Dic 5, 2025 | Bioconsapevolezza, Conoscersi
Ascoltare il corpo è uno degli atti di libertà più profondi che possiamo compiere. In un mondo che ci spinge continuamente a pensare attentamente alla nostra prossima mossa, programmare nei minimi dettagli la nostra vita, studiare per reagire nel modo migliore possibile, perdiamo spesso il contatto con ciò che sentiamo davvero. Eppure, è proprio ascoltando il corpo che possiamo riconoscere se una situazione è vitale per noi oppure se è tossica. Talvolta ci sono ambienti, relazioni, lavori che sono tossici fin da subito, in altri casi invece lo diventano silenziosamente, senza che neppure ce ne accorgiamo.
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Molte persone si sentono svuotate, prigioniere delle circostanze, come se avessero perso il proprio potere personale. Spesso a mancare non è la forza, manca, invece, il contatto. Quando smettiamo di ascoltare il corpo, smettiamo di orientarci nella vita attraverso segnali autentici. La mente può convincerci a restare in una determinata situazione, a resistere, a stringere i denti. Il corpo, invece, non ci inganna. Sa cosa ci fa bene e cosa ci fa male.
Spesso a mancare non è la forza ma il contatto con il proprio corpo
Il racconto del kudu e il linguaggio della tossicità
C’è una storia che racconta in modo semplice e molto efficace cosa accade quando non riusciamo più ad ascoltare il corpo. È il racconto del kudu e delle foglie cariche di tannino (trovi la versione completa della storia qui).
Quando l’albero di acacia viene aggredito, cioè sgranocchiato, troppo a lungo, aumenta la quantità di tannino nella linfa, rendendo le foglie amare, sgradevoli, quasi disgustose. È una strategia di difesa; un segnale biologico che dice al suo predatore “fermàti, smetti: hai superato il mio livello di sopportazione”. Un animale libero percepisce subito questo cambiamento e si allontana spontaneamente, andando a cercare un altro albero dal quale nutrirsi.
Il kudu della nostra storia, però, si trova in un recinto. Non può spostarsi per trovare altro cibo nutriente e vitale. In queste circostanze, il suo movimento naturale è impedito e, piuttosto che morire di fame, continua a mangiare quelle foglie amare piene di tannino: di conseguenza si intossica al punto di morire di epatite fulminante. L’antilope ha ascoltato le sensazioni del corpo ma non ha potuto assecondarle.
Quante volte nella nostra vita restiamo in luoghi di lavoro, relazioni, situazioni che il corpo percepisce come nocivi? La mente costruisce racconti che operano proprio come dei recinti, impedendo il nostro movimento naturale: “non posso andarmene”, “questo non si fa”, “io non ho alternative”, “una donna affidabile non lo farebbe mai”, “andarsene è pericoloso”, “quello che sento non può essere vero”. Tutte queste convinzioni sono come recinti, trappole che imprigionano.
Quante volte nella nostra vita restiamo in luoghi di lavoro, relazioni, situazioni che il corpo percepisce come nocivi?
La presenza del recinto non è necessaria…
Il triste finale potrebbe essere lo stesso anche senza la presenza di un recinto.
Se il kudu della nostra storia non fosse capace di rilevare con il gusto la presenza di tannino, non potrebbe sapere che è ora di allontanarsi. Non essere connesso ai propri sensi impedisce di percepire la realtà per quello che è.
Troppo spesso smettiamo di ignorare i messaggi di allarme solo quando il corpo invia segnali disperati di dolore fortissimo, tensione, esaurimento, malattie serie. Quando poi, finalmente, ci prendiamo il tempo di ascoltarlo, ci accorgiamo che sono mesi (se non anni) che riceviamo segnali e richieste di attenzione e di cambiamenti: noi, però, stavamo ignorando il problema.
Il corpo come bussola autentica
Il corpo vive sempre nel presente. Non ragiona né costruisce strategie, non proietta nel futuro. Sente, e proprio per questo è una bussola affidabile e coerente. Quando iniziamo ad ascoltare il corpo, impariamo a riconoscere in modo spontaneo ciò che ci porta energia e ciò che invece la toglie. Alcune situazioni ci fanno sentire più espansi, vivi, presenti; altre generano una sensazione di contrazione, di chiusura, di fatica.
