisione e così via.
Il pensiero biologico è del corpo, non della mente
La buona domanda per ridurre i dolori osteoarticolari
Un modo per iniziare a indagare in autonomia la radice del proprio disagio è farsi questa semplice domanda: “quale è il movimento che non riesco a fare a causa del dolore?”. Una volta individuato questo movimento, potremmo osservare in quale situazione sarebbe utile compierlo, o in quale situazione cerchiamo di farlo senza ottenere un risultato soddisfacente.
L’esempio della spalla destra per un destrimano
Se il movimento che ti provoca dolore è quello di portare avanti il tuo braccio destro, prova a indagare in quali situazioni fatichi ad abbracciare, cioè a portare verso di te. Se al contrario senti male quando porti il gomito indietro, verso la schiena, cerca di capire se vivi una situazione in cui non riesci ad allontanare una persona che “ti sta addosso”.
Il lato destro, per un destrimano, è legato al padre, al partner oppure ai fratelli e sorelle.
Il lato sinistro, sempre per un destrimano, è legato alla madre e ai figli.
Il dolore potrebbe anche interessare un qualunque altro movimento. Ogni volta è importante osservare a cosa serve il movimento e cercare di capire a cosa potrebbe essere collegato.
Ogni volta è importante osservare a cosa serve il movimento e cercare di capire a cosa potrebbe essere collegato
Come nascono i dolori osteoarticolari alle cervicali
Quando si hanno dolori alle cervicali, consiglio di analizzare con attenzione il tipo di dolore. Si fa fatica a girare la testa a destra, a sinistra, ad abbassare la testa, oppure ad alzarla? Ogni movimento è legato e ci orienta ad analizzare un’azione specifica: il mio torcicollo mi impedisce di girare la testa a destra e a sinistra? Provo a chiedermi qual è stata la situazione stressante in cui era in gioco un “no” che volevo dire e che non sono riuscito a pronunciare, oppure che sono stato obbligato a dire.
Qual è invece la situazione in cui non devi guardare a destra e sinistra per non distrarti, perché è molto importante che focalizzi la tua attenzione su quello che hai davanti?
Non riesci ad abbassare la testa? Qual è la situazione stressante in cui vivi una sorta di sottomissione che ti fa stare male?
Il dolore che provoca dolore
Quando finalmente si supera la situazione stressante legata al movimento che non si poteva/doveva/riusciva a fare, il corpo si rilassa e sviluppa uno stato di infiammazione che si esprime (anche) attraverso il dolore.
Il dolore ha un suo senso e un significato profondo: il corpo ti “chiede” con gli strumenti che ha, di far riposare la zona osteoarticolare che ha attraversato il cambiamento, per permettere che recuperi al meglio le sue funzioni e ripristini un completo stato di benessere.
Il corpo chiede con gli strumenti che ha di far riposare la zona osteoarticolare
Il dolore limita nell’azione e ora hai capito che è un bene. Però, se non conosciamo questo vantaggio biologico e viviamo la situazione solo come un impedimento di tipo negativo, si concretizza il rischio di riattivare lo stress legato alla svalutazione biologica iniziale. Non riesco a fare il gesto a causa del dolore; quindi, il corpo si riattiva di nuovo per poi rilassarsi, di conseguenza si scateneranno l’infiammazione e il dolore e così via. In un continuo circolo vizioso di infiammazione.
In questi casi, la conoscenza che sto condividendo serve proprio a non preoccuparsi quando si presenta un dolore osteoarticolare e a lasciare che il corpo possa riposare quando serve. Possiamo farci aiutare dai farmaci per ridurre il dolore e l’infiammazione, rispettando però la necessità di quella parte di noi di non muoversi o muoversi molto poco, per il tempo che serve a ripristinarsi completamente.
Mar 25, 2024 | Conoscersi, Consigli pratici
Recuperare leggerezza e vitalità in tempi relativamente brevi è possibile, entrando in contatto con quella corrente vitale che scorre dentro di noi. Ci sono tutta una serie di azioni, reazioni ed emozioni che nascono in noi e ci attraversano senza bisogno di alcun intervento della nostra mente. Respiriamo, ci muoviamo, digeriamo, ci emozioniamo anche senza bisogno di scegliere o controllare quanto facciamo.
