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Come ritrovare il peso forma in estate, senza diete drastiche

Come ritrovare il peso forma in estate, senza diete drastiche

L’estate può diventare una preziosa alleata per ritrovare il proprio peso forma. Questo non significa che dobbiamo ridurre drasticamente le calorie o allenarci di più alla ricerca di un corpo perfetto.

Il primo cambiamento che puoi mettere in atto per avvicinarti al tuo peso forma è molto più semplice e naturale di così: ti invito a smettere di trattare te stesso e il tuo corpo come un problema da correggere. Il percorso che ti propongo non è fatto di imposizioni, diete punitive o programmi da rispettare a tutti i costi. Parte dalla gentilezza, dall’ascolto e dalla ricerca di abitudini realmente adatte a te. Durante l’estate, di solito, cambiamo almeno in parte le nostre abitudini e possiamo sperimentare ritmi diversi da quelli del resto dell’anno. È un’occasione per osservare che cosa fa bene al nostro corpo e che cosa ci aiuta a sentirci più vicini a noi stessi.

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Il percorso che ti propongo non è fatto di imposizioni, diete punitive o programmi da rispettare a tutti i costi

Mandiamo in vacanza il nostro giudice interiore

Mandare in vacanza il giudice interiore è il primo atto di libertà che ti consiglio di compiere quest’estate. Non lasciare che la voce nella tua testa ti rinchiuda in casa, ti faccia evitare la spiaggia o rinunciare a un bagno rinfrescante. Se osi uscire, scoprirai subito una verità semplice e liberatoria: il mondo reale è popolato da persone di tutte le forme e misure.

Ci sono corpi piccoli, alti, magri, larghi, con cellulite, pance morbide, ginocchia storte e schiene dalle curve particolari. Accanto a loro ci sono anche donne e uomini con fisici apparentemente perfetti, almeno secondo alcuni canoni. E va bene così.

La perfezione che incontriamo sui social e nel mondo virtuale è spesso una costruzione: corpi ritoccati con i software di grafica, trucco studiato, pose, luci e sorrisi preparati. Nella vita quotidiana le persone sono vere, complesse e imperfette. Vivono giorni in cui si sentono sicure e altri in cui sperimentano incertezze e frustrazioni. Hanno fame di amore, pace e gioia.

Non permettere al tuo giudice interiore di raccontarti bugie: che non sei abbastanza, che devi vergognarti o che non meriti di divertirti. Il corpo non è un biglietto d’ingresso al diritto di esistere con gioia. È uno strumento per vivere bene.

Quando spegni il giudice interiore, trovi più spazio per la comprensione e la compassione verso te stessa, o te stesso, e verso gli altri. Quindi lascia la porta aperta, mettiti il costume (se ti va) e “buttati”. Il mondo reale è fatto di persone come te. Vivi, goditi l’estate e lascia che la vacanza del giudice interiore duri il più a lungo possibile. Ti sembra difficile? Aiutati seguendo i semplici consigli di questo articolo.

 

Stress e aumento di peso: quando vivi come un pesce fuor d’acqua

La chiave della mia proposta è semplice: trattati con la stessa cura che dedicheresti a un amico e cerca di capire perché a volte non ti senti a tuo agio. Immagina un pesce fuori dall’acqua. Per sopravvivere deve lottare con tutte le sue forze, perché si trova in un ambiente che non corrisponde alla sua natura. Può succedere qualcosa di simile anche a noi.

Quando non ascoltiamo i bisogni del corpo e i desideri dell’anima, quando seguiamo ritmi inadatti, pratichiamo uno sport che detestiamo, affrontiamo diete drastiche o conduciamo una vita che sentiamo lontana da ciò che siamo, ci sottoponiamo a uno stress continuo.La vita può diventare così poco adatta a noi da obbligarci a lottare ogni giorno.

Il corpo può percepire questa condizione come un ambiente ostile e attuare una strategia di difesa, anzi di sopravvivenza. Seguendo l’approccio della bioconsapevolezza, la ritenzione idrica e l’aumento di peso possono essere letti all’interno di questa logica emotiva e biologica: un organismo sotto pressione tende a proteggersi e, se trova un terreno favorevole, può trattenere liquidi (LINK) e mettere su peso.

La vita può diventare così poco adatta a noi da obbligarci a lottare ogni giorno.

Ritrovare un ambiente adatto

La strada per stare meglio non è quella di imparare a resistere in un ambiente inadatto. È quella di cercare, quando possibile, di uscire da questa situazione o evitare di ritrovarcisi continuamente.

Significa ridurre la fatica inutile:

  • le diete vissute come punizioni;
  • lo sport praticato soltanto per obbligo o troppo pesante per la propria struttura fiisica;
  • i ritmi che non lasciano spazio al riposo;
  • le abitudini seguite perché pensiamo di doverlo fare;
  • una vita troppo distante dai bisogni del corpo e dai desideri dell’anima.

 

Al posto di queste imposizioni, prova ad accrescere i momenti piacevoli della tua vita: ciò che ti fa stare bene, ti restituisce energia e ti permette di sentirti più viva (o vivo).

Non esiste una formula uguale per tutti. Il corpo e l’anima ci parlano, ognuno a modo proprio, e ci indicano che cosa è buono per noi. Abbiamo però bisogno di fermarci e ascoltarli. Quando diminuisce la necessità di lottare continuamente, può migliorare anche la qualità della vita: più energia, un sonno migliore e una relazione più serena con il corpo. Ritrovare il peso forma significa anche creare le condizioni per tornare a sentirsi come un pesce nell’acqua: nel proprio ambiente, con abitudini e ritmi più adatti alla propria natura. Talvolta non serve nessuna dieta.

Luce e sole per ritrovare ritmi più naturali

In estate è più facile trascorrere tempo all’aperto. Esporsi alla luce naturale, soprattutto al mattino e nel tardo pomeriggio, aiuta a regolare il ritmo sonno-veglia e favorisce la produzione di vitamina D, con benefici sull’umore, sull’energia e sull’appetito. La luce naturale può inoltre favorire un sonno più riposante, importante anche per la regolazione del peso. Puoi fare colazione sul balcone, aprire le finestre dopo il risveglio, uscire per una passeggiata al mattino o approfittare delle ore meno calde del tardo pomeriggio.

Non deve diventare una nuova regola da rispettare. Osserva semplicemente come ti senti quando trascorri più tempo all’aria aperta e quando fai entrare aria e luce nella giornata. Anche indossare abiti più leggeri e tessuti naturali può aiutarti a sentire meglio il corpo. La pelle percepisce l’aria, il calore, il movimento e il contatto con l’ambiente.

Sentire il corpo e favorire la riconnessione corpo-mente, ricreando un’alleanza, è un passaggio importante. Come puoi immaginare di cambiare il tuo corpo con rispetto se non lo senti e non riesci a riconoscere i suoi segnali di benessere o di tensione? Il primo passo è tornare ad ascoltarlo.

 

Acqua, idratazione e leggerezza

Mare, lago, fiume e piscina ci offrono la possibilità di lasciarci sostenere dall’acqua. Galleggiare, fluttuare, nuotare lentamente o camminare nell’acqua può rilassare la muscolatura, favorire una respirazione più profonda e migliorare il ritorno venoso. Questi effetti possono contribuire a ridurre gonfiori, pesantezza alle gambe e tensioni che spesso si accompagnano all’aumento di peso.

Non è necessario allenarsi o contare le vasche. Puoi semplicemente lasciarti portare dall’acqua, muovere le gambe, camminare lungo la riva o fare una nuotata leggera. Quando non hai accesso al mare, a un lago o a una piscina, puoi goderti dei momenti di benessere grazie a una doccia lunga, vissuta con consapevolezza. Senti l’acqua che scorre sul corpo, la sua temperatura e il profumo del sapone. Anche un pediluvio può diventare un momento piacevole da dedicare a te stessa. L’acqua può aiutarci a sciogliere le tensioni, sentirci più leggeri e tornare in contatto con il corpo.

