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Perdere una persona cara: elaborare il lutto e ritrovare equilibrio

Perdere una persona cara: elaborare il lutto e ritrovare equilibrio

Quando ci accade di perdere una persona cara, non perdiamo soltanto la sua presenza. Perdiamo abitudini, gesti, pezzi di quotidianità. A volte anche una parte di noi: chi eravamo accanto a lei, i progetti che immaginavamo insieme.

C’è un gesto che, nelle settimane dopo una perdita, molte persone si ritrovano a fare, sovrappensiero: prendere il telefono per raccontare qualcosa a chi non c’è più. Poi la mano si ferma a metà.

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Il lutto è un processo umano e personale, che non ha senso affrettare: cuore, mente e corpo hanno bisogno di tempo per integrare una realtà che all’inizio sembra impossibile da accettare. Elaborare un lutto non significa dimenticare, né smettere di amare chi se n’è andato. Significa piuttosto trovare, a poco a poco, un modo diverso di custodire quel legame: nella memoria, nei valori ricevuti, in ciò che quella relazione ha seminato dentro di noi.

 

Il dolore non sempre misura l’amore

 

Potremmo pensare che la morte più difficile da accettare sia sempre quella della persona con cui abbiamo un rapporto molto intenso. Non è così scontato. A volte soffriamo in modo inatteso per qualcuno con cui non avevamo un legame stretto, quotidiano: un nonno, una collega, un vicino, un’amica d’infanzia, un insegnante. Altre volte, invece, attraversiamo la fine di una relazione molto intima sperimentando una forma di pace che sorprende persino noi stessi. Non vuol dire che abbiamo amato meno o che siamo insensibili: il dolore non segue una logica matematica e non è una misura precisa dell’amore.

A rendere una perdita particolarmente difficile possono essere le cose rimaste in sospeso: una conversazione mai avvenuta, un abbraccio mancato. Allora non soffriamo soltanto perché quella persona non c’è più, ma anche per tutto ciò che avremmo desiderato vivere con lei e che non potrà più accadere.

 

Ciò in cui crediamo cambia il modo di vivere la perdita

 

Molto dipende anche dalla nostra visione della vita, dell’anima e di ciò che potrebbe esistere oltre. Per alcuni la morte è una separazione definitiva; per altri il legame continua nella memoria, nella preghiera, nella certezza che l’amore non finisca quando il corpo muore.

Se sentiamo che la morte non è la fine di tutto, può accadere qualcosa di sorprendente: l’assenza fisica, che dovrebbe creare distanza, sembra invece annullarla. Non c’è più bisogno di prendere il telefono. Possiamo rivolgerci interiormente a quella persona e sentire che continua ad accompagnarci.

In ogni caso, avere fede può aiutare a elaborare il lutto ma non è indispensabile: ciascuno ha diritto alle proprie convinzioni e ai propri dubbi. Può però essere utile domandarsi: “Quale pensiero mi permette di onorare questa persona senza rinunciare alla mia vita?”. La risposta non deve essere per forza immediata. A volte è una domanda che ci accompagna a lungo, cambiando forma insieme al nostro dolore.

Quanto tempo serve per elaborare un lutto?

 

“Quando starò meglio?” è una delle domande più frequenti dopo una perdita; non esiste però una risposta valida per tutti. Il lutto non ha una scadenza, né una maniera corretta di essere vissuto: ogni relazione è unica, così come il modo in cui ciascuno affronta l’assenza.

La Medicina Cinese suggerisce che, per assimilare l’assenza di una persona, è necessario vivere almeno una volta ogni giorno dell’anno senza di lei. Questo perché il dolore non si esaurisce nelle prime settimane: torna nelle stagioni, nei riti familiari, nelle ricorrenze.

C’è il primo Natale senza di lei, il primo compleanno, il primo pranzo in famiglia con una sedia vuota. E ci sono i giorni qualunque in cui, dopo settimane di relativa calma, un profumo o una canzone ci travolgono. Sono momenti in cui l’assenza ci colpisce in un luogo nuovo della nostra vita.

Quanto all’accettazione, non significa approvare ciò che è successo, né smettere di sentire la mancanza degli assenti. È riconoscere la realtà della perdita e riorganizzare la propria vita attorno a essa. Il dolore resta, ma cambia forma e smette di occupare ogni pensiero. A un certo punto torna lo spazio per una risata o per un progetto nuovo, e anche questo fa parte della guarigione.

Quando chiedere aiuto per un lutto?

Tristezza intensa, stanchezza, bisogno di isolarsi, un forte senso di vuoto: tutto questo può far parte del lutto. Se però la sofferenza diventa insostenibile, se persiste a lungo compromettendo la vita quotidiana o si accompagna a pensieri di morte, è importante rivolgersi al proprio medico e osare fare un percorso di psicoterapia. Esistono anche terapie brevi che sono di grande supporto e offrono spesso l’opportunità di elaborare delle ferite antiche, che senza saperlo appesantiscono da anni la  vita.

Chiedere aiuto non è affatto un segno di debolezza. Permette di trovare un modo per condividere il dolore quando è troppo grande.  Anche ricevere aiuto è qualcosa che si può imparare.

Se la sofferenza diventa insostenibile o se persiste a lungo compromettendo la vita quotidiana è importante chiedere aiuto

Il lutto passa anche dal corpo

Il dolore della perdita non abita solo i pensieri. Molte persone lo sentono come un peso sul petto, un nodo in gola, il respiro che si fa corto o si scioglie in un sospiro. Nella medicina cinese la tristezza è legata al Polmone, l’organo del respiro: quello che a ogni inspirazione accoglie e a ogni espirazione lascia andare.

Quando ci sentiamo sopraffatti, possiamo provare a fermarci qualche istante, appoggiare una mano sul petto e lasciare che l’espirazione si allunghi un poco, senza forzare. Non cancella il dolore, ma può aiutarci a sentirlo senza esserne travolti. Esprimere le emozioni è importante per mantenersi in salute.

 

Rimpianti: quando restano parole e gesti incompiuti

Nel lutto ci sono due aspetti che possono rendere più difficile elaborare la perdita: i rimpianti e i sensi di colpa. Il rimpianto riguarda qualcosa che non abbiamo fatto. È il pensiero che comincia sempre nello stesso modo…

“Se solo gli avessi detto quanto gli volevo bene.”

Oppure “Se solo fossi andata a trovarla più spesso.”

“Se solo avessimo chiarito quella discussione.”

Il rimpianto fa male perché guardiamo il passato con gli occhi di oggi: oggi sappiamo che il tempo era limitato, allora non potevamo saperlo con certezza. Possiamo riconoscere ciò che avremmo voluto fare senza condannarci per non averlo fatto: in quel momento abbiamo agito con le risorse, le paure, le informazioni e la consapevolezza che avevamo.

Il rimpianto fa male perché guardiamo il passato con gli occhi di oggi

Il potere dell’atto simbolico

Quando qualcosa è rimasto incompiuto, un gesto simbolico può aiutarci a dare forma a ciò che sentiamo di dover esprimere. Se rimpiangiamo di non aver detto cose importanti alla persona che è morta, possiamo scriverle una lettera. Non deve essere perfetta, solo sincera.

Lascia che la mano scriva ciò che non sei riuscito a dire: una frase di perdono, un ringraziamento, un ricordo prezioso. Puoi iniziare con una frase semplice: “Ci sono cose che non sono riuscito (o riuscita) a dirti quando eri qui. Oggi vorrei scrivertele…”.

Quando avrai finito, puoi andare a leggerla ad alta voce al cimitero o davanti a una sua fotografia. Oppure bruciarla, in sicurezza, e deporre le ceneri in un luogo che ti ricorda quella persona, o ai piedi di una pianta, affidando alla natura il vostro legame e le tue parole.

Se invece rimpiangi di non aver potuto abbracciare quella persona, puoi chiedere a qualcuno di cui ti fidi di offrirti un abbraccio simbolico, spiegandogli che per qualche minuto desideri solo essere stretto o stretta, senza bisogno di parlare. La mente sa perfettamente che non stiamo abbracciando chi è morto, ma il corpo riceve comunque contatto e consolazione. I gesti simbolici parlano un linguaggio profondo, in grado di sciogliere emozioni che le sole parole non sono in grado di esprimere.

Un gesto simbolico può aiutarci a dare forma a ciò che sentiamo di dover esprimere

 

Senso di colpa: responsabilità o illusione di onnipotenza?

Il rimorso riguarda, invece, qualcosa che abbiamo fatto e che oggi vorremmo non aver fatto, e spesso si accompagna a un intenso senso di colpa.

“Se l’avessi portato prima dal medico, forse sarebbe ancora qui.”

“Avrei dovuto impedirgli di uscire quella sera.”

“Avrei dovuto accorgermi che stava male.”

Quando qualcuno muore è naturale cercare un perché, e spesso la mente lo trova in noi stessi: ripercorriamo ogni scelta fatta o parola pronunciata. Tutte le storie meritano rispetto, e assumerci la responsabilità delle nostre azioni è importante: a volte sentiamo davvero il bisogno di riconoscere un errore o di chiedere perdono. Responsabilità però non significa avere potere assoluto sulla vita e sulla morte di un’altra persona.

L’illusione del controllo

Al di fuori dei casi in cui qualcuno ha causato volontariamente una morte o ha agito con grave negligenza, prendere su di sé quella colpa può nascondere, senza che ce ne accorgiamo, un’illusione di controllo e onnipotenza. È un’illusione che nasce spesso nell’infanzia, quando crediamo di essere il centro del mondo: se i genitori sono felici è merito nostro, se sono tristi o accade qualcosa di brutto ci sentiamo responsabili. Da adulti, davanti alla morte, può riaffiorare: pensiamo che, se avessimo fatto tutto nel modo giusto, avremmo potuto cambiare il destino dell’altro.

