Apr 2, 2026 | Conoscersi, Consigli pratici
Attraversare i momenti difficili a volte ci sembra semplicemente impossibile. Viviamo in un mondo che sembra chiederci continuamente di scegliere da che parte stare: il bello o il brutto, la luce o l’ombra, la gioia o il dolore. Eppure, la verità più semplice, e insieme più difficile da accogliere, è che nella vita non siamo chiamati a scegliere. Non so nemmeno se siamo chiamati a fare qualcosa, in realtà. Quello che so, è che abbiamo l’opportunità di sperimentare, di abitare, di sentire. Perché in ogni istante, qualunque esso sia, convivono in un intreccio sottile e inseparabile i due lati dell’esistenza: la luce e il buio, la grazia e la fatica, la perdita e la rinascita.
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Non esistono “periodi orrendi” o “tempi fortunati” in senso assoluto. Esiste la vita, con tutto ciò che porta con sé. Ed esistiamo noi, con la nostra capacità, potentissima, di orientare lo sguardo. Soprattutto quando stiamo attraversando un momento difficile.
Nella vita abbiamo l’opportunità di sperimentare, di abitare, di sentire
L’arte di allenare lo sguardo
Può sembrare un dettaglio, ma è lo sguardo che condiziona l’esperienza. Due persone possono attraversare la stessa situazione, vivere le stesse difficoltà, eppure percepirle in modi totalmente diversi. La differenza non sta tanto nell’evento, quanto nel modo in cui scegliamo di leggerlo.
Guardare non è solo un atto fisico. È un atto interiore. È decidere di riconoscere che anche nei momenti più bui brilla una piccola luce: una voce gentile, il profumo della pioggia, un abbraccio che riscalda, un sorriso di sostegno che arriva al momento giusto. Allenare lo sguardo a cogliere questi dettagli (a volte piccoli ma reali) significa uscire dalla trappola del tutto o niente: tutto perfetto o tutto catastrofico.
Immagina una giornata di pioggia: il cielo è grigio, l’umore tende alla malinconia o alla depressione, eppure, se ti fermi un istante, potresti sentire il suono della pioggia come un battito lento, ritmico, che invita alla meditazione. Potresti notare il verde acceso delle foglie lucidate dall’acqua, il riflesso di un raggio di sole che torna a filtrare tra le nuvole. È lo stesso momento, trasformato dallo sguardo.
La vita, maestra di contrasti
Ogni persona attraversa momenti difficili, di perdita, dolore, paura o disillusione. Un lutto, una malattia, un tradimento, un fallimento economico o affettivo: sono esperienze che sembrano strapparci la stabilità, lasciandoci nudi e disorientati. È naturale voler fuggire da queste emozioni: tutti noi lo facciamo, in un modo o nell’altro. Queste emozioni però fanno parte della vita quanto la gioia e la pace. Cercare di evitarle del tutto significherebbe rinunciare a vivere pienamente.
La vita si muove come un respiro: inspira ed espira. Dona e toglie, ci espande e ci contrae. Il bello e il brutto non sono categorie opposte, ma parti di un ciclo. Come le stagioni che si alternano per insegnarci che nulla resta fisso, ogni dolore contiene anche un nuovo germoglio. Le difficoltà, per quanto dure, ci costringono a scavare in profondità. È in quei momenti che spesso emergono le parti più autentiche di noi, quelle che non conoscevamo nemmeno, che ci permettono di riscoprire la nostra pienezza. Scopriamo risorse interiori che non pensavamo di avere, riceviamo gesti inaspettati di affetto, impariamo a rallentare e a capire meglio che cosa conta davvero.
Le difficoltà, per quanto dure, ci costringono a scavare in profondità
La bellezza come bussola
Riconoscere la bellezza non significa negare il dolore. Significa concedersi di vedere oltre. È come guardare un panorama dopo una lunga salita: non dimentichi la fatica, ma la vista la trasforma, le dà un senso. La bellezza diventa un balsamo, una direzione, una forza che ci sostiene nei passaggi più difficili.
Ci sono forme di bellezza ovunque: nella gentilezza di uno sconosciuto, nella risata spontanea di un bambino, nel colore di un tramonto, nel canto degli uccelli alle prime ore del mattino. Sono piccoli frammenti di grazia, spesso invisibili quando la mente è affollata di preoccupazioni. Ma se rallentiamo, se scegliamo di osservare anziché reagire, possiamo attingere a queste risorse discrete e nutrirci profondamente. Uno sguardo d’amore, una mano che stringe la nostra, un grazie sincero, il calore umano, anche quello di persone sconosciute. Tutto questo è bellezza concreta.
Ed è proprio questa bellezza quotidiana che ci permette di attraversare la sofferenza senza perderci. È la luce che filtra anche nei giorni più difficili, ricordandoci che non siamo soli — se non ci isoliamo noi stessi e scegliamo di restare aperti.
La trappola del “quando”
Molti di noi cadono nella trappola del “quando”. Quando le cose andranno meglio, quando avrò ottenuto quel risultato, quando passerà questo dolore. Ma la vita accade adesso, non “dopo”. L’attesa continua di un futuro ideale ci allontana dalla possibilità di trovare sollievo, pienezza e significato nel presente.
La felicità non è uno stato da raggiungere, ma un modo di stare al mondo. Non significa essere costantemente sereni o allegri, ma saper accogliere la gamma intera delle emozioni, riconoscendo che ogni sfumatura, persino la più cupa, merita di essere sperimentata e contiene la sua necessità. Più impariamo a restare presenti, più diventiamo capaci di riconoscere la bellezza che già c’è, anche in mezzo alle emozioni più difficili.
La felicità non è uno stato da raggiungere, ma un modo di stare al mondo
Coltivare la presenza momento per momento
Essere presenti non è sempre facile, soprattutto nei momenti difficili, di crisi. La mente tende a fuggire, a rimuginare sul passato o a proiettarsi nel futuro. La bellezza, invece, si manifesta solo nel momento presente: un tramonto non lo si può guardare domani, un abbraccio non lo si può ricevere ieri. È adesso, o mai.
Ci sono gesti semplici che possono aiutarci a restare qui: respirare profondamente e notare le sensazioni nel corpo; fermarsi a osservare qualcosa di bello, anche solo per un minuto; ringraziare mentalmente per una cosa concreta della giornata, grande o piccola che sia; dedicarsi all’ascolto autentico di una persona, senza distrazioni. Benché apparentemente ordinari, questi gesti ci riportano a contatto con la vita che accade, e con la sua bellezza, spesso silenziosa, ma sempre presente.
Oltre il dualismo: integrare, non scegliere
La nostra cultura ci ha educati a pensare per opposti: buono/cattivo, piacevole/spiacevole, successo/fallimento. Io credo che la vita non funzioni così. Non è una somma di poli in competizione, è piuttosto una danza di equilibri dinamici.
Accettare che in ogni momento possano coesistere aspetti belli e aspetti difficili significa smettere di voler aggiustare tutto, e iniziare a vivere con maggiore libertà. Non c’è bisogno di cancellare la tristezza per sentire gratitudine, né di eliminare la paura per trovare forza. Possiamo sentire tutto insieme ed è proprio questa complessità a renderci umani.
Un tramonto non smette di essere bello solo perché abbiamo il cuore ferito. Al contrario, in certi momenti risplende ancora di più, perché diventa uno specchio della nostra fragilità. La bellezza non salva dal dolore, ma ci ricorda che anche nel caos esiste qualcosa di buono, di puro, degno di essere amato.