Ricorda anche di bere regolarmente, soprattutto durante le giornate più calde. A volte la sete viene scambiata per fame: bere un bicchiere d’acqua prima di uno spuntino può aiutarti a capire meglio di che cosa hai realmente bisogno.

 

Alimentazione estiva senza diete punitive

Se conosci o stai esplorando il mio approccio al peso forma (LINK), sai che l’alimentazione, e soprattutto il focus sulle calorie, non fa affatto parte delle strategie che propongo. Il cibo però è una fonte di energia e il nutrimento condiziona la nostra salute e il nostro benessere. Può quindi essere utile osservare non soltanto quanto mangi, ma anche come ti senti dopo avere mangiato.

L’estate offre frutta e verdura ricche d’acqua, fibre, vitamine e minerali. Insalate, zuppe fredde e frutta di stagione possono saziare senza appesantire, aiutare la digestione e contribuire a regolare l’appetito. Puoi preparare insalate abbondanti con verdure, una fonte proteica, cereali integrali, olio extravergine, avocado, semi o altri ingredienti che ti piacciono. Dai importanza anche alla presentazione: un piatto che è un piacere per gli occhi nutre l’anima e può saziare meglio aumentando il piacere del pasto.

Puoi anche osservare come ti senti quando riduci, senza rigidità, i cibi molto processati, l’alcol e gli eccessi di zuccheri, che possono favorire infiammazione e ritenzione idrica.

Prima di mangiare, prova a fare tre respiri profondi e a chiederti:

  • Ho davvero fame?
  • Ho sete?
  • Sono stanca o stanco?
  • Provo agitazione o noia?
  • Che cosa mi farebbe bene in questo momento?

Non sempre riuscirai a distinguere immediatamente la fame fisica da quella emotiva. Va bene così, non preoccuparti. L’obiettivo è imparare, poco alla volta, a conoscerti meglio. Se qualche volta ti capita di abbuffarti di nuovo, dimenticando tutti i buoni propositi, è normale. Servono tempo e comprensione per cambiare le abitudini. Evita il perfezionismo. Quello che spesso viene considerato un errore capace di cancellare tutti i progressi, per me è un segnale: un’opportunità per conoscerti e comprenderti meglio.

Se qualche volta ti capita di abbuffarti di nuovo, dimenticando tutti i buoni propositi, è normale

 

Movimento piacevole e adatto al proprio corpo

Se non ti piace la palestra, non serve punirti continuando ad andarci. Esistono tante alternative valide. Il movimento piacevole riduce lo stress, migliora la sensibilità insulinica e favorisce un metabolismo più equilibrato. Il movimento non dovrebbe essere il prezzo da pagare per ciò che hai mangiato. Può essere un modo per sciogliere le tensioni, recuperare energia e sentire meglio il corpo.

Prova a chiederti:

  • Quale movimento mi dà piacere?
  • Come ho voglia di muovermi oggi?
  • Ho bisogno di un’attività energica o di qualcosa di più dolce?
  • Preferisco stare da sola o condividere questo momento con qualcuno?

Puoi passeggiare nelle ore meno calde, ballare liberamente per qualche canzone, praticare una breve sequenza di yoga come il saluto al sole oppure dedicarti a movimenti dolci per risvegliare caviglie, ginocchia, anche, bacino, spalle, polsi e collo. La costanza e il piacere sono più importanti dell’intensità. Il movimento che ti piace e che senti adatto a te ha maggiori possibilità di entrare davvero nella tua vita rispetto a un’attività vissuta come una punizione.

 

Come ascoltare il corpo e ritrovare il proprio equilibrio

Per tornare a sentirti come un pesce nell’acqua hai bisogno di riconoscere quello che fa bene al tuo corpo e alla tua anima e quello che, invece, ti obbliga a lottare tutto il giorno. Il corpo parla attraverso la fame, la sete, il sonno, il respiro, l’energia, il piacere, le tensioni e la stanchezza. L’anima parla attraverso i desideri, l’entusiasmo e la sensazione di essere, oppure no, nel posto giusto per te. Non aspettarti risposte immediate. Quando siamo abituati a non ascoltarci, può servire tempo per tornare a sentire con chiarezza.

Puoi iniziare la mattina dedicandoti qualche minuto all’ascolto. Respira e domandati come ti senti e cosa farebbe bene al tuo corpo in quel preciso momento.

Potrebbe essere bere un bicchiere d’acqua, aprire la finestra per fare entrare aria e luce, fare qualche respiro profondo, stiracchiarti, dedicarti un breve automassaggio o restare in silenzio. Prendi l’abitudine di porti questa domanda. Vedrai che il corpo, man mano, risponderà.

All’inizio le sue indicazioni potrebbero essere poco chiare, ma continuando ad ascoltarlo imparerai a riconoscere meglio i suoi segnali di benessere e di tensione. Può essere utile anche tenere un breve diario alla sera, annotando ciò che hai apprezzato e ciò che ha funzionato. Questo semplice esercizio aiuta a orientare l’attenzione sulle risorse anziché su difetti e fallimenti.

Respira e domandati come ti senti e cosa farebbe bene al tuo corpo in quel preciso momento.

 

Portare le abitudini estive nella vita quotidiana

Anche pochi giorni di vacanza possono essere utili per sperimentare nuovi ritmi. Puoi dormire un po’ di più, mangiare con maggiore calma, trascorrere tempo all’aperto, muoverti in un modo piacevole e osservare quali abitudini ti fanno stare davvero bene. Non cercare di cambiare tutto. Individua due o tre cose che funzionano per te e pensa a come potresti introdurle nella vita quotidiana.

Potresti decidere di dedicare qualche minuto all’ascolto del tuo corpo ogni mattina, dedicarti una doccia lenta la sera, preparare più spesso piatti freschi, colorati e nutrienti e così via. Questi suggerimenti non devono diventare nuovi ordini impartiti dal giudice interiore.

Sono pratiche da sperimentare con l’obiettivo che diventino la base di un cambiamento sostenibile e progressivo, verso un maggiore benessere. L’estate può aiutarti a capire che cosa cambia quando smetti di combattere continuamente contro te stessa.

Se ti interessa, puoi approfondire con un audio corso o leggendo il mio libro.

 

Riaccendere l’intimità nella coppia: consigli pratici

Riaccendere l’intimità nella coppia: consigli pratici

Ci sono mattine in cui ti svegli accanto alla stessa persona da dieci, quindici, vent’anni e ti sorprendi a pensare: ma quando è successo? Possiamo ancora riaccendere l’intimità? Perché non c’è più complicità? Non c’è stata una rottura, non c’è stato un tradimento. È successo piano piano, senza che nessuno se ne accorgesse davvero. L’amore è ancora lì, solido, reale, ma l’intimità si è come esaurita tra le bollette da pagare, i figli da portare a scuola, le carriere da gestire. La coppia ha iniziato a vivere come se si fosse coinquilini efficienti: organizzati, coordinati ma distanti.

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C’è la stanchezza, certo. Non si può negare. C’è, però, anche qualcosa di più sottile: la sensazione di conoscersi così bene, dopo tanti anni, che tante cose sembrano scontate. E non è più ovvio che ci siano nuove cose da scoprire, sull’altro o con l’altro. Quella familiarità che un tempo dava sicurezza diventa, a volte, l’alibi per smettere di cercarsi. Non è colpa tua. Non è colpa del tuo partner. È quello che succede quando la vita quotidiana occupa tutto lo spazio e non rimane più posto per il “noi”.

La coppia ha iniziato a vivere come se si fosse coinquilini efficienti

La trappola dell’oasi nel deserto

Il riflesso naturale, quando ci si accorge di questa distanza, è pensare a qualcosa di grande: una serata romantica, un weekend per due senza figli, un evento speciale. L’idea non è sbagliata di per sé. Il problema è il contesto in cui avviene. Quando tra due persone si è accumulato un lungo periodo di silenzio affettivo (poche carezze, pochi sguardi, pochi momenti di vera connessione), quell’occasione speciale rischia di portarsi sulle spalle un peso enorme. Diventa la chance per compensare tutto ciò che è mancato. Deve essere magica. Deve sistemare tutto in una sera. Senti già la pressione che si crea? Io sì, la sentirei.