È un’illusione che nasce spesso nell’infanzia, quando crediamo di essere il centro del mondo

Eppure, non siamo così potenti. Non controlliamo le malattie, il tempo, le scelte degli altri, gli incidenti. Riconoscere questo limite può fare paura, ma può anche liberarci. Prendersi la colpa per una morte è un po’ come prendersi il merito per una nascita: significa dimenticare che siamo parte di una realtà immensamente più grande di noi, fatta di vita, di mistero e di movimenti che non possiamo governare. Fare un passo indietro e ridimensionare il nostro ego può aiutarci a onorare la persona che abbiamo perso e a rispettarne il destino, senza caricarci sulle spalle un peso che non ci spetta.

 

Trasformare il dolore in consapevolezza

 

Nessuno sceglierebbe di vivere un lutto per imparare una lezione, e non si tratta di glorificare la sofferenza. Possiamo però chiederci, in modo rispettoso, se questa esperienza ci insegni qualcosa su ciò che conta davvero.

Chi ha sofferto il freddo riconosce più profondamente il valore del calore. Chi ha conosciuto la perdita può riscoprire quanto contano le parole dette in tempo e le visite fatte senza rimandare. Così il rimpianto può diventare una bussola, anziché una condanna.

Rimpiangiamo di non aver espresso abbastanza affetto? Facciamolo di più con le persone che sono ancora nella nostra vita. Quando tocchiamo con mano quanto tutto sia effimero, possiamo provare a vivere con maggiore presenza. Con la consapevolezza che non esiste un modo perfetto di amare, e che qualche rimpianto può esserci sempre. Possiamo permettere al dolore di diventare (anche) consapevolezza, invece di una punizione permanente.

Prenditi cura degli alberi sani del giardino

Thich Nhat Hanh, monaco zen vietnamita, scriveva che quando un albero del giardino è malato occorre curarlo, ma senza per questo trascurare gli alberi sani. È un’immagine preziosa per chi sta vivendo un lutto.

Nel nostro cuore può esserci un dolore enorme e, allo stesso tempo, spazio per ammirare un tramonto o per sorridere a un bambino. Godere della bellezza intorno a noi non vuol dire dimenticare chi è morto, né tradirlo: vuol dire lasciare che la vita continui a scorrere anche attraverso di noi.

Sembra un paradosso, eppure tutto coabita: tristezza e gioia, vita e morte, leggerezza e pesantezza. Non fuggire dal dolore: ascoltalo, accoglilo, dagli il giusto valore. Non lasciare che diventi l’unica realtà possibile, e ricordati di guardare anche ciò che è ancora vivo.

Elaborare un lutto significa, forse, proprio questo: lasciare che l’amore per chi non c’è più continui a vivere dentro di noi, senza impedirci di restare disponibili alla vita.

Godere della bellezza intorno a noi non vuol dire dimenticare chi è morto

Se senti il bisogno di qualche strumento in più, puoi ascoltare la puntata del podcast Bioconsapevolezza e Salute dedicata a come attraversare i momenti difficili partendo dal qui e ora.

Ecoansia, dalla paura climatica alla consapevolezza attiva

Ecoansia, dalla paura climatica alla consapevolezza attiva

Ti è mai capitato di avvertire una stretta al petto leggendo una notizia sul clima? O un senso di inquietudine pensando al futuro del pianeta? L’ecoansia nasce spesso proprio così: come un disagio sottile che emerge quando la consapevolezza ambientale incontra la nostra vulnerabilità.

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Essere informati sul cambiamento climatico e sulle crisi ecologiche può spingerci a modificare le nostre abitudini, a fare scelte più misurate, a orientarci verso una sobrietà felice. Questa lucidità e comprensione delle condizioni del pianeta, però, può anche generare agitazione costante. L’ecoansia non è solo preoccupazione: è un malessere complesso fatto di senso di colpa, rabbia, tristezza, impotenza. Talvolta si manifesta fisicamente con stati di insonnia, tensione, ma anche, a livello comportamentale, attraverso il bisogno di operare atti di attivismo compulsivo o conflitti continui con coloro che sembrano non preoccuparsi abbastanza.

Se ci immergiamo in un flusso continuo di notizie su emergenze climatiche e degrado ambientale, la paura climatica può amplificarsi.
Il riscaldamento globale, l’inquinamento, la perdita di biodiversità vengono spesso presentati come un processo in rapidissima evoluzione e quasi irreversibile. La predominanza di messaggi di crisi, accompagnata da rari esempi concreti di soluzioni applicabili e da una percezione di inerzia politica, può alimentare la sensazione che l’ecoansia sia una risposta inevitabile a un futuro già compromesso.

Siamo davvero impotenti? Il futuro è già scritto?

L’ecoansia è un malessere complesso fatto di senso di colpa, rabbia, tristezza, impotenza

 

Oltre l’ecoansia: dal pessimismo al possibilismo

La mia proposta, quando si parla di temi ambientali, non c’entra affatto con l’ottimismo né con il pessimismo. Io propongo, al suo posto, la via del possibilismo. Non sappiamo nulla del futuro. È ancora in costruzione. La domanda sulla quale propongo di fermarsi e mettere il focus è: Cosa possiamo fare per creare un futuro radioso, sicuro, prospero, pacifico, dove vivere in un ambiente sano, in armonia con la Natura e tutti gli esseri viventi?

L’ecoansia tende a farci oscillare tra allarme e rassegnazione. Il possibilismo, invece, ci invita a restare presenti dentro la complessità, senza negare le difficoltà e senza esserne travolti. Il futuro non esiste ancora e abbiamo il potere di fare andare le cose nella direzione che preferiamo.

L’ecoansia tende a farci oscillare tra allarme e rassegnazione. Il possibilismo, invece, ci invita a restare presenti dentro la complessità

Il potere del singolo

Perché un essere umano come te o come me dovrebbe fare la differenza riguardo a un tema così ampio e complesso come il clima, il futuro dell’umanità e del pianeta Terra? Rispondo a questa domanda partendo da due fenomeni che si osservano in natura: la transizione di fase e la cooperatività. Osserviamo una transizione di fase, per esempio, quando l’acqua passa dallo stato liquido a quello solido. Durante il raffreddamento compaiono piccoli aggregati ordinati di molecole, chiamati centri di nucleazione. Se restano troppo piccoli si dissolvono; se superano una certa soglia diventano il punto di partenza di un cristallo che cresce. La trasformazione, da acqua al 100% liquida ad acqua al 100% solida, non è immediata ma richiede una transizione. Però, quando si raggiunge una sufficiente massa critica, il processo accelera.

Cooperatività e cambiamento collettivo

Un altro fenomeno da prendere in considerazione è quello della cooperatività biologica. Il globulo rosso, ad esempio, ha la capacità di legare fino a quattro molecole di ossigeno. La cosa interessante è che il processo non avviene in modo indipendente: quando la prima molecola di ossigeno si lega, modifica leggermente la struttura del globulo rosso, rendendo più facile il legame della seconda. La seconda facilita la terza, e la terza accelera ulteriormente il legame della quarta.

In altre parole, ogni legame prepara il successivo. Il processo diventa progressivamente più semplice e più rapido man mano che procede.
Questo è il principio della cooperatività: un primo passo crea le condizioni favorevoli affinché altri passi simili possano avvenire con maggiore facilità.

Favorire la transizione nella nostra società

E se applicassimo questa visione alla transizione della nostra società? Nel passaggio dell’acqua allo stato solido, un centro di nucleazione è quel piccolo nucleo iniziale attorno al quale il cambiamento prende forma. È un punto di coerenza: quando raggiunge una certa stabilità, permette al cristallo di crescere. Allo stesso modo, in una trasformazione collettiva, un centro di nucleazione può essere una persona, un gruppo, una comunità che incarna in modo coerente un nuovo modo di pensare e di agire. Non impone, non forza, ma rende visibile una possibilità. L’elemento che favorisce il cambiamento è la consapevolezza.

Possiamo, allora, chiederci: come diventare noi stessi un centro di nucleazione che favorisce la trasformazione in una direzione di prosperità, pace e armonia? Oppure come unirci a uno già esistente? Come contribuire a raggiungere quella massa critica che rende una trasformazione possibile? Alcuni studi sui movimenti sociali suggeriscono che basta il 3,5% della popolazione attivamente coinvolta perché un cambiamento diventi irresistibile, a condizione che sia non violento. Questo dato ridimensiona il senso di impotenza che spesso accompagna l’ecoansia: non serve convincere tutti, serve incarnare con coerenza ciò che vogliamo fare emergere. 

Come diventare noi stessi un centro di nucleazione che favorisce la trasformazione?

Trasformare l’ecoansia in azione consapevole

Per fare un primo passo, possiamo iniziare recuperando l’autodeterminazione nel quotidiano. Questo significa riportare l’attenzione su ciò che è realmente nelle nostre possibilità, qui e ora, invece di disperderla su ciò che non possiamo controllare. Anche un piccolo gesto, se scelto consapevolmente, interrompe la sensazione di impotenza. Diventa il cambiamento che desideri che avvenga nel mondo. Rispetta la Natura, agisci consapevolmente per salvaguardare l’ambiente, sostieni le persone e i produttori che fanno scelte sostenibili.