Accettare che in ogni momento possano coesistere aspetti belli e aspetti difficili significa smettere di voler aggiustare tutto
La solidarietà come forma di bellezza
La solidarietà, per me, è tra le manifestazioni di bellezza umana più grande che ci sia. Quando attraversiamo momenti difficili e i tempi si fanno duri, la presenza compassionevole degli altri è più preziosa di qualsiasi conquista materiale. Un gesto di generosità, una parola di conforto, una mano tesa, bontà spontanea e gratuita in azione, ci ricordano che il calore umano esiste anche in un mondo imperfetto.
In un’epoca in cui siamo spesso iperconnessi ma soli, ritrovare questa rete di umanità è qualcosa di prezioso. Anche imparare a ricevere aiuto è importante. La bellezza di un sorriso condiviso, di una risata comune, di un “come stai?” sincero non è inferiore alla bellezza di un paesaggio naturale: è la prova che, anche nei momenti difficili, il sostegno c’è. E talvolta è ancora più presente quando l’orizzonte si fa scuro.
Riconoscere, gustare, custodire
Allenarsi a cogliere la bellezza è una pratica. Non un talento innato, ma una scelta costante. Ogni giorno possiamo decidere se chiuderci o aprirci, se restare concentrati su ciò che manca o accorgerci di ciò che c’è. È un percorso di gratitudine, di consapevolezza emotiva e di riconciliazione con la realtà.
La prossima volta che attraversi momenti difficili, prova a fermarti un attimo. Respira, guardati intorno. C’è quasi sempre qualcosa di bello a portata di sguardo: un albero, un suono, una luce, un volto amico, la sensazione di una forza interiore che non sapevi di avere.
Respira, guardati intorno. C’è quasi sempre qualcosa di bello a portata di sguardo
Questo non cancella il dolore. Può offrirti, però, radici e direzione mentre lo attraversi. Perché la bellezza, in questo modo, non è una fuga: è una forza. È ciò che ci ricorda la nostra appartenenza al mondo, la nostra capacità di amare nonostante tutto. E quando riusciamo a riconoscerla, anche nei giorni grigi, qualcosa dentro di noi si espande, ritrova equilibrio, fiducia, speranza. La vita non è tutta bella o tutta brutta: è contemporaneamente entrambe le cose. E forse la sua magia più grande sta proprio lì, in questa coesistenza che ci invita a restare, a sentire, a guardare con occhi più ampi.
Set 25, 2025 | cambio culturale, Consigli pratici
Come si evolve l’intimità in una coppia? All’inizio di una relazione, l’incontro è un vortice di emozioni e di attrazione. Il desiderio sessuale è forte, la curiosità reciproca è viva, l’intimità sembra spontanea e inesauribile. Con il tempo, però, molte coppie, indipendentemente dall’orientamento di genere, si accorgono che questa energia cambia. La vita quotidiana, le responsabilità, la convivenza, i figli, la fatica che giorno dopo giorno tutti affrontiamo, a casa e sul lavoro: tutto questo può portare a un calo del desiderio.
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È un fenomeno frequente. Ogni coppia attraversa fasi di maggiore vitalità erotica e momenti più spenti, senza che questo significhi che ci sia una mancanza d’amore. Tuttavia, per alcune persone, la riduzione della sessualità diventa fonte di una sofferenza profonda. Quanto stiamo descrivendo succede soprattutto quando il linguaggio principale dell’amore, come lo descrive Gary Chapman, è il contatto fisico. In questi casi, se il fatto di toccarsi e la sessualità diminuiscono, una o entrambe delle persone nella coppia possono sentirsi private dell’amore stesso, anche se il partner continua ad amare e a dimostrare affetto e presenza in molti altri modi.
La sessualità, quindi, è un’espressione di piacere, sì, ma per alcuni è anche un linguaggio dell’amore. In ogni caso, un calo del desiderio può diventare un passaggio delicato che merita attenzione, ascolto e cura.
Ogni coppia attraversa fasi di maggiore vitalità erotica e momenti più spenti
Perché facciamo l’amore? La domanda che apre nuove prospettive
Quando il desiderio cala, una delle prime domande da porsi è: perché faccio l’amore con il mio partner?
Le risposte possibili sono molte, e spesso si rivelano sorprendenti.
Alcune persone vivono la sessualità come un dovere coniugale o sociale: “è così che si fa in una coppia”. Altre usano la sessualità per evitare conflitti: “se dico no, il mio partner si arrabbierà o si sentirà rifiutato, non posso farlo”. Qualcuno la vive per paura di perdere l’altro: “se non faccio sesso con lui/lei/loro, potrebbe rivolgersi altrove”. Altri ancora cercano nel sesso la conferma del proprio valore: “così dimostro di essere desiderabile, capace, una persona valida”. C’è chi fa sesso in cambio d’amore, per paura di essere abbandonato.
In tutti questi casi, il rapporto sessuale nasce da un vuoto, da un bisogno di compensare una mancanza interiore o di scongiurare un pericolo. Fare l’amore “perché c’è un vuoto”, però, porta progressivamente a frustrazione, risentimento ed esaurimento.
Al contrario, quando la sessualità nasce da un pieno – da un autentico desiderio, da un traboccamento di gioia e di energia, dal piacere di donare e ricevere – allora diventa rigenerante. È un incontro che nutre entrambi, chi dà e chi riceve, e che arricchisce la relazione invece di impoverirla.
Fare l’amore “perché c’è un vuoto” porta progressivamente a frustrazione, risentimento ed esaurimento
Dal dovere al piacere: una trasformazione necessaria
Uno dei più grandi nemici del desiderio è il senso del dovere. Quando l’intimità diventa un obbligo, la libertà scompare, e con essa il piacere. Per spiegare questo meccanismo, possiamo usare un esempio semplice: il nostro piatto preferito. Se possiamo gustarlo liberamente, quando ne abbiamo voglia, resta un piacere. Ma se ci viene imposto di mangiarlo ogni giorno, in una quantità stabilita e ad un orario fisso, presto perderà ogni attrattiva. Così accade anche con la sessualità: ciò che era desiderio si trasforma in routine forzata, e smette di nutrire.
Quanto stiamo raccontando dipende anche dalla cultura e dalla società. Per secoli, il “dovere coniugale” ha gravato soprattutto sulle donne, private della possibilità di dire no, e non si contano i casi in cui lo stupro non è stato considerato come tale, solo perché vestito dalle apparenze del matrimonio. Questo peso ha tolto gioia e libertà alla sessualità di coppia, impoverendone il significato e l’energia vitale.
Riscoprire il piacere significa restituire alla sessualità la sua dimensione di libertà. Significa potersi chiedere non “devo?”, ma tutto il contrario: “voglio?”. È un cambio di prospettiva che trasforma profondamente il modo di vivere l’intimità.
Riscoprire il piacere significa restituire alla sessualità la sua dimensione di libertà
Lo “script sessuale”: un copione che spegne il desiderio
Molte coppie vivono la sessualità seguendo uno script predefinito, quasi sempre lo stesso: attrazione, baci, carezze, penetrazione, orgasmo. È il copione che abbiamo interiorizzato dai film, dai racconti, dalla cultura dominante. Ma questo schema rigido rischia di diventare una gabbia che soffoca il desiderio.