È come un’inondazione dopo una siccità prolungata: invece di dissetare, allaga. Finisce spesso in silenzi imbarazzati o in discussioni su cose banali, e ci si ritrova ancora più lontani di prima. Prima di andare avanti, vorrei chiarirti cosa intendo per intimità: non solo la dimensione sessuale, ma un’intimità a 360°: fisica, sessuale, emotiva, mentale, spirituale. Tutto ciò che fa sentire due persone davvero vicine.

Intimità non è solo intesa sessuale e fisica ma anche emotiva, mentale, spirituale

L’intimità non si riaccende: si coltiva

Il cambiamento che propongo non è un grande gesto. È una strategia diversa, quella delle micro-azioni. Piccoli gesti quotidiani che, sommati nel tempo, portano a risultati straordinari. L’intimità è come un fiore, ha bisogno di acqua costante, di terreno nutriente, di rispetto per i propri ritmi. Non si tratta di riservare un’ora e “entrare nell’atmosfera giusta”. Si tratta di non lasciare passare un giorno senza un momento, anche breve, di connessione reale.

Spesso non agiamo non perché non vogliamo, ma perché le azioni che ci sembrano necessarie appaiono troppo grandi, troppo impegnative. La strategia delle micro-azioni sposta la prospettiva, iniziando da quello che è piccolo, semplice, fattibile anche nelle giornate più piene. Prima di arrivarci, però, analizziamo insieme due premesse importanti.

Prima premessa: perché l’intimità possa fiorire, serve sicurezza

Non la sicurezza di chi sa già come andrà a finire, quella è prevedibilità, e può diventare noia. Intendo la sicurezza profonda di chi si sente accolto, rispettato, libero di mostrarsi per quello che è senza il timore di essere giudicato. È la condizione essenziale perché ciascuno osi aprirsi, esprimere la propria vulnerabilità, essere autentico, senza rischiare al contrario di diventare vittima, di rischiare la propria incolumità. Senza questo terreno, nessuna micro-azione attecchirà.

Se la tua relazione non permette ancora questo tipo di spazio, il percorso che ti consiglio è prima di tutto personale. Lavora per rafforzare l’autostima, riconoscere cosa vale davvero per te, imparare a scegliere relazioni appaganti e nutrienti per quello che sei e in cui credi. Il tutto per evitare coloro che non ti vogliono realmente bene e che potrebbero reagire con soprusi e violenza di fronte alle tue manifestazioni di autenticità.

Seconda premessa: i rancori non si risolvono con l’ossitocina

Se quando pensi all’idea di riavvicinarti al tuo partner senti una resistenza, stanchezza, diffidenza, oppure un dolore difficile da nominare, accogli le tue sensazioni come un’informazione preziosa. Quando l’intimità se ne va, non è quasi mai solo per mancanza di tempo o di strumenti. Spesso ci sono cose non dette, risentimenti accumulati, ferite che non si sono mai chiuse. In quel caso il percorso da fare è di riconciliazione, non di riaccensione, e merita l’accompagnamento di uno psicoterapeuta di fiducia.

Un primo passo che spesso aiuta, anche prima di cominciare qualsiasi altro lavoro, è questo: scrivi una lettera simbolica al tuo partner. Una lettera che non consegnerai, che non farai leggere, ma che ti permette di portare fuori liberamente tutto quello che tieni dentro, senza il rischio di innescare conflitti. I silenzi allontanano, e questa lettera è un modo per rompere il silenzio con te prima ancora che con la persona con cui stai.

Una volta scritta, bruciala. Metti le ceneri ai piedi di una pianta. È un gesto simbolico che appartiene a molte tradizioni di trasformazione: permette al dolore bloccato (a volte da anni) di farsi leggero e fertile e tornare nel ciclo della vita. È un regalo per te, e indirettamente per la qualità della vostra relazione.

I silenzi allontanano, la lettera simbolica serve a rompere il silenzio con te prima ancora che con la persona con cui stai

Cosa fare, concretamente

Se le premesse ci sono, quando la relazione è un luogo sano e il terreno è fertile, allora puoi cominciare a introdurre nel quotidiano quei gesti piccoli che sembrano insignificanti ma non lo sono affatto. Un bacio rubato in cucina. Una domanda sincera su come sta davvero andando la sua giornata. Una carezza offerta senza aspettarsi nulla in cambio.

Il corpo risponde a questi gesti in modo misurabile: bastano 20 secondi di contatto fisico affettuoso, come un abbraccio per aumentare i livelli di ossitocina, l’ormone dell’attaccamento, del 20%. Non è retorica, è fisiologia. Il corpo non richiede molto per cominciare a sentirsi di nuovo vicino.

Potete scegliere insieme dei piccoli rituali quotidiani: dirsi “ti amo” guardandosi negli occhi davvero, non di corsa. Cinque minuti serali di tocco senza nessun intento sessuale, un massaggio alla schiena, ai piedi, al cuoio capelluto, alle mani, o semplicemente ballare insieme in cucina. Oppure, a turno, dire all’altro una cosa concreta per cui si è grati oggi, o una cosa che si ama di lui o lei.

Bastano 20 secondi di contatto fisico affettuoso, come un abbraccio per aumentare i livelli di ossitocina

La chiave di questi momenti è l’approccio: non vivere questi consigli come compiti da svolgere, ma come un’esperienza da esplorare con curiosità. Nessuna aspettativa di risultato, nessuna pressione di dover arrivare da qualche parte. Solo la disponibilità a fare l’esperienza, e vedere cosa succede.

Un consiglio pratico che cambia tutto: vale la pena, anche se può essere controintuitivo, usare un timer. Stabilite insieme la durata del momento (due, cinque, dieci minuti) e quando suona, quel momento finisce. Anche se nel frattempo si è svegliato il desiderio di andare oltre, ci si ferma. Fra qualche ora, il giorno dopo (perché no) se entrambi ne avete ancora il desiderio, potrete riprendere. Ma l’accordo di fermarsi serve a costruire qualcosa di fondamentale: la possibilità di vivere un’intimità leggera, senza pressione, senza l’obbligo di passare da “niente” a “tutto”. L’obiettivo non è la performance, è la presenza.

Vale la pena, anche se può essere controintuitivo, usare un timer

Infine, non dimenticare la cura di te. Una persona che si nutre, nel movimento, nelle amicizie, negli interessi che la fanno sentire viva, porta più vitalità nella relazione. Non è egoismo, è avere qualcosa di reale da condividere.

Nessuna coppia ricostruisce l’intimità in una sera. Ogni coppia però può scegliere, oggi, di tornare a guardarsi con curiosità e con tenerezza. Inizia con un gesto piccolo, sii gentile con te e con l’altro. Man mano che passa il tempo, ti accorgerai di guardare il tuo partner con occhi diversi… grati, amorosi, sorpresi di avere ancora tanto da scoprire.

Ascoltare il corpo per ritrovare potere personale

Ascoltare il corpo per ritrovare potere personale

Ascoltare il corpo è uno degli atti di libertà più profondi che possiamo compiere. In un mondo che ci spinge continuamente a pensare attentamente alla nostra prossima mossa, programmare nei minimi dettagli la nostra vita, studiare per reagire nel modo migliore possibile, perdiamo spesso il contatto con ciò che sentiamo davvero. Eppure, è proprio ascoltando il corpo che possiamo riconoscere se una situazione è vitale per noi oppure se è tossica. Talvolta ci sono ambienti, relazioni, lavori che sono tossici fin da subito, in altri casi invece lo diventano silenziosamente, senza che neppure ce ne accorgiamo.

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Molte persone si sentono svuotate, prigioniere delle circostanze, come se avessero perso il proprio potere personale. Spesso a mancare non è la forza, manca, invece, il contatto. Quando smettiamo di ascoltare il corpo, smettiamo di orientarci nella vita attraverso segnali autentici. La mente può convincerci a restare in una determinata situazione, a resistere, a stringere i denti. Il corpo, invece, non ci inganna. Sa cosa ci fa bene e cosa ci fa male.