L’ecoansia che hai provato finora può allora trasformarsi in energia lucida, capace di generare scelte efficaci.

Puoi diventare il cambiamento che desideri che avvenga nel mondo

Le azioni non bastano: la qualità dei pensieri orienta il futuro

C’è un altro aspetto fondamentale di cui vorrei parlarti. Le azioni sono importanti, ma non bastano. C’è un livello più sottile che precede l’azione: quello dei pensieri e dello stato interiore da cui nascono. Se agiamo mossi dalla paura, dalla rabbia o dall’angoscia, anche l’azione più virtuosa rischia di portare con sé quella stessa vibrazione.

Alcune riflessioni contemporanee, ispirate alla fisica quantistica e ai lavori dello scienziato Jean-Pierre Garnier Malet, propongono una visione del tempo non esclusivamente lineare. In questa prospettiva, il futuro non è una traiettoria unica già determinata, ma un insieme di possibilità. La coscienza, attraverso l’attenzione e l’intenzione, partecipa alla direzione che prende il nostro percorso.

Da Jean-Pierre Garnier Malet ho imparato che ogni pensiero crea un futuro potenziale e grazie al sonno e a come ci addormentiamo, abbiamo la possibilità di essere ispirati per realizzare i futuri potenziali più luminosi. Ho approfondito questo tema nell’articolo dedicato al sonno ristoratore e alla fase REM, perché anche lì si gioca una parte del nostro equilibrio tra ciò che viviamo oggi e ciò che diventerà possibile domani.

C’è un livello più sottile che precede l’azione: quello dei pensieri e dello stato interiore da cui nascono

La coscienza, la leva per la trasformazione

Non si tratta di negare la concretezza della crisi climatica. Si tratta di riconoscere che la nostra coscienza partecipa al modo in cui attraversiamo il presente e costruiamo il domani. Se immaginiamo razionalmente un futuro armonioso ma interiormente restiamo abitati da collera e disperazione, continuiamo ad alimentare scenari in cui la rabbia è dominante. L’ecoansia, così, non si scioglie: si consolida.

Coltivare pensieri possibilisti non significa chiudere gli occhi davanti alle difficoltà. Significa non lasciare che la paura diventi l’unico scenario mentale disponibile. Le azioni sono necessarie, ma la coscienza da cui nascono è ancora più importante. 

Coltivare pensieri possibilisti non significa chiudere gli occhi davanti alle difficoltà

Scegliere il tuo nutrimento

Con questa consapevolezza, comprendi che l’alimentazione emotiva conta. La sovraesposizione a notizie catastrofiche intensifica la paura climatica, alimenta un senso di paralisi e crea futuri potenziali drammatici. Informarsi è importante, ma è altrettanto importante proteggere il proprio equilibrio, scegliendo tempi e modalità con cui farlo. Se ti alimenti di notizie catastrofiche, devi equilibrarle con pensieri che nutrano rispetto, serenità, amore per la Vita e la Natura, senso di meraviglia. Trova il tuo modo di vivere momenti in cui ti senti fiducioso, sereno e amorevole. Ricordati di nutrire la tua gioia interiore.

Camminare nella natura, meditare, coltivare relazioni autentiche, fare attività che nutrano l’anima, compiere piccoli gesti concreti di rispetto per l’ambiente: sono azioni semplici, ma radicate. Ogni gesto coerente con il futuro che desideriamo crea una traccia. Così, giorno dopo giorno, possiamo diventare piccoli centri di nucleazione di consapevolezza, non attraverso proclami, ma attraverso il modo in cui viviamo.

Chronos e Kairos: abitare il tempo in modo diverso

Per finire di argomentare quanto la consapevolezza sia importante, voglio parlarti di un altro aspetto: il tempo. Chronos è il tempo lineare, misurabile, quello delle scadenze e delle previsioni. Se nulla cambia, il futuro sembra seguire una traiettoria già tracciata. In questa prospettiva, l’ecoansia trova terreno fertile: ciò che temiamo appare inevitabile, come se fosse già scritto. Kairos, invece, è il tempo dell’opportunità, il momento qualitativo in cui una deviazione diventa possibile. Non si oppone a Chronos, ma lo attraversa.

La qualità dei nostri pensieri influenza quale traiettoria rafforziamo e quale opportunità di biforcazione può presentarsi. Non si tratta di eliminare il tempo lineare, che resta necessario per organizzarci. Si tratta, piuttosto, di avere la consapevolezza sufficiente per riconoscere col cuore quei momenti in cui si presenta un’opportunità di cambiare drasticamente traiettoria e poi coglierla.

Dall’ecoansia alla responsabilità interiore

L’ecoansia, segnale di una sensibilità viva, può essere la leva per una trasformazione profonda. La paura può paralizzare, ma può anche risvegliare. Di fatto, non possiamo controllare tutto, ma possiamo scegliere la qualità della nostra presenza. Possiamo scegliere la coerenza tra ciò che sentiamo, pensiamo e facciamo.

Il futuro non è scritto una volta per tutte. È un processo in movimento. E ogni giorno, nel silenzio delle nostre scelte e nella qualità dei nostri pensieri, possiamo contribuire a orientarlo nella direzione che desideriamo.

Intimità nella coppia, strategie per risvegliarla

Intimità nella coppia, strategie per risvegliarla

Come si evolve l’intimità in una coppia? All’inizio di una relazione, l’incontro è un vortice di emozioni e di attrazione. Il desiderio sessuale è forte, la curiosità reciproca è viva, l’intimità sembra spontanea e inesauribile. Con il tempo, però, molte coppie, indipendentemente dall’orientamento di genere, si accorgono che questa energia cambia. La vita quotidiana, le responsabilità, la convivenza, i figli, la fatica che giorno dopo giorno tutti affrontiamo, a casa e sul lavoro: tutto questo può portare a un calo del desiderio.

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È un fenomeno frequente. Ogni coppia attraversa fasi di maggiore vitalità erotica e momenti più spenti, senza che questo significhi che ci sia una mancanza d’amore. Tuttavia, per alcune persone, la riduzione della sessualità diventa fonte di una sofferenza profonda. Quanto stiamo descrivendo succede soprattutto quando il linguaggio principale dell’amore, come lo descrive Gary Chapman, è il contatto fisico. In questi casi, se il fatto di toccarsi e la sessualità diminuiscono, una o entrambe delle persone nella coppia possono sentirsi private dell’amore stesso, anche se il partner continua ad amare e a dimostrare affetto e presenza in molti altri modi.

La sessualità, quindi, è un’espressione di piacere, sì, ma per alcuni è anche un linguaggio dell’amore. In ogni caso, un calo del desiderio può diventare un passaggio delicato che merita attenzione, ascolto e cura.

Ogni coppia attraversa fasi di maggiore vitalità erotica e momenti più spenti

Perché facciamo l’amore? La domanda che apre nuove prospettive

Quando il desiderio cala, una delle prime domande da porsi è: perché faccio l’amore con il mio partner?
Le risposte possibili sono molte, e spesso si rivelano sorprendenti.

Alcune persone vivono la sessualità come un dovere coniugale o sociale: “è così che si fa in una coppia”. Altre usano la sessualità per evitare conflitti: “se dico no, il mio partner si arrabbierà o si sentirà rifiutato, non posso farlo”. Qualcuno la vive per paura di perdere l’altro: “se non faccio sesso con lui/lei/loro, potrebbe rivolgersi altrove”. Altri ancora cercano nel sesso la conferma del proprio valore: “così dimostro di essere desiderabile, capace, una persona valida”. C’è chi fa sesso in cambio d’amore, per paura di essere abbandonato.

In tutti questi casi, il rapporto sessuale nasce da un vuoto, da un bisogno di compensare una mancanza interiore o di scongiurare un pericolo. Fare l’amore “perché c’è un vuoto”, però, porta progressivamente a frustrazione, risentimento ed esaurimento.

Al contrario, quando la sessualità nasce da un pieno – da un autentico desiderio, da un traboccamento di gioia e di energia, dal piacere di donare e ricevere – allora diventa rigenerante. È un incontro che nutre entrambi, chi dà e chi riceve, e che arricchisce la relazione invece di impoverirla.

Fare l’amore “perché c’è un vuoto” porta progressivamente a frustrazione, risentimento ed esaurimento

Dal dovere al piacere: una trasformazione necessaria

Uno dei più grandi nemici del desiderio è il senso del dovere. Quando l’intimità diventa un obbligo, la libertà scompare, e con essa il piacere. Per spiegare questo meccanismo, possiamo usare un esempio semplice: il nostro piatto preferito. Se possiamo gustarlo liberamente, quando ne abbiamo voglia, resta un piacere. Ma se ci viene imposto di mangiarlo ogni giorno, in una quantità stabilita e ad un orario fisso, presto perderà ogni attrattiva. Così accade anche con la sessualità: ciò che era desiderio si trasforma in routine forzata, e smette di nutrire.

Quanto stiamo raccontando dipende anche dalla cultura e dalla società. Per secoli, il “dovere coniugale” ha gravato soprattutto sulle donne, private della possibilità di dire no, e non si contano i casi in cui lo stupro non è stato considerato come tale, solo perché vestito dalle apparenze del matrimonio. Questo peso ha tolto gioia e libertà alla sessualità di coppia, impoverendone il significato e l’energia vitale.

Riscoprire il piacere significa restituire alla sessualità la sua dimensione di libertà. Significa potersi chiedere non “devo?”, ma tutto il contrario: “voglio?”. È un cambio di prospettiva che trasforma profondamente il modo di vivere l’intimità.