Se ogni abbraccio o bacio languido deve obbligatoriamente condurre a un rapporto completo, uno dei partner finirà per rinunciare anche a chiedere quel contatto che desidera. Così, poco a poco, si perde la spontaneità e si accumulano distanze difficili, poi, da recuperare.
Per rendere l’idea, possiamo usare la metafora del ristorante. Immaginiamo di prenotare un ristorante molto rinomato. Arriviamo pieni di aspettative, ma scopriamo che il menù è fisso e che dobbiamo obbligatoriamente mangiare tutte le portate: antipasto, primo, secondo, formaggio, dessert. Anche se dopo l’antipasto ci sentiamo già sazi e soddisfatti, siamo costretti a continuare. Alla fine, quello che poteva essere un piacere diventa un peso.
Per evitare la tortura, staremo alla larga da questo ristorante, anche se le pietanze che propone sono buonissime. Così accade con la sessualità: se sentiamo che una carezza implica un copione obbligato fino al rapporto completo, finiamo per allontanarci persino dal gesto di affetto e vicinanza che desideriamo davvero. Lo script sessuale, in questo senso, è un grande nemico del desiderio.
Desiderio e piacere: due esperienze distinte
Spesso parliamo di “mancanza di desiderio o di libido” pensando che significhi assenza di piacere. In realtà, desiderio e piacere non coincidono.
Il desiderio nasce dall’immaginazione di un piacere futuro. Se credo che l’esperienza sarà piacevole, proverò desiderio. Se invece quella stessa esperienza che sto vivendo per me è legata a un obbligo, alla frustrazione o alla mancanza di ascolto, il desiderio scomparirà.
È come con il caffè: se non mi piace, non avrò mai il desiderio di berne una tazzina. La stessa cosa può accadere con un piatto che di solito apprezziamo. Se capita che sia scaduto o che abbia un cattivo odore, non proveremo affatto il desiderio di mangiarlo. Allo stesso modo, se la sessualità diventa carica di obblighi, di ansia da prestazione o priva di ascolto, non susciterà più desiderio.
Il punto, quindi, non è chiedersi se siamo sbagliati perché non sentiamo più desiderio di intimità col partner (tutti proviamo desiderio, almeno in alcuni momenti e circostanze). Chiediamoci, piuttosto, se lo scambio sessuale che ci viene proposto o al quale ci approcciamo è appetitoso, gioioso, in sintonia con i nostri bisogni e valori.
Se la sessualità diventa carica di obblighi, di ansia da prestazione o priva di ascolto, non suscita più desiderio
Coppie bianche e giustificazioni ufficiali
Nella mia esperienza di consulenza, incontro anche coppie che hanno smesso di avere rapporti sessuali da anni: le cosiddette coppie bianche. Le giustificazioni sono molte: mancanza di tempo, stanchezza, figli, impegni. Sono ragioni reali, certo, ma spesso nascondono qualcosa di diverso. La sessualità non è più percepita come rigenerante ma piuttosto come un faticoso dovere.
Se fare l’amore diventa solo fatica, serve risparmiarsi. Se, invece, la sessualità fosse, come dovrebbe, una fonte di ricarica, un’esperienza che nutre e arricchisce, allora perché dire di no? Quando fare l’amore impoverisce è necessario fermarsi e chiedersi: cosa possiamo cambiare nel nostro modo di vivere i momenti di intimità nella coppia?
Strategie per risvegliare l’intimità
Il primo passo da fare è quello di rompere lo script. Consentirsi di vivere l’intimità senza seguire un copione prestabilito. Decidere, per esempio, di fermarsi a un bacio di un minuto, senza che questo implichi nient’altro. Oppure di abbracciarsi guardandosi negli occhi, con la certezza che quell’abbraccio non porterà ad altro. Questa libertà restituisce valore a ogni gesto, riapre la strada alla curiosità e all’esplorazione. È come riscoprire che si può godere di un antipasto senza sentirsi obbligati a consumare tutto il pasto.
Un’altra strategia è quella di riconnettersi al piacere autentico, trasformando il dovere in scelta. Non “devo fare l’amore” ma “voglio farlo, perché mi porta gioia, perché nutre me e la nostra coppia”. La libertà di scelta è essenziale: anche dire “oggi no” fa parte di un’intimità sana, perché custodisce la sincerità.
Infine, è utile parlare apertamente dei propri linguaggi dell’amore. Per alcuni il contatto fisico è essenziale, per altri lo è la parola, il tempo condiviso, i gesti di cura. Conoscere il linguaggio del partner permette di comprendere meglio le sue esigenze e per esempio di non confondere la mancanza di sesso con la mancanza di amore.
Risvegliare il desiderio: un invito alla coppia
Il calo del desiderio non è una condanna, ma un invito. Un invito a scoprire altri modi di essere e fare. Ad ascoltarsi di più, a liberarsi dagli obblighi, a riscoprire il piacere del gioco, della curiosità, della sorpresa. Ogni coppia ha la possibilità di reinventare la propria intimità, a piccoli passi e con la disponibilità ad esplorare e sperimentare.
Il desiderio non si impone: si coltiva. Cresce nella libertà, fiorisce nell’amorevolezza, si rinnova quando c’è ascolto autentico: in primis di se stessi e poi dell’altro. La sessualità, vissuta come incontro e non come dovere, torna a essere uno spazio di gioia e di rigenerazione.
Ago 8, 2025 | Bioconsapevolezza, Consigli pratici
Sai che è possibile smettere di essere prigionieri del passato? Non possiamo cambiare ciò che è stato, ma possiamo modificare il modo in cui viviamo oggi e lo sguardo con il quale guardiamo (e giudichiamo) quello che ci è successo e ciò che siamo.
Scopri come riconoscere le tue ferite. Questo è il primo passo per liberarti dal senso di impotenza, che a volte risulta paralizzante, per diventare l’adulto affidabile capace di metterti finalmente al centro della tua vita.
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Quando non ci sentiamo bene, la strada più comune nel mondo della crescita personale è guardare indietro: esplorare le ferite infantili o genealogiche, cercare di capire cosa è mancato. È un passaggio utile, soprattutto quando ci sono traumi importanti che meritano di essere elaborati con strumenti profondi come la psicoterapia o le tecniche di deprogrammazione. Ma, troppo spesso, ci fermiamo lì: restiamo bloccati a osservare le carenze, a dare colpa ai nostri genitori, o a giustificarli, senza però trasformare davvero la nostra vita.
Riconoscere i traumi senza rimanere intrappolati
Qualunque cosa facciamo, i fatti non cambiano: se da bambini non abbiamo ricevuto sostegno, affetto o attenzione, questo resterà vero per sempre. Non possiamo farci nulla. Ciò che davvero condiziona la nostra vita adulta, però, non è il trauma in sé, bensì il potere che gli lasciamo esercitare su di noi oggi. Proprio qui avviene la svolta: possiamo riconoscere il passato senza rimanerne prigionieri. Possiamo trasformarci negli adulti affidabili che non abbiamo avuto e dare a noi stessi quello di cui abbiamo bisogno.
Accettare che “alla bambina che ero mancavano cure o rassicurazioni” non significa restare “a crogiolarsi” nella mancanza. Significa dire: “Oggi io, adulta, posso offrire a me stessa quello che non ho ricevuto”. È un cambio di prospettiva che libera in modo quasi immediato una grande energia e un potere personale che tantissimi non pensano di avere.
Il senso di colpa non trova più un posto quando comprendiamo il funzionamento del nostro corpo. Quello che ci danneggia davvero è la mancanza di accettazione e il senso di impotenza, molto più delle esperienze passate.