Spesso a mancare non è la forza ma il contatto con il proprio corpo

Il racconto del kudu e il linguaggio della tossicità

C’è una storia che racconta in modo semplice e molto efficace cosa accade quando non riusciamo più ad ascoltare il corpo. È il racconto del kudu e  delle foglie cariche di tannino (trovi la versione completa della storia qui).

Quando l’albero di acacia viene aggredito, cioè sgranocchiato, troppo a lungo, aumenta la quantità di tannino nella linfa, rendendo le foglie amare, sgradevoli, quasi disgustose. È una strategia di difesa; un segnale biologico che dice al suo predatore “fermàti, smetti: hai superato il mio livello di sopportazione”. Un animale libero percepisce subito questo cambiamento e si allontana spontaneamente, andando a cercare un altro albero dal quale nutrirsi.

Il kudu della nostra storia, però, si trova in un recinto. Non può spostarsi per trovare altro cibo nutriente e vitale. In queste circostanze, il suo movimento naturale è impedito e, piuttosto che morire di fame, continua a mangiare quelle foglie amare piene di tannino: di conseguenza si intossica al punto di morire di epatite fulminante. L’antilope ha ascoltato le sensazioni del corpo ma non ha potuto assecondarle.

Quante volte nella nostra vita restiamo in luoghi di lavoro, relazioni, situazioni che il corpo percepisce come nocivi? La mente costruisce racconti che operano proprio come dei recinti, impedendo il nostro movimento naturale: “non posso andarmene”, “questo non si fa”, “io non ho alternative”, “una donna affidabile non lo farebbe mai”, “andarsene è pericoloso”, “quello che sento non può essere vero”. Tutte queste convinzioni sono come recinti, trappole che imprigionano.

Quante volte nella nostra vita restiamo in luoghi di lavoro, relazioni, situazioni che il corpo percepisce come nocivi?

La presenza del recinto non è necessaria…

Il triste finale potrebbe essere lo stesso anche senza la presenza di un recinto.
Se il kudu della nostra storia non fosse capace di rilevare con il gusto la presenza di tannino, non potrebbe sapere che è ora di allontanarsi. Non essere connesso ai propri sensi impedisce di percepire la realtà per quello che è.
Troppo spesso smettiamo di ignorare i messaggi di allarme solo quando il corpo invia segnali disperati di dolore fortissimo, tensione, esaurimento, malattie serie. Quando poi, finalmente, ci prendiamo il tempo di ascoltarlo, ci accorgiamo che sono mesi (se non anni) che riceviamo segnali e richieste di attenzione e di cambiamenti: noi, però, stavamo ignorando il problema.

Il corpo come bussola autentica

Il corpo vive sempre nel presente. Non ragiona né costruisce strategie, non proietta nel futuro. Sente, e proprio per questo è una bussola affidabile e coerente. Quando iniziamo ad ascoltare il corpo, impariamo a riconoscere in modo spontaneo ciò che ci porta energia e ciò che invece la toglie. Alcune situazioni ci fanno sentire più espansi, vivi, presenti; altre generano una sensazione di contrazione, di chiusura, di fatica.

Il corpo comunica attraverso segnali sottili: una tensione alla schiena, un peso sul petto, una stanchezza che non passa, ma anche una sensazione di leggerezza improvvisa, un respiro più ampio e profondo, una distensione interna dei nervi. Ignorare questi segnali significa allontanarsi gradualmente dalla realtà e dal proprio potere personale. Riconoscerli significa, al contrario, sviluppare un’alleanza concreta e un contatto con la realtà dai quali scaturisce una solida sensazione di fiducia.

Un esercizio per imparare ad ascoltare il corpo

Per molte persone ascoltare il corpo non è un’abitudine. Siamo stati educati a pensare, spiegare, controllare, in ogni situazione possibile. Pochi di noi vengono allenati a prestare attenzione al corpo, ad ascoltarlo con apertura e senza giudizio. Tramite segnali specifici, però, il corpo ci indica in ogni istante se una determinata situazione porta vitalità o tossicità.

Ti propongo un esercizio per allenarti a riconoscere i segnali del tuo corpo.
Richiama alla memoria un momento molto piacevole per te. Può essere una passeggiata, un tramonto, un momento speciale con una persona amata. Mentre lo immagini, ascolta il tuo organismo… Cosa senti? Scannerizza tutto il tuo corpo mentalmente: testa, collo, spalle, petto, schiena, pancia, bacino, gambe, braccia. Quale parte del corpo attira la tua attenzione in questa specifica circostanza? Senti una sensazione di apertura verso l’esterno? Di rilassamento? O forse leggerezza? Di formicolio? Identifica con esattezza queste sensazioni in punti specifici del tuo corpo e memorizzale.

Allenamento all’ascolto

Poi richiama, invece, un ricordo legato a un disagio, un ricordo “negativo” (non focalizzarti, però, su un trauma della tua vita, una situazione sgradevole recente è più che sufficiente). Di nuovo, ascolta il corpo: il petto si chiude? Le spalle si irrigidiscono? Il respiro cambia e diventa più affannoso? Percepisci una sensazione di pesantezza? Tensioni? Dove? Osserva le differenze rispetto alle sensazioni precedenti.

Completa l’esercizio ricontattando nuovamente un ricordo piacevole, e ascolta il tuo corpo reagire in modo diverso, recuperando i segnali della prima fase dell’esperienza. Man mano che interrogare il tuo corpo diventerà un’abitudine, ascolterai in tempo reale il suo “punto di vista” sulla situazione presente, oppure su eventuali situazioni possibili che stai immaginando, per capire quali scelte prendere.

Un punto di vista che si riassume con “” (questa situazione mi porta energia) oppure con “No” (questa situazione mi toglie energia). Questa mappa interna è un riferimento prezioso che aiuta a capire in quale direzione andare rispettando il proprio corpo. Ti invito ad allenarti. Percepire il corpo semplificherà le tue scelte.

Man mano che interrogare il tuo corpo diventerà un’abitudine, ascolterai in tempo reale il suo “punto di vista” sulla situazione presente

Quando la mente prende il potere

Molto spesso, nelle vite di tutti noi, è la mente a comandare. Decide cosa è giusto, cosa è utile, cosa “dovremmo” desiderare e di conseguenza perseguire. Ma la mente può mentire, spingendoci a volere ciò che non sempre ci fa stare bene. Quando smettiamo di ascoltare il corpo, perdiamo la nostra bussola interiore e diventiamo dipendenti dagli altri e da regole esterne.

Facciamo un esempio: se non fossi capace di sentire il freddo, dovresti osservare come sono vestiti gli altri e dovresti indossare le stesse cose per evitare di ammalarti. Oppure diventeresti dipendente dal termometro e dal ragionamento per capire, di volta in volta, come comportarti in base alle temperature. E cosa succederebbe se perdessi il termometro?

Se non senti la fame e non sai di cosa ha bisogno il tuo corpo, devi seguire ciecamente un programma alimentare controllato. Quando non percepisci il pericolo, devi fidarti di altri che decidono cosa è pericoloso e cosa è sicuro per te. Se non senti il tuo stesso disagio, sei in balia delle decisioni altrui. Tutto ciò ti fa perdere libertà.

Il corpo e il rapporto con il peso-forma

Non è possibile parlare di salute e peso forma senza ascoltare il corpo. Invece, accade spesso che le strategie convenzionali si affidino a protocolli predefiniti. La mente agisce con prepotenza sul corpo prendendo poco in considerazione quello che il corpo sente. Nel mio approccio al peso forma, basato sulla bioconsapevolezza, aiuto le persone a riconnettersi al proprio corpo per ricreare una solida alleanza tra corpo e mente. Come si può immaginare di trasformare il proprio corpo senza prestargli attenzione?
La vera fame non è mentale. La vera sazietà non è mentale. I bisogni cambiano nel corso del mese, con il ciclo per le donne, con le stagioni, con i momenti della vita. Quando non ascolti il corpo, rischi di forzarlo portandolo su strade in cui si deve difendere, in cui deve resistere. Se, invece, ricominci ad ascoltare il corpo, il tuo organismo torna a essere (in tempi talvolta molto rapidi) un alleato affidabile. Puoi, allora, trovare strategie rispettose che permettono risultati duraturi.