Riscoprire il piacere significa restituire alla sessualità la sua dimensione di libertà

Lo “script sessuale”: un copione che spegne il desiderio

Molte coppie vivono la sessualità seguendo uno script predefinito, quasi sempre lo stesso: attrazione, baci, carezze, penetrazione, orgasmo. È il copione che abbiamo interiorizzato dai film, dai racconti, dalla cultura dominante. Ma questo schema rigido rischia di diventare una gabbia che soffoca il desiderio.

Se ogni abbraccio o bacio languido deve obbligatoriamente condurre a un rapporto completo, uno dei partner finirà per rinunciare anche a chiedere quel contatto che desidera. Così, poco a poco, si perde la spontaneità e si accumulano distanze difficili, poi, da recuperare.

Per rendere l’idea, possiamo usare la metafora del ristorante. Immaginiamo di prenotare un ristorante molto rinomato. Arriviamo pieni di aspettative, ma scopriamo che il menù è fisso e che dobbiamo obbligatoriamente mangiare tutte le portate: antipasto, primo, secondo, formaggio, dessert. Anche se dopo l’antipasto ci sentiamo già sazi e soddisfatti, siamo costretti a continuare. Alla fine, quello che poteva essere un piacere diventa un peso.

Per evitare la tortura, staremo alla larga da questo ristorante, anche se le pietanze che propone sono buonissime. Così accade con la sessualità: se sentiamo che una carezza implica un copione obbligato fino al rapporto completo, finiamo per allontanarci persino dal gesto di affetto e vicinanza che desideriamo davvero. Lo script sessuale, in questo senso, è un grande nemico del desiderio.

Desiderio e piacere: due esperienze distinte

Spesso parliamo di “mancanza di desiderio o di libido” pensando che significhi assenza di piacere. In realtà, desiderio e piacere non coincidono.

Il desiderio nasce dall’immaginazione di un piacere futuro. Se credo che l’esperienza sarà piacevole, proverò desiderio. Se invece quella stessa esperienza che sto vivendo per me è legata a un obbligo, alla frustrazione o alla mancanza di ascolto, il desiderio scomparirà.

È come con il caffè: se non mi piace, non avrò mai il desiderio di berne una tazzina. La stessa cosa può accadere con un piatto che di solito apprezziamo. Se capita che sia scaduto o che abbia un cattivo odore, non proveremo affatto il desiderio di mangiarlo. Allo stesso modo, se la sessualità diventa carica di obblighi, di ansia da prestazione o priva di ascolto, non susciterà più desiderio.

Il punto, quindi, non è chiedersi se siamo sbagliati perché non sentiamo più desiderio di intimità col partner (tutti proviamo desiderio, almeno in alcuni momenti e circostanze). Chiediamoci, piuttosto, se lo scambio sessuale che ci viene proposto o al quale ci approcciamo è appetitoso, gioioso, in sintonia con i nostri bisogni e valori.

Se la sessualità diventa carica di obblighi, di ansia da prestazione o priva di ascolto, non suscita più desiderio

Coppie bianche e giustificazioni ufficiali

Nella mia esperienza di consulenza, incontro anche coppie che hanno smesso di avere rapporti sessuali da anni: le cosiddette coppie bianche. Le giustificazioni sono molte: mancanza di tempo, stanchezza, figli, impegni. Sono ragioni reali, certo, ma spesso nascondono qualcosa di diverso. La sessualità non è più percepita come rigenerante ma piuttosto come un faticoso dovere.

Se fare l’amore diventa solo fatica, serve risparmiarsi. Se, invece, la sessualità fosse, come dovrebbe, una fonte di ricarica, un’esperienza che nutre e arricchisce, allora perché dire di no? Quando fare l’amore impoverisce è necessario fermarsi e chiedersi: cosa possiamo cambiare nel nostro modo di vivere i momenti di intimità nella coppia?

Strategie per risvegliare l’intimità

Il primo passo da fare è quello di rompere lo script. Consentirsi di vivere l’intimità senza seguire un copione prestabilito. Decidere, per esempio, di fermarsi a un bacio di un minuto, senza che questo implichi nient’altro. Oppure di abbracciarsi guardandosi negli occhi, con la certezza che quell’abbraccio non porterà ad altro. Questa libertà restituisce valore a ogni gesto, riapre la strada alla curiosità e all’esplorazione. È come riscoprire che si può godere di un antipasto senza sentirsi obbligati a consumare tutto il pasto.

Un’altra strategia è quella di riconnettersi al piacere autentico, trasformando il dovere in scelta. Non “devo fare l’amore” ma “voglio farlo, perché mi porta gioia, perché nutre me e la nostra coppia”. La libertà di scelta è essenziale: anche dire “oggi no” fa parte di un’intimità sana, perché custodisce la sincerità.

Infine, è utile parlare apertamente dei propri linguaggi dell’amore. Per alcuni il contatto fisico è essenziale, per altri lo è la parola, il tempo condiviso, i gesti di cura. Conoscere il linguaggio del partner permette di comprendere meglio le sue esigenze e per esempio di non confondere la mancanza di sesso con la mancanza di amore.

Risvegliare il desiderio: un invito alla coppia

Il calo del desiderio non è una condanna, ma un invito. Un invito a scoprire altri modi di essere e fare. Ad ascoltarsi di più, a liberarsi dagli obblighi, a riscoprire il piacere del gioco, della curiosità, della sorpresa. Ogni coppia ha la possibilità di reinventare la propria intimità, a piccoli passi e con la disponibilità ad esplorare e sperimentare.

Il desiderio non si impone: si coltiva. Cresce nella libertà, fiorisce nell’amorevolezza, si rinnova quando c’è ascolto autentico: in primis di se stessi e poi dell’altro. La sessualità, vissuta come incontro e non come dovere, torna a essere uno spazio di gioia e di rigenerazione.

Favorire la pace giorno dopo giorno

Favorire la pace giorno dopo giorno

Possiamo favorire la pace nella nostra vita quotidiana e anche nel resto del mondo, partendo da quello che pensiamo, diciamo e facciamo in prima persona. In questo articolo vorrei mostrare una strada che tutti possono percorrere e che ha proprio l’obiettivo di favorire la pace in molti modi e in molte direzioni.

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Una premessa sulla guerra

Prima di parlare di pace vorrei fare una premessa sulla guerra che ritengo importante, per poi nominare la parola guerra il meno possibile nel corso di questo articolo. Purtroppo pace e guerra si alternano senza sosta. Sono anni che osservo la guerra, quella vicina e quella lontana. Dai “piccoli” conflitti tra gli esseri umani vicini a me, e che quindi conosco personalmente, fino ai grandi conflitti internazionali. C’è poi l’abitudine alla guerra contro la malattia, i virus e i batteri diffusa soprattutto in occidente. C’è la guerra tra due o più Paesi, popolazioni, gruppi etnici o religiosi, in zone del mondo che personalmente non ho mai visitato, della cui lingua, cultura e storia personalmente so molto poco.

Sono anni che osservo le persone schierarsi violentemente per o contro una persona, un Paese, un punto di vista e di conseguenza contro chiunque osi avere una visione differente dalla propria. Oppure contro chiunque si azzardi a dichiarare di non avere un’opinione.

Osservando quanto sia contagiosa la violenza e quanto sia facile farsi contagiare e influenzare da emozioni o situazioni come rabbia, odio, carenza di rispetto, mancanza di discernimento, mi sono chiesta molto spesso cosa possiamo fare per favorire la pace, l’equilibrio, l’amorevolezza, il rispetto, la gioia e il benessere.

L’importanza di agire nel qui e ora

La mia risposta, per quanto di vasta portata, è semplice. Possiamo favorire pace, equilibrio, amorevolezza, rispetto, gioia e benessere, agendo all’interno della nostra vita quotidiana. Quando e se lo facciamo, partecipiamo all’incremento di sentimenti e situazioni positive e benefiche che migliorano la qualità della vita di chiunque nel mondo, vicino e lontano rispetto a noi. Primo perché se anche una sola persona sta meglio ed è più sana, la popolazione globale è di conseguenza più sana. Secondo perché pace, amore, rispetto e gioia sono anch’essi contagiosi.

Nel qui e ora è dove possiamo agire: lì è dove abbiamo potere. So che ne sei consapevole, ma capita di dimenticarselo. Anzi molte persone se lo dimenticano e quindi ci tengo a ripeterlo. Non puoi cambiare gli altri: né quelli vicini né quelli lontani; tuttavia, lavorandoci su, puoi cambiare te stesso. L’obiettivo non è cambiare quello che sei, ma tornare a essere maggiormente quello che sei: favorire l’espressione del tuo potenziale luminoso.

Nel qui e ora è dove possiamo agire: lì è dove abbiamo potere

Favorire la pace accrescendo il potenziale di luce

La prima tappa, quella più importante, è accogliere quello che sei. Non c’è quasi nulla di più sfiancante e controproducente che lottare contro se stessi. La lotta contro te stesso ti condanna alla guerra ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Nessuna tregua fino alla fine della vita.

Favorire la pace con te stesso, vuol dire in prima istanza accoglierti, accettando i lati luminosi ma anche quelli oscuri e difficoltosi: i paradossi, le insicurezze, le incoerenze. Accogliere le tue emozioni senza sentirti in qualche modo obbligato a scaricare la responsabilità sugli altri. Vuol dire, piuttosto che “è lui/lei che mi fa sentire così”, provare a dire “io mi sento così”.
Riconoscere quello che si muove in noi, farne l’esperienza, lasciarsi attraversare è il primo passo per favorire la pace.