Non è il trauma a condizionarci ma il potere che gli lasciamo esercitare su di noi
Ascoltare i nostri bisogni fondamentali
Chi resta ancorato alle ferite del passato spesso diventa il primo a ignorare i propri bisogni e a disconoscere le proprie qualità. Se analizzando il tuo dialogo interiore quello che riscontri è una critica costante, disattenzione verso i tuoi bisogni più semplici e istintivi e mancanza di amore allora forse il tuo “nemico” principale sei proprio tu. Con bisogni semplici intendo davvero le piccole cose: come bere quando si ha sete o concedersi silenzio quando serve.
Sembrano elementi trascurabili perché poco importanti, invece è da questi gesti minimi che comincia la svolta. Il sentiero che ci porta verso una reale attenzione. Quante volte ti è successo di andare a urinare anche mezz’ora dopo aver sentito il bisogno, senza altra ragione che il fatto di non prendere in considerazione la necessità del corpo che non hai considerato come prioritaria?
Prendersi cura, un atto rivoluzionario
Prendersi cura del corpo è un atto rivoluzionario: non è un dettaglio, è il segnale che siamo pronti a riconoscere il nostro valore. Ricorda, come spesso racconto in queste pagine, che il corpo è competente: ogni sensazione è una guida. Imparare ad ascoltare il corpo significa recuperare fiducia e sicurezza interiore.
Per facilitare questo ascolto, ti suggerisco alcuni strumenti pratici come la tecnica del post‑it: quando un’emozione emerge e non puoi esprimerla subito, puoi annotarla, darle spazio e considerazione. Più tardi, magari attraverso una lettera simbolica che potrai bruciare grazie a un piccolo rito di chiusura, andrai a liberare ciò che è rimasto bloccato. Questo semplice gesto riattiva un dialogo con sé stessi. Si tratta di un modo semplice ma molto efficace per aprire una porta e mettersi in ascolto.
Il corpo è competente: ogni sensazione è una guida
Non più mancanze e vuoti ma responsabilità
Molte persone restano intrappolate in un meccanismo scatenato dal senso di colpa generazionale: “non sto bene perché mia madre era fredda” o perché “mio padre mi criticava sempre”. È vero che queste esperienze hanno lasciato un segno, ma oggi siamo adulti e possiamo smettere di subire.
Prendere atto di quanto abbiamo vissuto, non mi stancherò mai di sottolinearlo, non significa giustificare, né accusare. Significa scegliere la responsabilità: spostare l’energia dal “perché” al “cosa posso fare ora”. Questo cambio di direzione trasforma il passato in una base da cui ripartire. La porta della gabbia soffocante in cui eravamo soliti vivere si spalanca.
Dobbiamo spostare l’energia dal “perché mi è successo questo” al “cosa posso fare ora”
Scoprire ciò che ci nutre davvero
Per compiere il passo di cui stiamo parlando devi esercitare la tua curiosità. Prova a chiederti: cosa mi fa bene? Cosa mi toglie energia? Quali sono i miei valori, i miei limiti, i miei desideri autentici? È l’inizio di quel “conosci te stesso” che a mio parere rappresenta un vero pilastro di guarigione.
Mettersi al centro non è egoismo: è costruire una base sicura. Amare e rispettare te stesso attiva un radar per riconoscere atteggiamenti tossici e impostare limiti assertivi. Solo così puoi davvero cambiare la qualità della tua vita.
Mettersi al centro non è egoismo: è costruire una base sicura
I cinque linguaggi dell’amore… Verso se stessi
Un passaggio utile per capire come prenderci cura di noi stessi è chiederci cosa ci è mancato di più da bambini. Se, ad esempio, ci sono mancate le parole di incoraggiamento, possiamo iniziare a sviluppare ed esercitare una voce interiore che ci sostiene invece di giudicarci. Se ci è mancato il contatto fisico, possiamo scegliere di regalarci piccoli gesti di cura, come un massaggio o il semplice atto di stendere con attenzione una crema sul corpo. Se non abbiamo ricevuto regali, possiamo concederci attenzioni, anche minime (non c’è bisogno di spendere una fortuna!) ad esempio comprando un fiore o una pianta che amiamo.
E se nessuno ti ha mai regalato momenti speciali, puoi iniziare a crearli tu, da sola (o solo) o con chi ami, organizzando esperienze che nutrono i tuoi valori. Questo non è un esercizio di compensazione, ma un atto di presenza: impari a dire “ci sono per me, qui ed ora”.
Non è un esercizio di compensazione, ma un atto di presenza
Azioni quotidiane che cambiano tutto
Non servono gesti eroici per cambiare le cose. Spesso il cambiamento nasce dalle scelte più semplici: fermarsi a respirare, bere acqua, muoversi quando serve, creare silenzio, regalarsi qualcosa di bello. Ogni volta che ci ascoltiamo, costruiamo fiducia in noi stessi. Ogni volta che rispondiamo a un bisogno, rafforziamo un messaggio interiore potente: “io ci sono per me”.
Ogni volta che ci ascoltiamo, costruiamo fiducia in noi stessi
Questo è il contrario della vittimizzazione. È l’inizio dell’autonomia emotiva: smettiamo di dipendere dagli altri per sentirci al sicuro, perché diventiamo noi la fonte primaria della nostra sicurezza.
Il corpo come alleato
Il mio approccio, come puoi scoprire leggendo le pagine di questo blog, si fonda su un principio semplice: il corpo è competente. Ogni sintomo, ogni tensione, ogni emozione è una strategia per proteggerci o segnalarci qualcosa. Quando impariamo ad ascoltarlo e a rispettarlo, smettiamo di combatterci. E da questa alleanza tra corpo, mente ed emozioni nasce la vera svolta.
La trasformazione non è un evento improvviso, ma una serie di scelte quotidiane. Quando impariamo a riconoscere le nostre ferite senza rimanerne prigionieri, ad ascoltare i segnali del corpo e a trattarci come l’adulto affidabile che avremmo sempre voluto accanto, accade qualcosa di potente: cominciamo a prenderci cura di noi stessi con rispetto e determinazione.
La trasformazione non è un evento improvviso, ma una serie di scelte quotidiane
Così, passo dopo passo, smettiamo di sentirci vittime e diventiamo protagonisti. Perché se impariamo ad essere affidabili con noi stessi saremo al sicuro, sempre e saremo liberi del passato.
Lug 9, 2025 | Consigli pratici
In un mondo attraversato da incertezze, conflitti e informazioni spesso allarmanti, è facile perdere il contatto con i propri sogni. Ancor più facile è smettere di desiderare. Che cosa accade dentro di noi quando non riusciamo più a immaginare un’alternativa? Quando il pensiero si chiude in una spirale di rassegnazione e la nostra energia sembra spenta?
In questo articolo esploriamo un tema importante per tutti, scoprendo insieme perché sognare è una funzione vitale e non un lusso, e come possiamo risvegliare la nostra capacità di desiderare. Anche quando questo sembra impossibile.
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Pensieri che creano futuri: una verità quantistica
Secondo Jean-Pierre Garnier-Malet, fisico francese autore della teoria dello “sdoppiamento del tempo”, ogni nostro pensiero genera un futuro potenziale. In altre parole: ciò che pensiamo oggi ha già un impatto, in anticipo, sulla realtà che vivremo domani.