Quando non ascolti il corpo, rischi di forzarlo portandolo su strade in cui si deve difendere, in cui deve resistere

Il silenzio come porta d’accesso alla percezione

Non possiamo davvero ascoltare il corpo se viviamo immersi nel rumore. Se parliamo continuamente, se pensiamo senza sosta, se facciamo tutto ad alta velocità, il mondo esterno ci distrae dalla nostra bussola interiore. È nel silenzio che le sensazioni si rivelano, è nelle pause che il respiro diventa percepibile. Imparare a rallentare il brusio della mente è importante soprattutto per questo.

Fermati tutte le volte che puoi, per qualche secondo. Osserva ciò che vedi intorno a te, presta attenzione ai rumori dell’ambiente, stimola il tuo senso del tatto, interroga il tuo odorato e percepisci quale gusto hai in bocca. Poi chiediti: cosa farebbe bene al mio corpo ora? Potresti semplicemente aver bisogno di cambiare posizione, stiracchiarti, massaggiare un attimo la tua nuca, bere un bicchiere d’acqua.
Prendersi questi attimi è un modo semplice, efficace ed immediato per tornare al corpo. Non è un esercizio per andare altrove, ma per tornare nel qui e ora.

Del corpo ti puoi fidare

Il corpo non inventa storie, non cerca scuse e non inganna e non costruisce strategie. Quando impari davvero ad ascoltare il corpo recuperi un tipo di intelligenza antica, profonda, alla portata di tutti. In un mondo in cui la mente ha un ruolo preponderante e tutti veniamo spinti ad essere razionali e ad affidarci alla tecnologia, questa è forse la vera forza dell’essere umano: sentire. Le macchine “pensano” più velocemente, ma non sentono. Noi possiamo sentire, e in questo sta la nostra libertà.

Ascoltare il corpo significa tornare a riconoscere cosa è nutriente e cosa non lo è. Vuol dire smettere di cercare all’esterno risposte che esistono già dentro di noi. Quando impari davvero ad ascoltare il corpo, ritrovi la tua direzione. E insieme, il tuo potere personale.

Quando perdi potere personale, le cause nascoste

Quando perdi potere personale, le cause nascoste

Perché a volte ci sentiamo svuotati, privi di forza, vittime delle circostanze, come se avessimo perso il nostro potere personale? Sto parlando di quella forza interiore che tutti noi abbiamo, e che ci permette, quando siamo connessi, di avere potere sulla nostra vita, cioè di orientarla nella direzione che desideriamo, di assumerci la responsabilità delle nostre scelte e realizzare il nostro potenziale “surfando sulle onde” delle circostanze esterne.

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In questo intervento vorrei condividere con te alcuni meccanismi che ho osservato e che portano a questa specifica perdita di potere personale.
Come mai questo potere, che ciascuno di noi ha, sembra essere svanito?
Spesso, quando ciò accade, una parte considerevole della nostra energia è impegnata a combattere ciò che non vogliamo vedere di noi stessi: gli aspetti della nostra personalità che potremmo definire “ombrosi”, le emozioni che giudichiamo pericolose, le reazioni che ci fanno paura. Cerchiamo di reprimere queste sensazioni, nascondere ciò che sentiamo, schiacciare dentro di noi tutto ciò che consideriamo sbagliato. Lo facciamo per poterci sentire più “buoni”, più amabili, più accettabili.

Quando perdiamo potere personale, una parte considerevole della nostra energia è impegnata a combattere ciò che non vogliamo vedere di noi stessi

In realtà, questa guerra interiore ci indebolisce. Ogni volta che escludiamo un aspetto di noi, è come se ci amputassimo. Ogni volta che lottiamo contro ciò che non vogliamo essere, perdiamo libertà di essere quello che siamo e di conseguenza sperperiamo tanta energia. Come capire se stiamo mettendo in atto questo lavorio potente, ma spesso inconscio? È abbastanza semplice. Basta osservare le nostre intolleranze. Di solito, infatti, proiettiamo fuori di noi ciò che non riusciamo ad accogliere, condannando drasticamente negli altri quello che non tolleriamo in noi stessi.

Il pensiero “tutto o niente”: un’eredità infantile

Viviamo spesso nella convinzione che il mondo sia diviso in due: il bene e il male, i giusti e i colpevoli, i buoni e i cattivi. Questa mancanza di sfumature è una modalità molto infantile di percepire la realtà.
Nei primi mesi di vita non possediamo la capacità di discernere. Quando siamo piccoli, tutto è assoluto: quando la mamma è presente, c’è vita; quando scompare, anche solo per un istante, percepiamo un senso di morte. Non esistono “piccoli disagi”: tutto è o felicità o angoscia.

Questo schema si imprime in noi e tende a ripresentarsi, anche da adulti, ogni volta che reagiamo in modo estremo. Prova a pensarci. Quando giudichi in modo perentorio, senza sfumature, una persona, una situazione o addirittura un popolo intero non è la parte matura di te che parla. Si scatena in te quel neonato o quella neonata essenzialmente comandato dal cervello arcaico, responsabile della sopravvivenza. L’altro, quello che è fuori da te, torna di colpo a essere, senza mezze misure, una preda che porta nutrimento e vita oppure un predatore che porta tossicità e morte. Si perde ogni discernimento e capacità di cogliere le sfumature.

Quando giudichi in modo perentorio non è la parte matura di te che parla

Il contesto in cui viviamo non aiuta

C’è da dire che il modo di comunicare dei mass media non aiuta affatto. Quando ci vengono raccontate le guerre in corso, per esempio, ci vengono presentati, con immagini orribili a supporto, i carnefici e le vittime. Facendo generalizzazioni su intere nazioni e continenti. E così si impone il bisogno assoluto di scegliere il proprio campo. Quello dei “buoni” o quello dei “cattivi”.
L’abbiamo osservato anche al momento “del periodo Covid” con i “pro-vax” e i “no-vax”, quelli “responsabili, empatici e solidali” e quelli “egoisti, irresponsabili, ignoranti”. Ciascuno abbinava le varie caratteristiche citate all’una o l’altra categoria a seconda del proprio punto di vista. Migliaia di persone meravigliosamente diverse fra di loro, con vissuti differenti e mondi interiori ricchissimi, ridotte a due sole categorie, senza sì e senza ma. Ci siamo dimenticati la complessità e la varietà delle situazioni, le conoscenze delle scienze fondamentali, l’importanza delle valutazioni professionali mediche caso per caso… che integrano la clinica, i fattori di rischio, il rapporto rischi/benefici e così via.

Perché perdi potere personale, dalla proiezione al riconoscimento

Quando giudichi pesantemente qualcuno, fermati un attimo e chiediti: cosa sto giudicando davvero?
Giudichi la sua arroganza, la sua disonestà, il fatto che è poco affidabile o manca di empatia? O forse, invece, giudichi la sua libertà, la sua disinvoltura, la sua superficialità?

Ogni volta che qualcosa o qualcuno “mi urta terribilmente”, è probabile che stia toccando delle corde profonde, che hanno a che fare con parti di me che ho imparato a reprimere, perché a livello culturale, morale o affettivo le ho percepite come pericolose. Facciamo qualche esempio. Se da bambina ho capito che essere arrabbiata, egoista o ribelle portava al rifiuto da parte dei miei cari, avrò imparato a nascondere queste parti di me. Ciò che neghiamo dentro di noi, però, non scompare: semplicemente si esprime al di fuori. E quando ci dobbiamo confrontare con questi aspetti, si scatena in noi una guerra che dichiariamo al mondo esterno: lo facciamo per evitare di dichiarala a noi stessi.

Ciò che neghiamo dentro di noi non scompare: semplicemente si esprime al di fuori

Un esercizio per smascherare la proiezione

Lo scrittore e filosofo Igor Sibaldi propone un esercizio interessante: quello di pensare a due figure pubbliche, una che ammiriamo profondamente e una che, al contrario, detestiamo.
Se, per esempio, ammiri Alex Zanardi, puoi chiederti: perché lo ammiro? Forse per la sua forza, la sua resilienza, il suo amore per la vita.
Se invece c’è una figura politica che ti provoca forte irritazione, puoi chiederti: cosa mi urta davvero di questa persona? La corruzione, la prepotenza, la mancanza di coerenza, la disonestà?