Superare gli ostacoli di un’educazione poco accogliente

Molti di noi non sono stati affatto educati all’accoglienza di se stessi e delle proprie emozioni. Siamo esseri sociali, di conseguenza appartenere a un clan e sentire di avere un posto riconosciuto da tutti all’interno della società è molto importante. A volte, però, questa necessità si trasforma in ansia che viene riversata sui figli e si rischia di non accoglierli con curiosità, per assistere in modo semplice e senza preconcetti allo sbocciare del loro potenziale.

Al contrario, si agisce (inconsapevolmente o meno) schiacciandoli con aspettative e pretese parentali. Troppo spesso, i genitori hanno molto chiaro quello che i propri figli dovrebbero fare e quello che dovrebbero essere per adattarsi e farsi apprezzare dalla società.

Troppo spesso, i genitori hanno molto chiaro quello che i propri figli dovrebbero fare

Una scuola che ignora molte delle intelligenze

La scuola e i voti diventano un criterio per valutare non solo il valore del figlio ma anche dei genitori. La scuola è spesso un luogo competitivo, dove si viene facilmente etichettati come falliti se i risultati non sono all’altezza delle aspettative. Tra i diversi problemi c’è il fatto che la scuola si concentra quasi esclusivamente su due intelligenze: quella logico-matematica e quella linguistica, quando invece secondo il docente e psicologo Howard Gardner ne esistono almeno nove. Di conseguenza, chi ha un’eccellente intelligenza spaziale o interpersonale, musicale, corporea-cinestetica, intrapersonale, naturalistica ed esistenziale non è valutato come un individuo adeguato dalla scuola. E il confine tra il fatto che un individuo non adatto alla scuola (così come oggi è organizzata!) non possa integrarsi o essere felice è molto spesso superato da insegnanti e genitori.

Possiamo fare qualcosa per favorire la pace in questo contesto? Assolutamente sì. Favorire la varietà dell’insegnamento per favorire l’espressione di tutte le intelligenze può essere una strada. Dare valore all’educazione emozionale e all’intelligenza intrapersonale è un’altra direzione percorribile, soprattutto se pensiamo al fatto che quest’ultima intelligenza rappresenta la capacità di riconoscere la propria individualità, sentire cosa accade dentro di sé e riconoscere le proprie risorse e i limiti.

Consiglio a tutti di accogliere i figli con maggiore fiducia e curiosità. Anche se sono membri della famiglia, potenzialmente hanno talenti, destini e strumenti molto diversi dai genitori e dai nonni.

Accogliere se stessi per accogliere gli altri

Per potersi accogliere serve osare, incontrare, ascoltare e conoscere se stessi. Più sarai capace di accogliere te stesso ed essere in pace, più sarai capace di accogliere gli altri ed essere in pace con loro.

Già a scuola si possono aiutare bambine, bambini, ragazze e ragazzi a sviluppare la capacità di accogliere le proprie emozioni, riconoscerle e coltivare le competenze relazionali e di comunicazione e trasformazione dei conflitti.

Perché sia possibile, servirebbe che gli insegnanti in primis fossero competenti su questi aspetti. La buona notizia è che se anche da adulto non padroneggi queste competenze non è mai troppo tardi per svilupparle. Non conosco miglior investimento sul proprio benessere e sulla propria salute che quello di acquisire nuovi strumenti per avere relazioni sane con se stessi, le proprie emozioni e ovviamente anche gli altri.

È possibile così aumentare la capacità di mantenere un equilibrio dinamico nella vita e partecipare alla creazione di un presente di pace. E si può anche essere di sostegno come adulto nei confronti dei bambini, che sono gli adulti di domani e saranno i protagonisti nella costruzione del futuro.

Possiamo migliorare in qualunque momento le competenze relazionali e di trasformazione dei conflitti

Combattere la guerra o fare pace?

Quando ci diamo un obiettivo, non è importante solo l’obiettivo in sé ma anche il modo che scegliamo per perseguirlo e così le parole che usiamo per pensare a questo obiettivo. Quando combatti la guerra con le armi della distruzione, alimentando rabbia e odio, non puoi raccogliere che altra rabbia e ancora odio.

Se non c’è coerenza tra il tuo scopo e gli strumenti che usi per cercare di raggiungerlo, l’obiettivo si allontanerà da te sempre di più. Per questo è fondamentale che la strada per la pace sia costruita con sentimenti e azioni di pace, lontani anni luce dalle armi e dalla distruzione. Per riuscire in qualunque impresa deve esserci coerenza tra fine e mezzi.

Un altro ingrediente fondamentale per favorire la pace riguarda ancora una volta noi stessi, Per favorire la pace in modo attivo ed efficace, infatti, dobbiamo essere in pace, rispettare i nostri valori e nutrire ciò che ci rende felici. Solo così possiamo trovare la forza per perseguire obiettivi anche molto difficili da raggiungere, sentendoci sempre in accordo con noi stessi. Tutto questo è proprio il contrario del proverbio machiavellico “il fine giustifica i mezzi”. Come diceva Gandhi: “tali i mezzi, così i fini”; in altre parole, quel che semini raccoglierai.

Se hai bisogno di incitare te stesso lungo un cammino complesso, piuttosto di immaginare che stai “lottando contro qualcosa” pensa invece che ti stai “battendo per qualcosa”.

Da dove arriva un punto di vista?

Di fronte a un punto di vista, ti propongo di porti ogni volta alcune domande. Il punto di vista per il quale stai combattendo ferocemente, nasce da una tua esperienza personale diretta? Se non è un’esperienza diretta, sei sicuro della validità delle tue fonti di informazione? Sei sicuro che quello che ti è stato detto o mostrato sia reale?

Purtroppo, la televisione e i media in generale sono mezzi di trasmissione di massa (non di comunicazione: la comunicazione è altra cosa), che focalizzano l’attenzione sul pericolo e il dramma, favorendo la dualità. Quando stiamo assistendo in prima persona e dal vivo a una situazione, abbiamo già un punto di vista ridotto. Nonostante sia possibile guardare a destra, a sinistra, davanti e dietro, mi piace dire che vediamo la realtà dal buco della serratura.

La parzialità dell’informazione aumenta drasticamente quando la realtà è trasmessa tramite una videocamera: il cameraman può scegliere un angolo specifico per mettere in evidenza qualche dettaglio e nasconderne altri, veicolando così alcune emozioni e orientando le interpretazioni.

Visti i rischi di manipolazione, volontaria o meno, credo sia saggio dubitare, prima di prendere un’informazione parziale come base o fondamenta della propria lotta. La mia proposta è di verificare le fonti e studiare approfonditamente: è bene riconoscere la complessità delle situazioni.

Quando non hai tempo e voglia di approfondire, autorizzati a dire “non lo so”, “non sono abbastanza informato per avere un’opinione su questo argomento”, non posso sapere “chi ha ragione e chi ha torto“. Potrai, immagino, trovarti d’accordo con molte persone sul fatto che la guerra è un dramma e che sarebbe molto bello trovare insieme soluzioni per favorire la pace.

Non sempre possiamo essere sicuri che quello che ci è stato detto o mostrato sia reale

Conflitti lontani e conflitti vicini

Ispirandomi a una frase attribuita a Madre Teresa di Calcutta, vorrei ricordare che “se tutti pulissero davanti alla propria porta di casa, il mondo sarebbe pulito”. Ti suggerisco di dedicare tempo ed energia per trasformare i conflitti in cui sei direttamente coinvolto, quelli davanti alla tua porta di casa. Parlo dei conflitti con i membri della tua famiglia di origine, con quelli della tua famiglia acquisita, con i colleghi di lavoro, con i vicini di casa e così via.

Trasformando i conflitti nel tuo ambito di azione, farai molto di più per la pace nel mondo rispetto a quando, per esempio, nutri odio per degli sconosciuti che vedi in televisione. Esistono conoscenze fondamentali tratte dagli studi sulla pace che trasformano una missione che sembra impossibile in un percorso pieno di soddisfazioni. Non serve essere un esperto: queste conoscenze sono accessibili a tutti. Se risparmi tempo ed energia evitando di alimentare rabbia, separazione, guerra, conflitti e odio, libererai tempo ed energia per studiare come favorire la pace.
Una goccia alla volta, un essere umano alla volta, la trasformazione diventa possibile.

Gran parte della mia attività professionale ha questo intento: aiutare le persone a creare pace, gioia e serenità, in sé stessi e intorno a loro. Per iniziare subito questo percorso prova a prenderti cura di te stesso favorendo rilassamento e benessere.

Come comunicare diagnosi e prognosi al meglio

Come comunicare diagnosi e prognosi al meglio

Comunicare diagnosi e prognosi in modo professionale e allo stesso tempo empatico non è affatto facile. La diagnosi, ovvero il giudizio clinico che riconosce la malattia è spesso una doccia fredda per i pazienti, anche quando c’è la consapevolezza che qualcosa non va. La prognosi, cioè la previsione sul decorso e sull’esito di una condizione morbosa, può essere ancora più difficile da comprendere e accettare.

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Professionisti sanitari, terapeuti e più in generale qualunque persona che abbia scelto di mettersi al servizio della salute e del benessere degli individui, di solito studiano anni per acquisire le proprie competenze. In questo modo raggiungono un potenziale incredibile per aiutare, sostenere e prendersi cura delle altre persone. Tale opportunità può essere seriamente compromessa da una scarsa capacità di comunicare e da un posizionamento errato nella relazione con gli assistiti.