L’educazione, i traumi che possono subentrare e le emozioni bloccate che spesso ne conseguono, però, di solito allontanano da questo potente movimento interiore, naturale e spontaneo. Scopri con me cosa puoi fare, giorno dopo giorno, per recuperare leggerezza e vitalità partendo proprio da chi sei.
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Paure e ferite, consce e inconsce
La paura di essere sbagliati e dunque non amati ed esclusi dagli affetti, dalla famiglia, dalla società, spesso può diventare più forte della corrente vitale. In modo più o meno consapevole ci si creano dei limiti, delle regole di “savoir vivre” basate su ciò che è bene oppure male, giusto o sbagliato, spesso con riferimenti assolutistici. Qualcosa va bene del tutto o per niente, un’azione è bianca oppure è nera. Facciamo questo, anche se spesso non ce ne accorgiamo, per difenderci e per evitare di provare dolore. Questo comportamento, però, spesso ci condanna a un malessere certo (poiché ci allontaniamo da ciò che davvero siamo e sentiamo) per la paura di un dolore incerto (il rifiuto, ipotetico, degli altri).
Se questo è accaduto anche a te, molto probabilmente ora fai fatica a vivere spontaneamente le emozioni e non sai riconoscere il tuo potenziale né sai come esprimerlo a pieno.
Come un bonsai
La tua situazione, comune a molte altre persone, mi ricorda quella di un bonsai. Sei nato con il potenziale per diventare una gigantesca quercia secolare. Potatura dopo potatura, sotto l’influenza di controlli e cure quotidiane, al prezzo salato di un costante indottrinamento e di un grande autocontrollo, con il tuo consenso più o meno conscio, ti è stata cucita addosso un’identità adatta alla società. Il tutto per non disturbare troppo gli altri e forse anche per non attirare troppo l’attenzione.
Questo processo di trasformazione che piega il potenziale spontaneo delle persone e lo plasma in opere idonee alla società, per rispondere al bisogno di controllare e domare la natura selvaggia, richiede una mole di energia enorme. Questo perché è difficile e faticoso contrastare la potenza della vita rigogliosa che scorre dentro ciascuno di noi, e spinge per crescere ed espandersi.
In questo articolo il mio obiettivo è quello di suggerirti una via all’insegna della spontaneità, della naturalezza e dell’autenticità. Perché se ti lasci andare, se rinunci all’autocontrollo e accetti di osservare con curiosità il disvelarsi del tuo potenziale, potrai recuperare leggerezza e vitalità e smetterai di sprecare tanta energia.
Anche tu ti sei piegato per non disturbare troppo gli altri? Forse la società ti ha cucito addosso un’identità che non è la tua
Strumenti per recuperare leggerezza e vitalità sulla strada della spontaneità
Di seguito voglio darti alcuni consigli, o forse si tratta piuttosto di strumenti e percorsi, utili a recuperare la leggerezza, il senso vitale e con essi anche la gioia.
- Riconosci la tua dignità: sei unica e preziosa, o unico e prezioso. Nessuno nei secoli passati e nessuno nei tempi a venire potrà essere del tutto uguale a te. Quello che sei è importante ma anche quello che non sei ha un perché. Le tue qualità e i tuoi difetti contano. Le tue capacità e le tue incapacità ti definiscono in modo positivo. Sei un mix unico e irripetibile.
- Dai legittimità ai tuoi limiti e valore ai tuoi talenti. Un pesce è un pesce, non ha bisogno di camminare fuori dall’acqua o di imparare ad arrampicarsi sugli alberi per vivere le sue esperienze. Sarebbe per lui totalmente inutile e se avesse un talento del genere potrebbe persino smarrire la sua strada.
- Ascoltati e mettiti nelle condizioni di percepire cosa accade in te. Essere in contatto con quello che sentiamo ci permette di capire quando una situazione è tossica per noi, cioè consuma la nostra energia inutilmente e mette il nostro organismo in uno stato di allerta. Al contrario, possiamo anche percepire se una situazione è benefica e nutriente, portatrice di maggiore energia e gioia.