In realtà, se analizzi con distacco questi esempi, potrai riconoscere facilmente che di questi due individui sai poco o niente. Tutto ciò che ammiri o detesti non parla degli altri, parla di te. Gli aspetti che esalti sono potenziali che non hai ancora riconosciuto e valorizzato dentro di te e che ti sono stati indicati come positivi, nobili; ciò che disprezzi ha a che fare con quegli aspetti che invece hai rinnegato: riguarda le emozioni e i comportamenti che non ti concedi di esprimere. Il giudizio e il disgusto che provi sono delle strategie, per tenere quelle parti lontane. Chi sa cosa accadrebbe se osassi riconoscerle in te? Quale personaggio infame diventeresti? Come reagirebbero gli altri nei tuoi confronti?

Ombra e libertà, quando il “divieto” ci indebolisce

Quando ci impediamo di esprimere alcune delle nostre sfumature perdiamo potere personale. Se non ci concediamo mai di mentire, per esempio, non avremo nemmeno la piena libertà di dire la verità. E cosa accadrebbe se tu non potessi mentire in una circostanza in cui una bugia potrebbe salvare decine di persone da un persecutore? Pensiamo ad esempio a una situazione in cui c’è una guerra in corso, un conflitto, un abuso.

Se ci imponiamo di essere sempre accoglienti, anche quando sentiamo un “no” che urla dentro di noi, non saremo più liberi di scegliere l’accoglienza: saremo obbligati ad agirla. Anche quando è necessario mettere dei limiti per rispettarsi e auto-tutelarsi. Comprendi il rischio? Comprendi la perdita di potere personale?

La libertà autentica nasce dall’integrazione, non dalla negazione. Finché continui a negare delle parti di te – la rabbia, l’aggressività, l’angoscia, la rigidità, per nominarne qualcuna delle tante – queste parti continuano a vivere nell’ombra, e da lì ti governano. Se, al contrario, scegli di riconoscerle e di accoglierle, torni padrone di te stesso e puoi scegliere la gentilezza, la pazienza, la compassione: non perché ti senti obbligato a farlo ma come atto di libertà. La rabbia ci informa che non ci sentiamo rispettati o che c’è un ostacolo tra noi e quello che desideriamo. Ci parla di noi. Se accolta, ci permette di comprendere meglio cosa sta accadendo dentro di noi per poi agire nel modo più adatto per rispettarsi. E di conseguenza ci permette di recuperare potere personale. Quando sai che, se fosse necessario, potresti utilizzare la determinazione fino all’aggressività per difenderti o tutelare te o qualcun altro, senti che sei affidabile per te stesso. Da lì può nascere un nuovo senso di sicurezza.

La libertà autentica nasce dall’integrazione, non dalla negazione

Abbracciare la dualità per ritrovare unità

Melanie Klein e Joan Rivière, nel loro libro Amore, odio e riparazione, descrivono la tensione costante tra pulsioni d’amore e pulsioni di distruzione che abitano l’essere umano.
Molti percorsi spirituali invitano a “superare” questa dualità: nutrire solo la luce, respingere l’ombra, condannare chi la manifesta. Ma questa, in realtà, è una via che alimenta la dualità.

La via verso l’unità passa, invece, attraverso l’accoglienza: riconoscere e abbracciare la propria ambivalenza. Siamo esseri duali, fatti di luce e di ombra, di costruzione e di distruzione, di tutto e del suo contrario. Ogni movimento vitale contiene due polarità.

Quando riuscirai a riconoscere le tue zone d’ombra, prima di tutto usciranno dall’ombra e scoprirai che sono meno terribili di quello che temevi. Quando le accogli si opera una trasformazione interiore e diventano meno prepotenti e dirompenti. Potresti addirittura riconoscere la loro utilità in alcune situazioni.
Poi se le guardi con empatia e compassione, allora smetti di proiettarle fuori e inizi a riconoscere la complessità dell’essere umano, in te stesso e negli altri.

L’unità nella quotidianità

L’unità non è uno stato astratto o ideale: è una pratica quotidiana di riconciliazione.
Ogni volta che, invece di combatterli, riusciamo ad accogliere i nostri aspetti giudicati “sbagliati” come l’aggressività, la codardia, l’incoerenza, i nostri paradossi…facciamo un passo significativo verso la pace interiore. Non perché emozioni, sentimenti e atteggiamenti detti negativi diventino virtù, ma perché cessano di essere dei nemici.

L’unità non è uno stato astratto o ideale: è una pratica quotidiana di riconciliazione

In questo spazio di riconciliazione, amore e odio, piacere e dolore, luce e ombra non si annullano, ma convivono e si abbracciano. Diventano parte di un’unica esperienza di vita, piena e reale.
E allora tutta l’energia che prima veniva impiegata per negare o reprimere torna disponibile. Rinasce sotto forma di potere personale, presenza, equilibrio. Essere integri significa questo: non essere perfetti, ma pieni di sfumature e autentici.
È questo, forse, il vero cammino verso l’unità: amare l’essere umano che siamo, con tutta la sua luce e tutta la sua ombra.

La svolta che libera, prendersi cura di sé e smettere di essere prigionieri del passato

La svolta che libera, prendersi cura di sé e smettere di essere prigionieri del passato

Sai che è possibile smettere di essere prigionieri del passato? Non possiamo cambiare ciò che è stato, ma possiamo modificare il modo in cui viviamo oggi e lo sguardo con il quale guardiamo (e giudichiamo) quello che ci è successo e ciò che siamo.

Scopri come riconoscere le tue ferite. Questo è il primo passo per liberarti dal senso di impotenza, che a volte risulta paralizzante, per diventare l’adulto affidabile capace di metterti finalmente al centro della tua vita.

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Quando non ci sentiamo bene, la strada più comune nel mondo della crescita personale è guardare indietro: esplorare le ferite infantili o genealogiche, cercare di capire cosa è mancato. È un passaggio utile, soprattutto quando ci sono traumi importanti che meritano di essere elaborati con strumenti profondi come la psicoterapia o le tecniche di deprogrammazione. Ma, troppo spesso, ci fermiamo lì: restiamo bloccati a osservare le carenze, a dare colpa ai nostri genitori, o a giustificarli, senza però trasformare davvero la nostra vita.

Riconoscere i traumi senza rimanere intrappolati

Qualunque cosa facciamo, i fatti non cambiano: se da bambini non abbiamo ricevuto sostegno, affetto o attenzione, questo resterà vero per sempre. Non possiamo farci nulla. Ciò che davvero condiziona la nostra vita adulta, però, non è il trauma in sé, bensì il potere che gli lasciamo esercitare su di noi oggi. Proprio qui avviene la svolta: possiamo riconoscere il passato senza rimanerne prigionieri. Possiamo trasformarci negli adulti affidabili che non abbiamo avuto e dare a noi stessi quello di cui abbiamo bisogno.

Accettare che “alla bambina che ero mancavano cure o rassicurazioni” non significa restare “a crogiolarsi” nella mancanza. Significa dire: “Oggi io, adulta, posso offrire a me stessa quello che non ho ricevuto”. È un cambio di prospettiva che libera in modo quasi immediato una grande energia e un potere personale che tantissimi non pensano di avere.

Il senso di colpa non trova più un posto quando comprendiamo il funzionamento del nostro corpo. Quello che ci danneggia davvero è la mancanza di accettazione e il senso di impotenza, molto più delle esperienze passate.

Non è il trauma a condizionarci ma il potere che gli lasciamo esercitare su di noi

Ascoltare i nostri bisogni fondamentali

Chi resta ancorato alle ferite del passato spesso diventa il primo a ignorare i propri bisogni e a disconoscere le proprie qualità. Se analizzando il tuo dialogo interiore quello che riscontri è una critica costante, disattenzione verso i tuoi bisogni più semplici e istintivi e mancanza di amore allora forse il tuo “nemico” principale sei proprio tu. Con bisogni semplici intendo davvero le piccole cose: come bere quando si ha sete o concedersi silenzio quando serve.