La mancata preparazione su questi due aspetti diventa ancora più lampante quando si deve comunicare diagnosi e prognosi. Avere delle competenze in termini di relazione e comunicazione è indispensabile per mettere a frutto le proprie competenze nella cura dei pazienti. Ciò permette anche di essere al servizio degli altri con cuore e serietà, nel rispetto di sé e delle proprie energie.

È per questa ragione che ho scelto di dedicare parte della mia attività e del mio tempo, come terapeuta e come medico, all’insegnamento delle tecniche di comunicazione in ambito sanitario e ad aiutare a creare una relazione di cura sana e serena.

In questo articolo voglio spiegare perché comunicare diagnosi e prognosi in modo sbagliato e maldestro porta a conseguenze molto deleterie.

Avere delle competenze in termini di relazione e comunicazione è indispensabile per mettere a frutto le proprie competenze di cura

Le competenze di comunicazione sono parte della cura

Le modalità che si utilizzano per comunicare con il paziente sono estremamente importanti. Una pessima comunicazione è nefasta di per sé, indipendentemente da quello che si comunica.
Come medici e terapeuti è necessario comprendere l’importanza delle parole che usiamo e quanto è fondamentale saper comunicare diagnosi e prognosi in modo efficace. Il curante deve conoscere il potere delle proprie parole e l’impatto che esse possono avere, sia in termini negativi sia positivi, soprattutto su una persona in condizioni di fragilità.

Il punto di vista biologico

Negli articoli pubblicati su questo blog ho raccontato spesso situazioni che possono aggravare la situazione di un malato. Abbiamo visto quanto è importante che il paziente si senta al sicuro, “come un pesce dentro l’acqua”. Ho anche sottolineato in diverse occasioni quanto la comunicazione, verbale e non verbale, abbia un impatto importante sulla fiducia che il paziente può riporre nel curante.

Abbiamo parlato in passato del fatto che l’insicurezza aggrava l’intensità dei sintomi e rischia di risucchiare il paziente in un circolo vizioso che può arrivare ad essere mortale. Non si tratta solo di stati emotivi ma di dati biologici: l’emotività è molto più importante di quello che tanti pensano.

In questo articolo ho scelto di illustrare una delle situazioni che spesso peggiorano i sintomi di chi vive una condizione di malattia e che rischiano di rendere la situazione molto più pesante, qualunque essa sia.

Il vissuto emotivo può far sentire ai pazienti di non avere scampo. Questo vissuto emotivo che stiamo descrivendo, nello specifico, scatena un processo biologico che porta l’organismo ad aumentare fortemente il proprio metabolismo. Si mette in moto una tensione/agitazione viscerale. E se la situazione è intensa e/o duratura rischia di provocare una rapida perdita di peso.

In casi estremi si arriva a uno stato di vera e propria prostrazione. Il paziente è immobile, chiuso in se stesso e totalmente coinvolto in uno stato di ansia viscerale irrefrenabile, che impedisce alla persona di riposare e rigenerarsi.

In questo stato emotivo tutte le sensazioni percepite risultano amplificate. Una piccola infiammazione diventa intensa e molto sintomatica, un dolore che sarebbe stato di 3 punti su 10 per intensità è percepito come un dolore intensissimo da 10 su 10 e così via.

La comunicazione, verbale e non verbale, ha un impatto importante sulla fiducia che il paziente ripone nel curante

Un vissuto che tutti abbiamo già incontrato

Senza arrivare obbligatoriamente ai casi più estremi, è capitato a tutti noi di provare questa sensazione di fortissima ansia, anche solo per pochi secondi o minuti. Facciamo qualche esempio.

Ritroviamo questa forma di agitazione e irritazione, per esempio, in una persona che ha dolori ricorrenti da giorni, senza un sollievo. La sensazione di non avere via di scampo dal dolore rende il dolore stesso davvero più intollerabile.

Una situazione d’insonnia che costringe a passare le ore notturne svegli, notte dopo notte, senza trovare il modo di riposarsi, provoca una tensione sempre maggiore che non favorisce la fine di tale calvario.

Molto probabilmente questo è capitato anche a te: il caldo che proviamo di notte in piena estate, che ci impedisce di dormire, ci porta ad agitarci sempre di più, fino a quando non troviamo una soluzione, anche parziale. Un lenzuolo bagnato, per esempio, può temporaneamente migliorare la situazione. Anche se il caldo non accenna a diminuire… Ci rilassiamo e i sintomi diminuiscono. Non solo per il lenzuolo ma perché in questo modo si vive il sollievo di aver trovato una via di scampo dal disagio.

Malattie considerate in fase terminale

Prendendo in considerazione i casi più estremi, la sensazione di non avere una via di scampo si manifesta molto spesso nelle persone che hanno ricevuto la diagnosi o la prognosi di una malattia “in fase terminale”.

Di fatto, questa fase della malattia porta nel nome stesso un messaggio nefasto, che comunica l’assenza di una via di scampo.

Lo stato emotivo conseguente alla diagnosi o alla prognosi può provocare una situazione che rischia di trascinare la persona in un circolo vizioso. Il paziente dimagrisce velocemente perché sente di non aver via di scampo. A quel punto, insieme ai suoi curanti, interpreta il dimagrimento come un peggioramento della malattia, come se lo erodesse da dentro. Ciò conferma a tutti lo stadio “terminale” della malattia. Ed è così che la persona rafforza il vissuto emotivo legato al fatto di non avere via di scampo.

Lo stato emotivo conseguente alla diagnosi o alla prognosi può provocare una situazione che rischia di trascinare la persona in un circolo vizioso

Comunicare diagnosi e prognosi, cosa non fare

Comunicare una diagnosi nefasta è già di per sé uno shock. Le modalità di comunicazione, però, possono a loro volta rappresentare un trauma che condiziona l’intero andamento della malattia.

Quando la patologia è presentata come incurabile o viene definita, per esempio, “degenerativa”, è facile che il paziente possa percepire il vissuto di non avere via di scampo: sente che sta per morire o che diventerà invalido per tutto il resto della sua vita.

La situazione viene peggiorata da tutti quei curanti che si permettono di comunicare diagnosi e prognosi in modo intempestivo e con parole errate.
Tanti medici, abituati alla malattia altrui e alla terminologia medica, inconsapevoli del potere delle loro stesse parole, sono soliti comunicare diagnosi e prognosi senza nessuna cautela. Ho sentito io stessa pronunciare frasi come “lei ha tre mesi di vita” piuttosto che “lei finirà in sedie a rotelle” oppure “a breve non potrà più respirare senza ausilio”.

Queste parole vengono spesso ricevute da chi le ascolta come sentenze che cadono dall’alto, pronunciate da chi conosce con certezza il futuro. Anche se non è affatto così.

A chi si permette di fare queste prognosi, o a chi crede in queste prognosi, ricordo che i medici sono esseri umani. Non abbiamo a disposizione nessuna sfera di cristallo: il futuro non è certezza fino a quando non accade.

Quanti di costoro si tratterrebbero se sapessero che il loro verdetto può diventare una profezia autoavverante? E questo non sempre perché la malattia sia grave, ma piuttosto a causa del modo che hanno scelto per comunicare diagnosi e prognosi.

Le modalità di comunicazione di una diagnosi possono rappresentare un ulteriore trauma

I consigli per comunicare diagnosi e prognosi in modo empatico

L’antidoto a quanto abbiamo appena descritto è più semplice di quello che si potrebbe pensare. Il curante deve aiutare il paziente a sentire visceralmente di avere una scelta. Un orizzonte aperto alla guarigione o almeno a soluzioni di miglioramento.

Tutto ciò che può aiutare a migliorare la situazione di ansia e insicurezza del paziente funziona come difesa dalla percezione che non ci sia una via di uscita e diminuisce le conseguenze negative della malattia.

Nessuna patologia è incurabile. Si può sempre curare una persona malata. Si può promettere senza mentire di fare del proprio meglio per accompagnare gli assistiti nel loro percorso, identificando strumenti utili a farli stare meglio. Solo la guarigione non può essere data per garantita.

L’intervento sintomatico aiuta in tutte le situazioni, regalando maggiore benessere e del tempo aggiuntivo per fare un lavoro alla radice della malattia e ottenere frutti duraturi. Quando c’è un dolore, un trattamento antidolorifico efficace permetterà al paziente di toccare con mano il fatto che c’è una possibilità di miglioramento, dunque una via d’uscita da quel dolore.

Qualsiasi strategia che permetta di diminuire un sintomo e migliorare la situazione è efficace per far sentire al paziente che c’è una via di uscita dalla malattia o dal malessere che accompagna la malattia.

La possibilità di curarsi come si vuole

Avere scelta significa anche poter scegliere come curarsi, nel rispetto dei propri valori. La volontà di interrompere un protocollo terapeutico, per esempio, dovrebbe essere sostenuta anche dai curanti.

Spesso, le cure proposte dalla medicina convenzionale tracciano un’unica strada. A cui a volte si accompagna una sentenza al limite del ricatto “o ti curi secondo questo protocollo messo a punto dalla medicina convenzionale o muori”.

È importante lasciare sempre alla persona una prospettiva di cura aperta. Sentirsi in gabbia stimola il nostro animale interiore a reagire. Dimagrire, biologicamente, permette di “passare attraverso le sbarre” e scappare…

L’ospedale dovrebbe essere vissuto come un luogo di opportunità e non come un carcere dal quale non si può evadere.