Questo significa che se coltiviamo costantemente pensieri negativi (“tanto non cambia nulla”, “non c’è via d’uscita”, “non ho scelta”) non stiamo solo fotografando la nostra realtà attuale. Stiamo creando condizioni interiori che alimentano, e replicano, proprio ciò che vorremmo evitare.
Ecco perché è fondamentale imparare a dirigere consapevolmente l’energia del pensiero. Non si tratta di negare le difficoltà, ma di attivare o ri-attivare uno spazio creativo in cui la mente possa generare immagini, possibilità, desideri. Ogni volta che riusciamo a immaginare come vorremmo sentirci – anche se non sappiamo ancora “come” arrivarci – mettiamo in moto una vibrazione diversa, più leggera, più fertile.
Approfondisci leggendo “Sonno Ristoratore, il segreto della fase REM”.
Sognare è una pratica di libertà
Sognare, nell’accezione che esploriamo qui, non è un’attività infantile o futile. È un gesto interiore che ci libera. È un modo per uscire dalla “scatola” di una realtà troppo stretta e riconnettersi con una parte viva di noi: quella che ancora sa desiderare, immaginare, creare.
Purtroppo, molte persone vivono oggi in uno stato di disconnessione. Si sentono bloccate in situazioni frustranti (sul lavoro, nelle relazioni, nella propria quotidianità) e, peggio ancora, credono di non avere alternative. Non perché non esistano possibilità, ma perché non riescono nemmeno più a pensarle.
Quando ci abituiamo a non desiderare, qualcosa dentro si spegne. È come se fossimo sintonizzati su un canale radio che trasmette solo notizie deprimenti: guerra, degrado, sfiducia, catastrofi. Cambiare frequenza non vuol dire illudersi: significa permettere alla mente e al corpo di entrare in risonanza con altre informazioni, altre energie, altre vie.
Come ci si connette a questo nuovo canale? Il primo passo è semplicissimo: immaginare come vorremmo sentirci.
Quando ci abituiamo a non desiderare, qualcosa dentro si spegne
Dal cosa voglio al come mi voglio sentire
Uno dei grandi equivoci sul desiderio è che debba sempre avere un contenuto concreto. “Voglio una casa in campagna, un lavoro creativo, una relazione stabile”. A volte, però, quando abbiamo desiderato qualcosa e lo otteniamo, scopriamo che non ci basta, o non ci fa stare bene come credevamo.
Questo accade perché non abbiamo interrogato davvero il nostro sentire. Perché volevamo quella casa in campagna, per esempio? Forse perché pensavamo che ci avrebbe regalato silenzio, connessione con la natura, libertà. Ma se poi ci ritroviamo isolati, a disagio, disturbati dal gallo del vicino che canta alle cinque del mattino… Capiamo che quel desiderio non era radicato nella realtà. Si trattava di un’idea astratta.
Per questo, è molto più efficace chiedersi: come mi voglio sentire? Desidero sentirmi leggera, soddisfatta, piena di energia al risveglio? Desidero provare gioia, appagamento, pienezza? Se ci connettiamo a queste sensazioni, anche senza sapere esattamente quali situazioni le provocheranno, iniziamo subito a cambiare qualcosa.
Questa è una pratica che parte dal corpo. Non basta pensarlo. Serve chiudere gli occhi, respirare profondamente, immaginare di essere già in uno stato di appagamento. Cosa cambia nel respiro? Cosa succede nella pancia, nel torace, nel cuore? Questa connessione sensoriale è molto potente e va a completare un eventuale obiettivo scritto su un foglio.
Una questione di frequenze
Tutto ciò che esiste, secondo le attuali conoscenze della fisica quantistica, ha una sua vibrazione. E la nostra coscienza si sintonizza con ciò che vibra alla stessa frequenza.
Se siamo intrisi di sfiducia, disillusione, paura, tenderemo a vedere e attirare solo esperienze che confermano quella visione. Se al contrario iniziamo a vibrare su frequenze legate ad apertura, fiducia, desiderio… La realtà intorno a noi si trasformerà.
Una metafora utile a capire quanto sto dicendo è rappresentata dalla radio. Se ci sintonizziamo su un canale che trasmette solo cattive notizie, quello ascolteremo. Ciò non significa che gli altri canali non esistano. Dobbiamo solo scegliere a cosa prestare ascolto.
Sognare è, se guardiamo alla cosa sotto questo punto di vista, una forma di accordatura. Non importa se il sogno è “realistico” o no. Quello che conta è che ci permetta di entrare nella vibrazione giusta e che ci faccia sentire vivi.
Se ci sintonizziamo su un canale che trasmette solo cattive notizie, quello ascolteremo
Il metodo Disney: dare spazio alla fantasia prima della critica
Un esempio molto ispirante arriva direttamente dall’organizzazione creativa della squadra di Walt Disney. Per ideare un nuovo film, gli artisti passano attraverso tre stanze:
- La stanza dei sognatori, dove tutto è permesso, dove si immagina liberamente e senza limiti.
- La stanza dei realizzatori, dove ci si chiede: “Come possiamo rendere reale questa idea?”
- La stanza dei critici, dove si analizzano gli ostacoli e si rifinisce il progetto.
Il punto chiave di questo metodo è che la critica dovrebbe arrivare sempre dopo, mai prima. Invece, nella vita di tutti i giorni, quante volte facciamo il contrario? Ci viene un’idea e subito una voce interiore la stronca: “non serve a niente”, “non funzionerà”, “non è per me”.
Così, un piccolo germoglio non fa in tempo a crescere che lo abbiamo già reciso. Invece, dovremmo imparare ad accogliere con fiducia ogni ispirazione. Anche solo per il piacere di esplorare.
Non riesci a desiderare? Forse sei nel “supermercato” sbagliato
A volte ci sentiamo smarriti perché nulla ci attrae, nulla ci muove. Potrebbe non essere un problema nostro: forse quello che ci è proposto non è nutriente e non rappresenta una fonte di soddisfazione e piacere. Ci troviamo all’interno di un “supermercato” che non è adatto a noi.
Se tutto ciò che vediamo intorno a noi – lavori, relazioni, ambienti – non ci ispira, possiamo cambiare la direzione del nostro sguardo.
Dobbiamo domandarci “come mi voglio sentire?” e non “quale articolo di questo supermercato fa per noi?”. Così facendo, ci possiamo sintonizzare sulla frequenza della gioia, sulla sensazione di una vita piena di senso, di condivisione, di opportunità (per esempio). In modo naturale, semplicemente cambiamo canale radio, usciremo dal “solito” supermercato.
In questo modo saremo ispirati a fare delle cose che non abbiamo mai fatto, oppure faremo le stesse cose con un altro spirito. Incontreremo persone nuove o si sveleranno altri aspetti delle persone che conosciamo già. Scopriremo nuovi contesti, nuove opportunità e l’infinità delle possibilità che non aspetta altro che di essere esplorata.
Scopriremo nuovi contesti, nuove opportunità e l’infinità delle possibilità a nostra disposizione
Se continuiamo a guardare sempre le stesse cose, negli stessi ambienti, con lo stesso sguardo… Davvero è naturale che il desiderio non si attivi. Quando riusciamo a spostare l’attenzione su ciò che può nutrire il nostro io, anche solo grazie all’immaginazione, possiamo risvegliare inclinazioni utili.
Sognare è un atto di responsabilità verso la propria anima
Desiderare non è fuggire dalla realtà. È ascoltare ciò che in noi chiede spazio, espressione, cambiamento. È assumersi la responsabilità di non lasciare la propria vita in attesa, ma di iniziare, anche solo interiormente, un movimento.