Sembrano elementi trascurabili perché poco importanti, invece è da questi gesti minimi che comincia la svolta. Il sentiero che ci porta verso una reale attenzione. Quante volte ti è successo di andare a urinare anche mezz’ora dopo aver sentito il bisogno, senza altra ragione che il fatto di non prendere in considerazione la necessità del corpo che non hai considerato come prioritaria?

Prendersi cura, un atto rivoluzionario

Prendersi cura del corpo è un atto rivoluzionario: non è un dettaglio, è il segnale che siamo pronti a riconoscere il nostro valore. Ricorda, come spesso racconto in queste pagine, che il corpo è competente: ogni sensazione è una guida. Imparare ad ascoltare il corpo significa recuperare fiducia e sicurezza interiore.

Per facilitare questo ascolto, ti suggerisco alcuni strumenti pratici come la tecnica del post‑it: quando un’emozione emerge e non puoi esprimerla subito, puoi annotarla, darle spazio e considerazione. Più tardi, magari attraverso una lettera simbolica che potrai bruciare grazie a un piccolo rito di chiusura, andrai a liberare ciò che è rimasto bloccato. Questo semplice gesto riattiva un dialogo con sé stessi. Si tratta di un modo semplice ma molto efficace per aprire una porta e mettersi in ascolto.

Il corpo è competente: ogni sensazione è una guida

Non più mancanze e vuoti ma responsabilità

Molte persone restano intrappolate in un meccanismo scatenato dal senso di colpa generazionale: “non sto bene perché mia madre era fredda” o perché “mio padre mi criticava sempre”. È vero che queste esperienze hanno lasciato un segno, ma oggi siamo adulti e possiamo smettere di subire.

Prendere atto di quanto abbiamo vissuto, non mi stancherò mai di sottolinearlo, non significa giustificare, né accusare. Significa scegliere la responsabilità: spostare l’energia dal “perché” al “cosa posso fare ora”. Questo cambio di direzione trasforma il passato in una base da cui ripartire. La porta della gabbia soffocante in cui eravamo soliti vivere si spalanca.

Dobbiamo spostare l’energia dal “perché mi è successo questo” al “cosa posso fare ora”

Scoprire ciò che ci nutre davvero

Per compiere il passo di cui stiamo parlando devi esercitare la tua curiosità. Prova a chiederti: cosa mi fa bene? Cosa mi toglie energia? Quali sono i miei valori, i miei limiti, i miei desideri autentici? È l’inizio di quel “conosci te stesso” che a mio parere rappresenta un vero pilastro di guarigione.

Mettersi al centro non è egoismo: è costruire una base sicura. Amare e rispettare te stesso attiva un radar per riconoscere atteggiamenti tossici e impostare limiti assertivi. Solo così puoi davvero cambiare la qualità della tua vita.

Mettersi al centro non è egoismo: è costruire una base sicura

I cinque linguaggi dell’amore… Verso se stessi

Un passaggio utile per capire come prenderci cura di noi stessi è chiederci cosa ci è mancato di più da bambini. Se, ad esempio, ci sono mancate le parole di incoraggiamento, possiamo iniziare a sviluppare ed esercitare una voce interiore che ci sostiene invece di giudicarci. Se ci è mancato il contatto fisico, possiamo scegliere di regalarci piccoli gesti di cura, come un massaggio o il semplice atto di stendere con attenzione una crema sul corpo. Se non abbiamo ricevuto regali, possiamo concederci attenzioni, anche minime (non c’è bisogno di spendere una fortuna!) ad esempio comprando un fiore o una pianta che amiamo.

E se nessuno ti ha mai regalato momenti speciali, puoi iniziare a crearli tu, da sola (o solo) o con chi ami, organizzando esperienze che nutrono i tuoi valori. Questo non è un esercizio di compensazione, ma un atto di presenza: impari a dire “ci sono per me, qui ed ora”.

Non è un esercizio di compensazione, ma un atto di presenza

Azioni quotidiane che cambiano tutto

Non servono gesti eroici per cambiare le cose. Spesso il cambiamento nasce dalle scelte più semplici: fermarsi a respirare, bere acqua, muoversi quando serve, creare silenzio, regalarsi qualcosa di bello. Ogni volta che ci ascoltiamo, costruiamo fiducia in noi stessi. Ogni volta che rispondiamo a un bisogno, rafforziamo un messaggio interiore potente: “io ci sono per me”.

Ogni volta che ci ascoltiamo, costruiamo fiducia in noi stessi

Questo è il contrario della vittimizzazione. È l’inizio dell’autonomia emotiva: smettiamo di dipendere dagli altri per sentirci al sicuro, perché diventiamo noi la fonte primaria della nostra sicurezza.

Il corpo come alleato

Il mio approccio, come puoi scoprire leggendo le pagine di questo blog, si fonda su un principio semplice: il corpo è competente. Ogni sintomo, ogni tensione, ogni emozione è una strategia per proteggerci o segnalarci qualcosa. Quando impariamo ad ascoltarlo e a rispettarlo, smettiamo di combatterci. E da questa alleanza tra corpo, mente ed emozioni nasce la vera svolta.

La trasformazione non è un evento improvviso, ma una serie di scelte quotidiane. Quando impariamo a riconoscere le nostre ferite senza rimanerne prigionieri, ad ascoltare i segnali del corpo e a trattarci come l’adulto affidabile che avremmo sempre voluto accanto, accade qualcosa di potente: cominciamo a prenderci cura di noi stessi con rispetto e determinazione.

La trasformazione non è un evento improvviso, ma una serie di scelte quotidiane

Così, passo dopo passo, smettiamo di sentirci vittime e diventiamo protagonisti. Perché se impariamo ad essere affidabili con noi stessi saremo al sicuro, sempre e saremo liberi del passato.

Dolori mestruali, cosa ci raccontano e come affrontarli

Dolori mestruali, cosa ci raccontano e come affrontarli

I dolori mestruali sono molto diffusi, anche tra le ragazze più giovani. Secondo una revisione scientifica pubblicata sul Journal of Pediatric & Adolescent Gynecology e realizzata da ricercatrici e ricercatori di University College di Londra e Università di Birmingham, il 64% delle ragazze tra i 10 e i 25 anni sperimenta dolori mestruali intensi, che spesso comportano la rinuncia a sport, relazioni sociali e giornate di scuola.

 

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Il punto di vista della medicina cinese

Se guardiamo alla medicina integrata, esistono approcci ai dolori mestruali anche molto diversi tra loro. Le discipline mediche che prendono in considerazione l’aspetto energetico della persona, per esempio, danno un contributo molto interessante su questo tema. Personalmente, ho studiato e applicato per anni la medicina cinese. Secondo questa disciplina, ogni sintomo è considerato come un eccesso oppure una carenza di energia, a causa di un blocco del flusso energetico che pervade il corpo. L’obiettivo terapeutico è quello di favorire un’energia di buona qualità e in buona quantità, che scorra libera nei meridiani affinché ogni organo, viscere e qualunque altro componente del corpo possa avere una vitalità ottimale. Per la medicina cinese, dunque, anche i dolori mestruali raccontano di una carenza o di un eccesso di energia da incanalare diversamente.

Studiando la medicina cinese si impara che esistono dei tragitti chiamati “vasi meravigliosi” oppure “vasi curiosi”, che hanno a che fare con tutto ciò che per noi occidentali è l’aspetto ormonale. Per ogni persona, si può fare una diagnosi energetica precisa e comprendere il riequilibrio da favorire con l’agopuntura, la digitopressione, l’alimentazione oppure le erbe cinesi, per esempio.

Il recupero dell’equilibrio (dinamico) energetico permette di ripristinare una vitalità generale che provoca la sparizione del sintomo, in questo caso i dolori mestruali. Spesso ciò accade anche per altri sintomi che la persona non aveva preso in considerazione all’inizio della cura.