Avere scelta significa anche poter scegliere come curarsi, nel rispetto dei propri valori

La collaborazione con i pazienti

Nella mia esperienza le cure si dimostrano come più efficaci, sia per il paziente sia per il curante, quando il medico porta avanti un lavoro di crescita personale e di rispetto del sé. Rimettendosi al proprio posto di essere umano, al servizio della salute di un altro essere umano, le scelte non condivise che un paziente potrebbe fare possono essere vissute con rispetto e non come un’offesa personale.

La relazione può essere di collaborazione, senza bisogno di far pressione per convincere a tutti costi il malato a seguire “l’unica strada efficace”.

Di solito, dopo un lavoro serio di consapevolezza, i medici sentono meno il bisogno di dover salvare il paziente a tutti i costi. Questo sentimento di onnipotenza, dettato dalla buona volontà, è fonte di grande frustrazione e impotenza per tutti, curanti e malati.

Rimettersi al proprio posto, invece, permette di aiutare al meglio le persone, in modo serio e con il cuore ma senza perdere il rispetto per sé e per gli altri, partendo dal modo di comunicare diagnosi e prognosi con empatia e senza dare nulla per scontato.

L’importanza della medicina territoriale

Avendo compreso quanto sia importante che la persona si senta libera, nell’ottica di non percepirsi come un uccello in gabbia, si può capire quanto possa essere indispensabile tutto il lavoro di tutela e sviluppo della medicina territoriale. Anche, o forse soprattutto, per facilitare il ricovero a domicilio.

I pazienti cronici che necessitano di cure prolungate possono davvero migliorare se hanno la possibilità di alternare i periodi di ospedalizzazione alle terapie domiciliari, in un ambiente familiare. Si evita così che questi individui abbiano la sensazione di trovarsi rinchiusi.

Quando invece il ricovero in ospedale è necessario, la possibilità di uscire in giardino, all’aria aperta, in luoghi con un orizzonte visivo ampio, regala esperienze che nutrono il senso di aver una via di scampo e contribuiscono al benessere del nostro animale interiore.

Facilitare le terapie domiciliari può essere di grande aiuto perché permette ai pazienti di non sentirsi in gabbia

La medicina integrata può aprire gli orizzonti

La medicina integrata ha un grande valore in tutti quei casi in cui diagnosi e prognosi possono sembrare particolarmente difficili da affrontare. Ed è preziosa perché abbraccia vari punti di vista, approcci e strumenti di cura: un’opzione che migliora significativamente la condizione del paziente, perché lo aiuta a sentire nel profondo di avere una via, anzi più vie di uscita.

L’obiettivo è quello di cercare e trovare insieme varie possibilità di miglioramento e sperimentarle una alla volta. Se alcune opzioni non dimostrano l’efficacia desiderata, c’è la consapevolezza di avere a disposizione altre vie da esplorare insieme.

Come prevenire le malattie, fin da oggi

Come prevenire le malattie, fin da oggi

Prevenire le malattie è possibile? Ci sono delle azioni che possiamo mettere in pratica e che aiutano concretamente a fare quella che comunemente viene chiamata prevenzione?

La buona notizia è che ci sono delle cose che puoi fare per raggiungere questo obiettivo, che poi coincide con quello di coltivare salute e benessere, di cui spesso parlo in questo blog. Probabilmente, però, queste azioni non sono quelle che pensi e sono piuttosto lontane da quanto il sistema sanitario comunemente chiama “prevenzione”. Ma facciamo un passo alla volta, partendo da qualcosa che tutti conosciamo bene.

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La medicina convenzionale occidentale, così com’è organizzata oggi, è essenzialmente una medicina d’urgenza o comunque che interviene quando compaiono dei sintomi. Il medico non è quel professionista che possiamo consultare con l’obiettivo di mantenerci in buona salute.

In effetti, prendi un appuntamento con il tuo medico di base quando non ti senti bene oppure quando il tuo corpo, in qualche modo, ti sta parlando attraverso la manifestazione di sintomi che non sai interpretare. Talvolta se il sintomo ti sembra chiaro chiami direttamente uno specialista per indagare più a fondo nella patologia che pensi di avere. Tutto questo però non serve a prevenire le malattie.

La medicina occidentale convenzionale è soprattutto una medicina d’urgenza

Manca una cultura della prevenzione

Spesso mi stupisco di sentire utilizzare la parola prevenzione, quando invece quello che la medicina convenzionale occidentale fa non è vera prevenzione. Tutt’al più è diagnosi precoce, come nel caso degli screening per verificare lo stato di alcuni organi o tessuti. Oppure si tratta, piuttosto, di vere e proprie terapie farmacologiche, come le statine per contrastare il colesterolo, che possono provocare diversi effetti collaterali (per fare un esempio).

In occidente, non c’è una vera cultura della prevenzione come accade invece in oriente, grazie alla medicina cinese o ayurvedica. La prevenzione è proprio il focus di queste medicine che ho citato. Al punto che anni fa, quando ho studiato la medicina cinese, ho imparato che i medici cinesi tradizionali si facevano pagare per prevenire la malattia, mentre lavoravano gratuitamente nel momento in cui il loro paziente si ammalava. Esiste anche un detto che conferma questo approccio: Curare la malattia è come iniziare a scavare un pozzo quando si ha sete.

La soluzione nel cambiamento

Penso che l’assenza dell’integrazione di un approccio realmente preventivo sia una delle cause della saturazione del sistema sanitario attuale. Proprio poiché la cura si attiva quando le persone si ammalano, il sistema non riesce più a rispondere alla domanda. Si parla tanto di spese sanitarie troppo alte e di problemi di budget che non consentono di assumere ulteriore personale sanitario, mentre rivalutare dove e come si investe potrebbe rappresentare una svolta sana ed efficace.

Sottolineo intanto che prendere in cura una persona malata per riportarla a un equilibrio salutare è molto più dispendioso, economicamente ed emotivamente (sia per i professionisti sia per i pazienti) che aiutarla a mantenersi in salute.

In questo articolo vorrei presentarti un aspetto di quello che dal mio punto di vista rappresenta la vera prevenzione. Voglio offrirti spunti utili per riprendere in mano il potere sulla tutela della tua salute, partendo dalla conoscenza di te stesso. Così potrai prevenire le malattie. Ma prima, ecco qualche informazione di base sul funzionamento dell’organismo, per comprendere gli strumenti che voglio darti.

Poiché la cura si attiva quando le persone si ammalano, il sistema sanitario non riesce più a rispondere alla domanda

Tre livelli: cerebrale, emotivo e organico

In una situazione del tutto normale, ad ogni istante il cervello riceve ed elabora miliardi di informazioni. Nel caso tu abbia tendenza a sottovalutare l’attività del tuo cervello, ti fermo subito: sappi che mette in gioco 1 miliardo e mezzo di connessioni ogni nanosecondo. Nel momento in cui ricevi un’informazione, miliardi di cellule si attivano e qualcosa si muove in te: occhi, bile, dita, bocca… Di fronte a ogni stimolo sono tre i livelli dell’organismo che vengono messi in gioco: cerebrale, emotivo e organico.

Una zona del cervello si attiva per ricevere ed elaborare l’informazione. Si vive una percezione, in modo cosciente oppure no, e parte immediatamente un ordine neurologico per stimolare l’azione di una parte del corpo specifica: un muscolo, una ghiandola, il tessuto di un organo eccetera. Le informazioni arrivano a volte in modo percepibile dalla coscienza come, ad esempio, il canto di un uccello, il sorriso di una persona, la sensazione della pioggia sul viso, il gusto di un biscotto, e così via. Altre volte sono inconsce, come i pollini nell’aria, un dettaglio nel nostro campo visivo sul quale non stiamo portando l’attenzione, i nutrimenti contenuti nel biscotto, un’informazione vibrazionale eccetera.

Di fronte ad ogni informazione ricevuta, l’organismo vive un percepito biologico e/o emotivo, anch’esso a volte conscio, a volte inconscio. L’organismo, per esempio, percepisce, senza bisogno che il fatto arrivi alla coscienza, se un cibo è tossico o vitale. Percepisce anche se un suono è piacevole o disturbante… In questo caso a volte il suono arriva alla coscienza, e così anche il percepito, altre volte tutto succede nella totale inconsapevolezza.

Le azioni biologiche automatiche

La ricezione dell’informazione crea contemporaneamente delle azioni biologiche automatiche. Appena ricevuta un’informazione, infatti, il cervello lancia degli stimoli nervosi ad alcune parti del corpo. A volte queste azioni e i loro effetti sono visibili: ad esempio passare la mano nei capelli, grattarsi l’orecchio, starnutire.

Altre volte, invece, sono del tutto invisibili. Per esempio, la contrazione dello stomaco, la dilatazione di un’arteria, il rallentamento del battito cardiaco, l’aumento della produzione di ormoni della tiroide e così via. Ad ogni stimolo, per riassumere, corrispondono un percepito e un’azione biologica. Stiamo parlando di miliardi di stimoli al secondo, cioè miliardi di processi e di triadi percezione-vissuto emotivo/biologico-azione.

Cosa accade in una situazione di stress breve e contenuto?

Gli stimoli, nel nostro vissuto quotidiano, sono più o meno intensi e lo stesso vale per le nostre reazioni. In una situazione di stress contenuto, quasi equiparabile a quello fisiologico e necessario per essere svegli e reattivi giorno dopo giorno, il corpo funziona in modalità di routine. Si alternano momenti di stress e di rilassamento. Tutto rimane nell’ambito della normalità.