Non tutto ciò che sogniamo si realizzerà, è vero. Ogni sogno, comunque, ci mette in contatto con la nostra energia vitale. Ogni desiderio ascoltato è un seme. E come ogni seme, ha bisogno di tempo, cura, fiducia.
Ogni sogno ci mette in contatto con la nostra energia vitale
Iniziamo oggi, anche solo per qualche minuto, a chiederci: come mi voglio sentire? E lasciamoci già invadere da tutte queste sensazioni con il supporto del corpo. Da lì, tutto può cominciare.
Apr 16, 2025 | Bioconsapevolezza, Consigli pratici
I dolori mestruali sono molto diffusi, anche tra le ragazze più giovani. Secondo una revisione scientifica pubblicata sul Journal of Pediatric & Adolescent Gynecology e realizzata da ricercatrici e ricercatori di University College di Londra e Università di Birmingham, il 64% delle ragazze tra i 10 e i 25 anni sperimenta dolori mestruali intensi, che spesso comportano la rinuncia a sport, relazioni sociali e giornate di scuola.
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Il punto di vista della medicina cinese
Se guardiamo alla medicina integrata, esistono approcci ai dolori mestruali anche molto diversi tra loro. Le discipline mediche che prendono in considerazione l’aspetto energetico della persona, per esempio, danno un contributo molto interessante su questo tema. Personalmente, ho studiato e applicato per anni la medicina cinese. Secondo questa disciplina, ogni sintomo è considerato come un eccesso oppure una carenza di energia, a causa di un blocco del flusso energetico che pervade il corpo. L’obiettivo terapeutico è quello di favorire un’energia di buona qualità e in buona quantità, che scorra libera nei meridiani affinché ogni organo, viscere e qualunque altro componente del corpo possa avere una vitalità ottimale. Per la medicina cinese, dunque, anche i dolori mestruali raccontano di una carenza o di un eccesso di energia da incanalare diversamente.
Studiando la medicina cinese si impara che esistono dei tragitti chiamati “vasi meravigliosi” oppure “vasi curiosi”, che hanno a che fare con tutto ciò che per noi occidentali è l’aspetto ormonale. Per ogni persona, si può fare una diagnosi energetica precisa e comprendere il riequilibrio da favorire con l’agopuntura, la digitopressione, l’alimentazione oppure le erbe cinesi, per esempio.
Il recupero dell’equilibrio (dinamico) energetico permette di ripristinare una vitalità generale che provoca la sparizione del sintomo, in questo caso i dolori mestruali. Spesso ciò accade anche per altri sintomi che la persona non aveva preso in considerazione all’inizio della cura.
Per la medicina cinese anche i dolori mestruali raccontano di una carenza o di un eccesso di energia
Attenzione al vissuto emotivo
In questo articolo ho scelto di concentrarmi sull’aspetto emotivo legato alle mestruazioni e ai dolori che molte donne sperimentano in alcune fasi del ciclo. Il mio intento è quello di condividere con te l’approccio della bioconsapevolezza ai dolori mestruali, perché se ne soffri mi fa piacere poterti essere d’aiuto.
Faccio prima una piccola premessa. In caso di dolori mestruali forti e ricorrenti la medicina convenzionale, di solito, propone di prendere degli antidolorifici oppure di “mettere le ovaie a riposo” attraverso le pillole contraccettive, che instaurano un ciclo indotto, artificiale. Questo perché i contraccettivi orali contengono ormoni estrogeni e progestinici che evitano, di fatto, l’ovulazione. I farmaci, però, non sono l’unica strada, vediamo perché.
Tipologie di dolore mestruale o dismenorrea
I dolori mestruali sono chiamati anche dismenorree e sono classificati dalla medicina convenzionale in dismenorree primarie e dismenorree secondarie. Quelle primarie sono le più frequenti e in questo gruppo rientrano tutti i casi in cui non si sono trovate spiegazioni mediche al dolore.
Le dismenorree secondarie, invece, raggruppano quei dolori mestruali imputati a una patologia, come l’endometriosi, le cisti ovariche o le varie patologie dell’utero. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità in Italia sono oltre 1,8 milioni le donne in età riproduttiva che convivono con l’endometriosi.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità in Italia sono oltre 1,8 milioni le donne in età riproduttiva che convivono con l’endometriosi
Apriamo una parentesi sull’endometriosi
L’endometriosi viene diagnosticata quando l’endometrio (il tessuto che normalmente è solo nell’utero e dal quale si sviluppa “il nido” per accogliere l’ovulo fecondato) viene trovato al di fuori dell’utero; quindi è presente sulle ovaie, sulle tube di Falloppio, sul peritoneo, nella cavità addominale e così via.
L’endometriosi è considerata responsabile di dolori mestruali intensi e di infertilità. Nella mia esperienza, ci sono diverse donne a cui è stata diagnosticata una endometriosi e che non hanno nessun dolore e hanno avuto uno o più figli senza nessuna difficoltà. Condivido questo dato di realtà perché incontro spesso donne disperate che temono di non avere figli dopo aver scoperto di avere l’endometriosi.
In questo articolo ti propongo un punto di vista e degli spunti di riflessione da esplorare di fronte ai dolori mestruali, senza distinguere tra dolori primari o secondari. L’approccio che ti propongo non ha bisogno di tenerne conto.
Bioconsapevolezza e dolori mestruali
Nella mia esperienza ho potuto osservare che, ogni volta in cui si manifesta un dolore fisico intenso, a monte c’è anche un dolore emotivo. Se si riesce a dare libero sfogo al dolore emotivo, il dolore fisico si ridimensiona drasticamente e a volte sparisce del tutto. Di fronte a ciò non posso che pormi una domanda: perché avere le mestruazioni per alcune donne è doloroso? A quali informazioni sono legate le mestruazioni?
In realtà possono essere diverse, ma io vorrei concentrarmi su due tipologie in particolare.
- Primo: se ho le mestruazioni sono femmina
- Secondo: se ho le mestruazioni non sono incinta.
Partono da qui le nostre riflessioni sui dolori mestruali.
Perché è doloroso essere donna?
Indagando il vissuto personale di una donna con dolori mestruali è bene cercare traumi subiti in virtù del fatto di essere femmina. Come sempre, questa indagine andrebbe fatta sia nel passato personale della donna che manifesta i dolori sia nel suo vissuto genealogico: il passato delle sue antenate. Parliamo di donne escluse, violentate, di donne che si sono sentite rifiutate perché i loro genitori desideravano un maschio e così via.
L’indagine è ampia e sono le emozioni provate dalla persona, che racconta il suo vissuto e quello della sua famiglia, ad indicarci dove c’è stress o dove ci sono ferite emotive non ancora del tutto elaborate.
Come terapeuta, di fronte a queste sofferenze, indago anche sulle convinzioni legate al fatto stesso di essere donna. Vado, ad esempio, a dare voce a una possibile svalutazione del genere femminile in famiglia. “Le donne sono deboli, piagnucolose, stupide, cattive, manipolatrici, dipendenti…” Tutte convinzioni che portano alla conclusione che essere donna non sia un regalo ma una punizione.