- Interrogati sui tuoi valori, perché conoscerli è fondamentale. Cosa ti fa sentire bene? Cosa, invece, ti fa stare male? Cos’è intollerabile per te? Chiediti quali attività/persone/luoghi ti danno gioia ed energia e quali invece ti sottraggono energia. Se ti va, metti queste impressioni per iscritto, così da poterle rileggere ogni volta che ne hai bisogno e ricordare i tuoi valori fondanti.
Fare un lavoro in profondità
Oltre agli strumenti e ai consigli del paragrafo precedente, ti suggerisco di predisporti all’ascolto e intraprendere un percorso più approfondito nel tuo io. “Lavora” per conoscere le tue sovrastrutture e per smascherare quelle convinzioni che sono tue ma che non rispettano la tua personalità profonda (il tuo essere). Quali sono le cose che appartengono alla tua educazione e alla tua cultura ma che senti creare un attrito interiore? Se le percepisci come incoerenti e stonano con il tuo essere profondo lasciale andare: il tuo punto di vista unico serve ad arricchire il mondo. Fidati!
Impegnati per riconoscere le tue sovrastrutture
Riconnettersi alla propria voce interiore
Quando riusciamo a zittire la mente, a metterla in pausa, possiamo sentire la nostra voce interiore: per quanto piccola è un’ottima alleata, perché ci spinge con gentilezza e perseveranza verso una direzione che è realmente adatta alla nostra anima.
Ci vuole il coraggio di compiere un importante atto di fiducia, perché spesso la voce interiore ci guida su strade non ancora battute. Ti consiglio di esplorare e sperimentare nuovi modi di essere e fare quello che ti viene spontaneo, starai meglio.
Accogliere le emozioni e abbandonare i “dovrei”
Trattenere le emozioni richiede tantissima energia che non può più essere utilizzata per altro. Quando ci sforziamo a non esprimere le nostre emozioni entriamo in uno stato di frustrazione e stress cronico che progressivamente logora sempre di più. Le emozioni, invece, possono essere liberate per favorire il benessere: se vuoi saperne di più ti suggerisco questo approfondimento “come esprimere le emozioni per mantenersi in salute”.
Oltre a lasciar fluire le emozioni dai a te stessa, o a te stesso, la possibilità di mettere da parte tutti i vari “dovrei fare” e “dovrei essere”. Dimentica le ingiunzioni che vengono dall’esterno ma che col tempo hai interiorizzato. Ci sono una serie di azioni che compiamo in modo automatico senza neppure chiederci cosa sentiamo e cosa desideriamo realmente. Riconoscere quando la testa “parte per la tangente”, senza prendere in considerazione cosa comunica il corpo, può essere di grande aiuto per uscire in tempo da un circolo vizioso.
Dimentica le ingiunzioni che vengono dall’esterno ma che col tempo hai interiorizzato
L’esempio del melo
Spesso viviamo con la paura che, se non ci sottoporremo all’obbligo di agire, non faremo mai nulla di buono nella vita: non ci realizzeremo, non porteremo a termine la nostra missione, saremo creature inutili e così via.
Personalmente, quando sono affaticata e ho bisogno di ridimensionare la pressione dovuta all’imperativo di agire, ricordo a me stessa l’esempio del melo.
Il melo non si alza la mattina con l’obiettivo di fare delle mele. Il melo è semplicemente se stesso. Lascia scorrere la vita che gli è propria e che dipende solo da quello che già è, né più né meno. In questo flusso produce gemme, foglie, fiori, frutti… Esprime semplicemente la propria natura, che ci siano animali, umani o qualunque altro essere vivente nei dintorni ad apprezzare o meno le mele.
Non serve che conosca intellettualmente se stesso, non serve che si impegni e faccia fatica, non serve che corrisponda alle aspettative degli altri.
Ciò che secondo me è di grande esempio nella vita del melo, soprattutto, è che mai cercherebbe di produrre ciliegie o albicocche. Anche se qualcuno dovesse dirgli che le mele non sono l’ideale e che invece le ciliegie o le albicocche sono maggiormente amate e apprezzate.
Per recuperare leggerezza e vitalità ispiriamoci al melo e diamoci la possibilità di essere semplicemente e meravigliosamente noi stessi.