Di alcuni momenti di stress siamo consci. È il caso, ad esempio, dello stress legato al fatto di guidare nel traffico e vedersi sbucare di fronte un’auto all’improvviso. Non appena gestito l’imprevisto ci rilassiamo. Lo stesso vale per lo stress che vivi quando devi parlare in pubblico e spiegare concetti complessi: se ti è capitato, sai che ti rilassi non appena vedi che chi ti sta di fronte capisce e ti sta seguendo, oppure quando finisce l’intervento. Anche lo stress per un figlio che vive un momento di difficoltà funziona in questo modo. Quando il momento è superato si torna in uno stato di rilassamento. Gli esempi che potremmo fare sono infiniti.

Gli stimoli, nel nostro vissuto quotidiano, possono essere più o meno intensi e lo stesso vale per le nostre reazioni

Un processo bifasico

In questa alternanza di stress e rilassamento riconosciamo un processo bifasico, cioè in due fasi. La prima corrisponde a quella dello stress attivo. In base al tipo di vissuto, durante questa fase l’organismo aumenta o diminuisce la funzione di un organo o di una ghiandola, per esempio. Può anche aumentare o diminuire il numero di cellule di un tessuto specifico. Tutto dipende dalla tipologia di vissuto psico-biologico e dall’origine embriologica del tessuto coinvolto.

Durante la seconda fase, la fase di vagotonia (cioè quando ti rilassi perché non sei più stressato a causa dell’evento che aveva generato tensione), l’organismo compie l’azione opposta rispetto a quella osservata in fase attiva. In pratica: se durante la fase di stress attivo il corpo aveva aumentato la funzione di un organo o di un tessuto, nella successiva fase di rilassamento la funzione tornerà al livello normale, a volte calerà addirittura drasticamente.

Se durante la fase di stress attivo l’organismo aveva aumentato il numero di cellule fino a creare un ispessimento o una massa, in fase di rilassamento il corpo eliminerà queste cellule, diventate oramai inutili. Viceversa, quando durante il momento di stress vengono eliminate alcune cellule, assottigliando un tessuto o creando delle ulcere, in fase di vagotonia il tessuto ricrescerà e le ulcere saranno richiuse.

L’intensità dei sintomi della fase di riparazione

La seconda fase, quella di vagotonia, che possiamo identificare come una fase di riparazione, è una fase calda. Essa cioè è accompagnata da edemi e infiammazione. Paradossalmente, spesso i dolori o l’infiammazione emergono proprio quando ci rilassiamo, dopo un periodo di stress. Ti è mai capitato di ammalarti proprio nei primi giorni delle vacanze, dopo mesi di sovraccarico lavorativo? Oppure hai sofferto di mal di testa nel fine settimana, dopo giorni di tensione?

Spesso, i sintomi infiammatori della domenica sera o del lunedì sono correlati a una situazione vissuta in modo stressante durante il weekend. Viceversa, i sintomi dei giorni di riposo sono correlati a una situazione vissuta in modo stressante durante la settimana lavorativa. Le reazioni infiammatorie ed edematose a seguito di stress brevi (di pochi secondi o minuti) e poco intensi, sono di fatto asintomatiche. Non sentiamo sintomi specifici oppure sono così lievi ed effimeri che passano inosservati. Ma non è sempre così.

Spesso dolori e infiammazione compaiono proprio quando ci rilassiamo

A una ricezione intensa corrisponde una reazione intensa

Di fronte a una situazione in cui lo stress generato è elevato e duraturo (giorni, mesi, anni…), l’organismo adatta comunque il suo funzionamento. Le reazioni organiche però diventano più intense e persistenti. Da qui dipende ciò che percepiamo come sintomi, che a volte coinvolgono vere e proprie modifiche organiche come masse, addensamenti dei tessuti o ulcere.

Tali cambiamenti non solo li sentiamo, ma possiamo anche osservarli grazie agli esami clinici (auscultazione, palpazione e simili) e paraclinici (esami biologici di laboratorio, esami di diagnostica per immagini come radiografie, ecografie, tac eccetera). Che lo stress sia lieve e breve o intenso e duraturo, si ripete sempre il paradigma dei 3 livelli: cerebrale, emotivo e organico.

Se la fase di riparazione in seguito a uno stress lieve e breve è spesso asintomatica, quella in seguito a uno stress intenso e duraturo può essere molto sintomatica. Si, la fase di riparazione è solitamente la fase la più difficile da vivere, poiché si hanno maggiori sintomi come dolori, infiammazione, limitazioni funzionali. Al di fuori dei check-up a cui potresti aver l’abitudine di sottoporti in assenza di sintomi, questo è il momento in cui di solito ti preoccupi e prenoti delle indagini aggiuntive. Magari in questa fase vengono anche diagnosticate delle malattie.

Non sapendo che questi sintomi fanno parte di un processo sensato, pazienti e curanti si possono spaventare. Di conseguenza, capita che i sintomi e le diagnosi portino le persone a vivere nuovi stress intensi e duraturi, che scatenano ulteriori reazioni del corpo. Si può così entrare in un circolo vizioso dovuto alla mancanza di consapevolezza e alla paura della malattia e dei suoi sintomi.

Di fronte a uno stress elevato e duraturo le reazioni organiche diventano più intense e persistenti, sono ciò che chiamiamo sintomi

Prevenire l’intensità e la durata della fase attiva di stress

La fase di riparazione da sola non può esistere. Accade solo come conseguenza alla fase attiva di stress e si manifesta quando la persona finalmente esce dalla situazione stressante. Una volta superato lo stress, ciò che accade come conseguenza non può essere impedito.

Per prevenire le malattie e cioè abbassare l’intensità dei sintomi nella fase di riparazione, serve agire a monte, con l’obiettivo di limitare la durata e l’intensità dello stress vissuto in fase attiva. A questo scopo, un aiuto concreto nel quotidiano ha a che fare con la capacità di saper accogliere le proprie emozioni e lavorare sull’accettazione di sé e di qualunque evento accada. Poi serve agire per favorire tutto quello che permette di rispettare se stessi e vivere una vita in armonia con i propri bisogni e i propri valori.

Sto parlando di una vita in armonia con il proprio Essere profondo. Rispettare i propri ritmi, avere cura dei propri bisogni fisiologici, conoscere se stessi, saper comunicare e creare relazioni armoniose, lasciare scorrere la vita dentro evitando di ostacolare il proprio movimento vitale interiore, come racconto anche qui. Da tutto quanto ho elencato, diventa evidente che quando aiuto le persone a crearsi una vita armoniosa, non sto affatto dimenticando il mio essere medico al servizio della salute.

Il problema della disconnessione

Spesso ci adattiamo alle situazioni e ai bisogni degli altri perché non siamo più connessi a noi stessi, ai nostri bisogni e ai nostri desideri profondi. Quando ti succede questo non sei molto centrato e vivi in balia degli accadimenti e degli altri. È come lasciare il timone della tua vita al caso.

In tali condizioni, non stai realizzando il tuo potenziale e non metti la ricchezza della tua unicità al servizio degli altri. La vita perde parte del suo senso. Diventa un insieme di obblighi che potresti affrontare come un automa e perdi la grande opportunità di vivere nella gioia.

Poiché non ascolti più te stesso, dimentichi anche di soffermarti sullo stress e sulle varie tensioni vissute. Non ti accorgi di essere in fase attiva di stress e di conseguenza non cerchi nemmeno soluzioni, così la situazione stressante si prolunga. Il corpo, invece, è sempre connesso alla realtà. Sente tutto lo stress e il disagio che attraversi, e agisce per adattarsi e sopravvivere.

Quando non si realizza il proprio potenziale la vita perde parte del suo senso

Cosa fare, invece, per prevenire le malattie e vivere meglio?

Spesso è in qualche modo necessario vivere situazioni insopportabili per ricevere la scossa che permette di capire che è il momento di cambiare. Il cambiamento inizia mettendosi al centro della propria vita.

Un cambiamento che prima di tutto è interiore, perché riprenderai ad ascoltarti, ad accogliere ed esprimere le tue emozioni, a rispettare te stesso, a farti rispettare dagli altri e soprattutto a creare situazioni in sintonia con i tuoi valori. In questo modo getterai le basi per l’espressione del tuo potenziale di gioia, salute e serenità. E potrai prevenire le malattie.

Certamente il mio consiglio è quello di non aspettare una situazione estrema. Molto meglio iniziare prima un percorso per recuperare la legittimità di mettersi al centro della propria vita, riprenderne il timone e lasciarsi guidare dalle proprie sensazioni. Saranno allora gioia e leggerezza, piuttosto che pesantezza e insoddisfazione, a guidarti e inviarti i segnali “giusti”, quelli che comunicano se avvicinarti o allontanarti da certe situazioni, persone, scelte lavorative…

La strategia che ti consiglio per prevenire le malattie consiste nel diventare molto sensibile ai segnali del tuo corpo. Ciò significa ascoltare ad esempio la tensione, le contratture, le intolleranze. Non per nutrire l’angoscia e la paura della malattia ma al contrario per agire in modo tempestivo e uscire da situazioni sgradite.

Potrai così limitare l’intensità e la durata della fase di stress. Di conseguenza sarà molto meno duratura e intensa la fase di riparazione, l’intensità e la durata dell’infiammazione e degli edemi. Quindi saranno meno intensi i sintomi fisici ed emotivi nel complesso.

Ti auguro belle scoperte e sempre maggiore gioia e serenità nel sperimentare la vera prevenzione, quella che include la salute, il benessere e l’espressione del proprio potenziale.