Parliamo di donne escluse, violentate, di donne che si sono sentite rifiutate
Attenzione al punto di vista
Talvolta si possono anche scoprire convinzioni negative sul fatto di essere donna esplorando le convinzioni positive sull’essere uomo. Questo perché gli uomini vengono percepiti come favoriti: “la vita per loro è più facile, sono più forti, si possono difendere meglio, sono pagati meglio” eccetera.
Ogni convinzione è un interessante punto di vista che è stato generalizzato ed elevato al rango di Verità, trasformando un semplice modo di vedere le cose in una profezia.
Quando come terapeuta esploro il vissuto della persona con dolori mestruali, scopro molto spesso che c’è una sensazione negativa (nella maggior parte dei casi inconscia) legata al fatto di essere femmina. Se tutto questo esce alla luce del sole diventa possibile intraprendere un percorso di riappacificazione con il mondo femminile, e la paziente può riconnettersi alla bellezza del fatto di essere donna.
Quando si desidera un bambino
Come anticipato, l’altra informazione che ci danno le menstruazioni è che la donna in questione non è incinta. La mancanza di una gravidanza può essere dolorosa. Nel caso di dolori mestruali in una giovane ragazza scelgo spesso di indagare nelle memorie parentali e genealogiche alla ricerca della paura di non rimanere incinta della madre o di una “ossessione” per la maternità. Una prima gravidanza arrivata dopo moltissimo tempo in una mamma o una nonna. Se ci mettiamo nei panni di una donna che desidera fortemente un figlio, ogni mestruazione restituisce un messaggio di fallimento. Il desiderio, per un altro mese ancora, non si è realizzato.
Nel caso di una prima gravidanza che non arriva, spesso lo stress è ancora più alto, perché nasce il dubbio che non si possa diventare madre. Il dubbio non riguarda solo la domanda: diventerò madre presto? Ma riguarda la possibilità di esserlo in questa vita in generale.
Quando indago in questa direzione con le mie pazienti, talvolta trovo memorie di un aborto, spontaneo o provocato, vissuto con tantissimo dolore emotivo. Ogni sanguinamento mestruale riporta all’avvenimento dell’aborto, richiamando la ferita emotiva non elaborata e tutto il dolore ancora da accogliere.
Nel caso di una prima gravidanza che non arriva, spesso lo stress è ancora più alto
Il valore della memoria personale e genealogica
Per completare il lavoro sul dolore mestruale possiamo indagare più in generale sulle memorie legate alle emorragie vissute in modo drammatico. Bisogna lavorare sul doppio binario del vissuto personale e di quello genealogico, con un’attenzione particolare alla madre. La mamma della giovane con dismenorrea ha vissuto un aborto provocato o spontaneo, precoce o tardivo che sia?
Quando una persona chiede il mio aiuto a causa di dolori mestruali, cerco anche di capire se ci sono state altre emorragie dell’utero, indipendentemente dallo stato di gravidanza, in una parente prossima. Se la madre o la nonna si è ammalata e ha rischiato la vita o magari è morta a causa (oppure in concomitanza) di un’emorragia uterina, per esempio, l’inconscio della paziente può aver associato il sanguinamento a un vero e proprio dramma.
L’inconscio della paziente può aver associato il sanguinamento a un vero e proprio dramma
Ancora una volta, di fronte a un sintomo, possiamo decidere di farlo tacere e basta, oppure di ascoltarlo e iniziare un viaggio interiore alla scoperta di sé. I sintomi possono rappresentare una preziosa opportunità da cogliere per stare meglio e conoscersi di più. Ma possono anche essere semplicemente ignorati con l’aiuto di un farmaco. Ogni scelta è lecita in nome della libertà individuale.
Set 1, 2024 | Biokinesiologia, Consigli pratici
Sprigionare il proprio potenziale di riuscita è fondamentale anche per fare al meglio, e con soddisfazione, il proprio lavoro. Utilizzo di proposito la parola “riuscita” piuttosto che “successo”, perché questo termine racchiude un concetto importante: “uscire di nuovo”. Parole che, secondo me, significano anche una rinascita rispetto a se stessi, la possibilità di superare i propri limiti, fino a ieri sconosciuti. Il processo di riuscita è un movimento continuo, senza fine, di crescita nel rispetto di sé.
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Ogni persona, per esprimere appieno i propri talenti, dovrebbe sentirsi degna e legittima. Insegnando principi e strumenti ai professionisti della relazione di aiuto e del benessere, incontro spesso uomini e donne con anni di formazione alle spalle, che avrebbero tutta la legittimità di proporsi come esperti del settore. Eppure, alcuni di loro non osano farlo. Pensano che manchi sempre qualcosa: un altro corso di formazione, maggiore esperienza, il momento giusto e così via.
Si propongono, eventualmente, agli amici o ai familiari, ma guai a farsi pagare per l’impegno profuso, come se l’aiuto che sono in grado di offrire non avesse alcun valore.
È possibile superare questa impasse e arrivare a sprigionare il proprio potenziale di riuscita, con l’obiettivo di sentirsi degni e legittimati a ricevere il riconoscimento che si merita. Questo è anche uno dei temi che tratto nei miei seminari: se vuoi informazioni puoi contattarmi qui. Ora approfondiamo meglio l’argomento.
Il processo di riuscita è un movimento continuo, senza fine, di crescita nel rispetto di sé.
Porsi le domande giuste
Ai professionisti della relazione di aiuto e del benessere sottopongo una piccola indagine tramite queste domande, per capire come si pongono rispetto alle proprie competenze:
- sei capace di raccogliere i frutti del tuo lavoro? Cioè risultati, efficacia, retribuzione, gratitudine, riconoscimento,…
- sei capace di trasformare in benefici quello che ricevi? Parlo di insegnamenti ricevuti che dovrebbero arricchire la tua proposta e la tua prosperità, oppure di complimenti che possono nutrire il tuo senso di autostima. Ma anche di denaro, che ti dovrebbe permettere di vivere meglio.
- quanti diplomi o attestati pensi di dover ancora appendere alla tua parete per sentirti legittimato e degno di ricevere tutto il riconoscimento che meriti?
Per capire meglio questo tema e andare alla radice di una scarsa legittimazione voglio condividere il punto di vista della Biokinesiologia.
I tre potenziali biologici pilastri
La Biokinesiologia ci insegna che esistono tre potenziali biologici pilastri. Integrità, dignità e legittimità. Scoprire se uno di questi potenziali è bloccato in noi è molto importante. Anche solo uno di questi potenziali, se bloccato, ostacola l’accesso ad altri potenziali e crea una situazione di grandi talenti inespressi. Diventa allora difficile nel caso, per esempio, dei professionisti, esprimere il proprio potenziale di riuscita, trarre il meglio dal proprio lavoro e sentirsi pienamente gratificati.
Primo pilastro: l’integrità
Percepirsi come non integri significa sentire che al proprio essere manca qualcosa, qualcosa che spesso non è definito. Può essere una qualità o una competenza. Ci si può anche sentire a pezzi oppure feriti. L’integrità può essere persa su piani differenti, ad esempio quello fisico, sociale, emotivo, sessuale, intellettuale eccetera.
Proviamo a pensare: un animale ferito nel fisico non può procacciarsi il cibo, non può spostarsi, affrontare pericoli o predatori e neppure riprodursi.
Solo chi ha fiducia nel fatto di poter ripristinare la propria integrità si espone e osa liberamente andare nel mondo per fare nuove esperienze. Puoi prenderti il rischio di essere ferito (a qualunque livello: fisico, emotivo e così via) se hai fiducia che potrai guarire dalla ferita. Quando invece questo potenziale è bloccato, rischiamo di essere dominati da un movimento subdolo che ci spinge a stare sotto una campana di vetro. Il fluire spontaneo della vita risulta così intralciato.