Per la medicina cinese anche i dolori mestruali raccontano di una carenza o di un eccesso di energia

Attenzione al vissuto emotivo

In questo articolo ho scelto di concentrarmi sull’aspetto emotivo legato alle mestruazioni e ai dolori che molte donne sperimentano in alcune fasi del ciclo. Il mio intento è quello di condividere con te l’approccio della bioconsapevolezza ai dolori mestruali, perché se ne soffri mi fa piacere poterti essere d’aiuto.

Faccio prima una piccola premessa. In caso di dolori mestruali forti e ricorrenti la medicina convenzionale, di solito, propone di prendere degli antidolorifici oppure di “mettere le ovaie a riposo” attraverso le pillole contraccettive, che instaurano un ciclo indotto, artificiale. Questo perché i contraccettivi orali contengono ormoni estrogeni e progestinici che evitano, di fatto, l’ovulazione. I farmaci, però, non sono l’unica strada, vediamo perché.

Tipologie di dolore mestruale o dismenorrea

I dolori mestruali sono chiamati anche dismenorree e sono classificati dalla medicina convenzionale in dismenorree primarie e dismenorree secondarie. Quelle primarie sono le più frequenti e in questo gruppo rientrano tutti i casi in cui non si sono trovate spiegazioni mediche al dolore.

Le dismenorree secondarie, invece, raggruppano quei dolori mestruali imputati a una patologia, come l’endometriosi, le cisti ovariche o le varie patologie dell’utero. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità in Italia sono oltre 1,8 milioni le donne in età riproduttiva che convivono con l’endometriosi.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità in Italia sono oltre 1,8 milioni le donne in età riproduttiva che convivono con l’endometriosi

Apriamo una parentesi sull’endometriosi

L’endometriosi viene diagnosticata quando l’endometrio (il tessuto che normalmente è solo nell’utero e dal quale si sviluppa “il nido” per accogliere l’ovulo fecondato) viene trovato al di fuori dell’utero; quindi è presente sulle ovaie, sulle tube di Falloppio, sul peritoneo, nella cavità addominale e così via.
L’endometriosi è considerata responsabile di dolori mestruali intensi e di infertilità. Nella mia esperienza, ci sono diverse donne a cui è stata diagnosticata una endometriosi e che non hanno nessun dolore e hanno avuto uno o più figli senza nessuna difficoltà. Condivido questo dato di realtà perché incontro spesso donne disperate che temono di non avere figli dopo aver scoperto di avere l’endometriosi.

In questo articolo ti propongo un punto di vista e degli spunti di riflessione da esplorare di fronte ai dolori mestruali, senza distinguere tra dolori primari o secondari. L’approccio che ti propongo non ha bisogno di tenerne conto.

Bioconsapevolezza e dolori mestruali

Nella mia esperienza ho potuto osservare che, ogni volta in cui si manifesta un dolore fisico intenso, a monte c’è anche un dolore emotivo. Se si riesce a dare libero sfogo al dolore emotivo, il dolore fisico si ridimensiona drasticamente e a volte sparisce del tutto. Di fronte a ciò non posso che pormi una domanda: perché avere le mestruazioni per alcune donne è doloroso? A quali informazioni sono legate le mestruazioni?

In realtà possono essere diverse, ma io vorrei concentrarmi su due tipologie in particolare.

  • Primo: se ho le mestruazioni sono femmina
  • Secondo: se ho le mestruazioni non sono incinta.

Partono da qui le nostre riflessioni sui dolori mestruali.

Perché è doloroso essere donna?

Indagando il vissuto personale di una donna con dolori mestruali è bene cercare traumi subiti in virtù del fatto di essere femmina. Come sempre, questa indagine andrebbe fatta sia nel passato personale della donna che manifesta i dolori sia nel suo vissuto genealogico: il passato delle sue antenate. Parliamo di donne escluse, violentate, di donne che si sono sentite rifiutate perché i loro genitori desideravano un maschio e così via.
L’indagine è ampia e sono le emozioni provate dalla persona, che racconta il suo vissuto e quello della sua famiglia, ad indicarci dove c’è stress o dove ci sono ferite emotive non ancora del tutto elaborate.
Come terapeuta, di fronte a queste sofferenze, indago anche sulle convinzioni legate al fatto stesso di essere donna. Vado, ad esempio, a dare voce a una possibile svalutazione del genere femminile in famiglia. “Le donne sono deboli, piagnucolose, stupide, cattive, manipolatrici, dipendenti…” Tutte convinzioni che portano alla conclusione che essere donna non sia un regalo ma una punizione.

Parliamo di donne escluse, violentate, di donne che si sono sentite rifiutate

Attenzione al punto di vista

Talvolta si possono anche scoprire convinzioni negative sul fatto di essere donna esplorando le convinzioni positive sull’essere uomo. Questo perché gli uomini vengono percepiti come favoriti: “la vita per loro è più facile, sono più forti, si possono difendere meglio, sono pagati meglio” eccetera.
Ogni convinzione è un interessante punto di vista che è stato generalizzato ed elevato al rango di Verità, trasformando un semplice modo di vedere le cose in una profezia.
Quando come terapeuta esploro il vissuto della persona con dolori mestruali, scopro molto spesso che c’è una sensazione negativa (nella maggior parte dei casi inconscia) legata al fatto di essere femmina. Se tutto questo esce alla luce del sole diventa possibile intraprendere un percorso di riappacificazione con il mondo femminile, e la paziente può riconnettersi alla bellezza del fatto di essere donna.

Quando si desidera un bambino

Come anticipato, l’altra informazione che ci danno le menstruazioni è che la donna in questione non è incinta. La mancanza di una gravidanza può essere dolorosa. Nel caso di dolori mestruali in una giovane ragazza scelgo spesso di indagare nelle memorie parentali e genealogiche alla ricerca della paura di non rimanere incinta della madre o di una “ossessione” per la maternità. Una prima gravidanza arrivata dopo moltissimo tempo in una mamma o una nonna. Se ci mettiamo nei panni di una donna che desidera fortemente un figlio, ogni mestruazione restituisce un messaggio di fallimento. Il desiderio, per un altro mese ancora, non si è realizzato.

Nel caso di una prima gravidanza che non arriva, spesso lo stress è ancora più alto, perché nasce il dubbio che non si possa diventare madre. Il dubbio non riguarda solo la domanda: diventerò madre presto? Ma riguarda la possibilità di esserlo in questa vita in generale.

Quando indago in questa direzione con le mie pazienti, talvolta trovo memorie di un aborto, spontaneo o provocato, vissuto con tantissimo dolore emotivo. Ogni sanguinamento mestruale riporta all’avvenimento dell’aborto, richiamando la ferita emotiva non elaborata e tutto il dolore ancora da accogliere.

Nel caso di una prima gravidanza che non arriva, spesso lo stress è ancora più alto

Il valore della memoria personale e genealogica

Per completare il lavoro sul dolore mestruale possiamo indagare più in generale sulle memorie legate alle emorragie vissute in modo drammatico. Bisogna lavorare sul doppio binario del vissuto personale e di quello genealogico, con un’attenzione particolare alla madre. La mamma della giovane con dismenorrea ha vissuto un aborto provocato o spontaneo, precoce o tardivo che sia?

Quando una persona chiede il mio aiuto a causa di dolori mestruali, cerco anche di capire se ci sono state altre emorragie dell’utero, indipendentemente dallo stato di gravidanza, in una parente prossima. Se la madre o la nonna si è ammalata e ha rischiato la vita o magari è morta a causa (oppure in concomitanza) di un’emorragia uterina, per esempio, l’inconscio della paziente può aver associato il sanguinamento a un vero e proprio dramma.

L’inconscio della paziente può aver associato il sanguinamento a un vero e proprio dramma

Ancora una volta, di fronte a un sintomo, possiamo decidere di farlo tacere e basta, oppure di ascoltarlo e iniziare un viaggio interiore alla scoperta di sé. I sintomi possono rappresentare una preziosa opportunità da cogliere per stare meglio e conoscersi di più. Ma possono anche essere semplicemente ignorati con l’aiuto di un farmaco. Ogni scelta è lecita in nome della libertà individuale.