Ti riconosci in questa descrizione e vuoi approfondire l’argomento? Leggi qui.
Secondo pilastro: la dignità
Sentirsi degni permette di sentirsi meritevoli. Quello che molti ignorano, però è che, contrariamente a quello che ci è stato spesso insegnato, non serve “fare, fare e continuare a fare” per essere realmente degni e meritevoli. La dignità è uno stato naturale: non richiede impegni particolari.
Se anche tu non ti senti degno, e questa sensazione riguarda in particolare il tuo lavoro, ti invito a riflettere su una cosa. Non devi essere impeccabile o perfetto per essere degno. Prova a riconoscere la dignità di quello che sai fare e anche di quello che non sai fare, con i tuoi pregi e difetti. La dignità delle tue opinioni e di quello che provi. Nella mia esperienza è una base fondamentale per sprigionare il tuo potenziale di riuscita.
Se la dignità è ferita
Quando la dignità di una persona è stata ferita e il suo potenziale di ripristinarla è bloccato, c’è come un freno che impedisce di vivere a pieno la propria vita. Chi è ferito nella dignità non si espone, non si valorizza e pensa di valere poco, anche sul lavoro. Se non ti senti degno sicuramente fai moltissima fatica, anche per ottenere molto poco.
Spesso, in questi casi, il passato genealogico delle persone bloccate in una sensazione ricorrente di scarsa dignità ci racconta che un antenato si è sentito indegno o è stato riconosciuto pubblicamente come indegno. Diventa importante mettere tutto nel contesto dell’epoca. Quello che oggi non è un problema poteva essere drammatico allora.
Parliamo ad esempio di donne rimaste incinta senza essere sposate, ragazze madri, a volte addirittura bandite dalla famiglia. Possono pesare anche le memorie di persone che si sono suicidate a cui è stato negato un funerale in chiesa. O persone che hanno subito un fallimento economico e il cui livello sociale è crollato. Queste memorie spesso piene di vergogna non vanno taciute ma viste e accolte. Riconoscere la dignità dell’esperienza, onorare il destino di questi antenati, permette di trasformare il blocco e sprigionare il proprio potenziale di riuscita.
Terzo pilastro: la legittimità
La legittimità è legata al diritto di esistere, di avere un posto nel mondo, di essere ciò che si è senza se e senza ma. Se il senso di legittimità è intatto, ci si sente in diritto di ricevere il meglio senza dubbi o preoccupazioni sul proprio valore. La carenza di legittimità, d’altro canto, si può manifestare in vario modo. Ad esempio con la convinzione di non avere diritto a ciò che gli altri hanno ricevuto semplicemente venendo al mondo. Essere amati, mangiare la fetta di torta più grande e non le briciole, avere un lavoro appagante, ottenere riconoscimenti nello sport, a scuola, in famiglia.
Non è detto che una carenza di legittimità coinvolga tutti gli ambiti della vita. C’è chi si sente legittimato dal punto di vista affettivo ma non sul lavoro, per esempio.
La carenza di legittimità come di dignità possono essere palesi oppure si rivelano a volte in piccoli particolari e ambiti della vita.
Come capire se la carenza di legittimità ci riguarda? Se ti senti a disagio quando ricevi dei complimenti, il tuo potrebbe essere un caso di carenza di legittimità. Così come se ti trovi spesso a essere l’amante e non il compagno o la compagna ufficiale. O ancora se fai fatica a farti pagare quando esegui un lavoro.
Chi non si sente legittimo pensa di disturbare. Parliamo di persone discrete che non si permettono di sognare in grande. Anche in questo caso, spesso, il senso di legittimità è bloccato da uno o più eventi accaduti nel passato. Parliamo ad esempio di bambini non riconosciuti o di antenati che hanno fatto cose fuori legge, o ancora di amori nascosti. Nella maggior parte dei casi sono memorie inconsce.
L’importanza di portare a galla i ricordi
Per sprigionare il proprio potenziale di riuscita è fondamentale portare a galla i ricordi e accogliere quanto accaduto. Il fatto che gli eventi negativi del passato siano stati nascosti rivela un’alta tensione emotiva dei membri di una famiglia. Più il livello di accettazione delle persone coinvolte in quella storia genealogica è basso, più rischiamo che ci siano potenziali biologici bloccati.
La mancanza di accettazione è come un macigno che pesa sui discendenti, la maggior parte delle volte in modo inconscio. Quando un evento o una persona sono stati in modo o nell’altro esclusi, si crea una tensione. Qualcuno dei discendenti avrà il compito di reintegrare l’escluso. Si tratta di un fenomeno che gli esperti di costellazioni familiari chiamano “irretimento” e che va sciolto per sbloccare il potenziale di riuscita e benessere degli individui di quella famiglia. Come dicevo nell’introduzione, infatti, questi tre potenziali di integrità, dignità e legittimità devono essere liberi per aver accesso a tutti gli altri. E le memorie personali e genealogiche anche inconsce giocano un ruolo essenziale in questo processo.
Potenziali pilastri e lavoro
Come puoi ricevere tutti i frutti del tuo lavoro se non ti senti degno e legittimo?
Quando ci sentiamo a pezzi, quando pensiamo che in noi manchi qualcosa e il potenziale dell’integrità è bloccato, costruire un futuro migliore diventa molto faticoso. Come puoi sentirti sicuro e colmo di abbondanza se ti senti un secchio bucato? Se sei un professionista ma non ti fidi di te stesso e non credi di essere legittimato nel tuo lavoro, difficilmente potrai attrarre l’attenzione e la stima di clienti e pazienti.
Lo stesso può valere nelle relazioni amorose o in tutti gli altri ambiti della vita. Ma torniamo al tema del lavoro, che è al centro di questo articolo. Se dentro di te ti senti un impostore non puoi ottenere il lavoro della tua vita e goderne. Non puoi esprimere appieno il tuo potenziale di riuscita.
Quando lavoro (da un punto di vista più biologico che psicologico), con una persona che soffre per il senso di inadeguatezza e il fatto di non sentirsi all’altezza, il mio primo obiettivo è quello di verificare che i tre potenziali biologici pilastri siano accessibili. Spesso non lo sono, come in molte persone che si vergognano di se stesse. Questa vergogna si manifesta in vari modi, come la timidezza oppure il perfezionismo. Se sono tranquilla e so di essere degna, amabile, stimabile come essere umano imperfetto, perché dovrei cercare la perfezione? Il risultato è spesso una carenza di riuscita e una scarsa soddisfazione. In tutti questi casi propongo di intraprendere un percorso per sbloccare i tre potenziali biologici pilastri e superare il senso di insicurezza e scarsità.
Una proposta per i professionisti
Come ho già sottolineato, un professionista per esprimere appieno il suo potenziale di riuscita deve sentirsi degno e legittimato. Sappiamo che le conoscenze sono sempre in movimento e in costante evoluzione, ma ogni professionista con esperienza dovrebbe avere in sé la convinzione di essere abbastanza nel qui e ora per realizzarsi all’interno della propria area di competenza.
Se invece non ti senti abbastanza e pensi sempre che ti manchi qualcosa per realizzarti dal punto di vista professionale, ti propongo di partecipare a un seminario intensivo di due giorni per liberare il tuo potenziale di riuscita, contattami.