Il corpo comunica attraverso segnali sottili: una tensione alla schiena, un peso sul petto, una stanchezza che non passa, ma anche una sensazione di leggerezza improvvisa, un respiro più ampio e profondo, una distensione interna dei nervi. Ignorare questi segnali significa allontanarsi gradualmente dalla realtà e dal proprio potere personale. Riconoscerli significa, al contrario, sviluppare un’alleanza concreta e un contatto con la realtà dai quali scaturisce una solida sensazione di fiducia.
Un esercizio per imparare ad ascoltare il corpo
Per molte persone ascoltare il corpo non è un’abitudine. Siamo stati educati a pensare, spiegare, controllare, in ogni situazione possibile. Pochi di noi vengono allenati a prestare attenzione al corpo, ad ascoltarlo con apertura e senza giudizio. Tramite segnali specifici, però, il corpo ci indica in ogni istante se una determinata situazione porta vitalità o tossicità.
Ti propongo un esercizio per allenarti a riconoscere i segnali del tuo corpo.
Richiama alla memoria un momento molto piacevole per te. Può essere una passeggiata, un tramonto, un momento speciale con una persona amata. Mentre lo immagini, ascolta il tuo organismo… Cosa senti? Scannerizza tutto il tuo corpo mentalmente: testa, collo, spalle, petto, schiena, pancia, bacino, gambe, braccia. Quale parte del corpo attira la tua attenzione in questa specifica circostanza? Senti una sensazione di apertura verso l’esterno? Di rilassamento? O forse leggerezza? Di formicolio? Identifica con esattezza queste sensazioni in punti specifici del tuo corpo e memorizzale.
Allenamento all’ascolto
Poi richiama, invece, un ricordo legato a un disagio, un ricordo “negativo” (non focalizzarti, però, su un trauma della tua vita, una situazione sgradevole recente è più che sufficiente). Di nuovo, ascolta il corpo: il petto si chiude? Le spalle si irrigidiscono? Il respiro cambia e diventa più affannoso? Percepisci una sensazione di pesantezza? Tensioni? Dove? Osserva le differenze rispetto alle sensazioni precedenti.
Completa l’esercizio ricontattando nuovamente un ricordo piacevole, e ascolta il tuo corpo reagire in modo diverso, recuperando i segnali della prima fase dell’esperienza. Man mano che interrogare il tuo corpo diventerà un’abitudine, ascolterai in tempo reale il suo “punto di vista” sulla situazione presente, oppure su eventuali situazioni possibili che stai immaginando, per capire quali scelte prendere.
Un punto di vista che si riassume con “Sì” (questa situazione mi porta energia) oppure con “No” (questa situazione mi toglie energia). Questa mappa interna è un riferimento prezioso che aiuta a capire in quale direzione andare rispettando il proprio corpo. Ti invito ad allenarti. Percepire il corpo semplificherà le tue scelte.
Man mano che interrogare il tuo corpo diventerà un’abitudine, ascolterai in tempo reale il suo “punto di vista” sulla situazione presente
Quando la mente prende il potere
Molto spesso, nelle vite di tutti noi, è la mente a comandare. Decide cosa è giusto, cosa è utile, cosa “dovremmo” desiderare e di conseguenza perseguire. Ma la mente può mentire, spingendoci a volere ciò che non sempre ci fa stare bene. Quando smettiamo di ascoltare il corpo, perdiamo la nostra bussola interiore e diventiamo dipendenti dagli altri e da regole esterne.
Facciamo un esempio: se non fossi capace di sentire il freddo, dovresti osservare come sono vestiti gli altri e dovresti indossare le stesse cose per evitare di ammalarti. Oppure diventeresti dipendente dal termometro e dal ragionamento per capire, di volta in volta, come comportarti in base alle temperature. E cosa succederebbe se perdessi il termometro?
Se non senti la fame e non sai di cosa ha bisogno il tuo corpo, devi seguire ciecamente un programma alimentare controllato. Quando non percepisci il pericolo, devi fidarti di altri che decidono cosa è pericoloso e cosa è sicuro per te. Se non senti il tuo stesso disagio, sei in balia delle decisioni altrui. Tutto ciò ti fa perdere libertà.
Il corpo e il rapporto con il peso-forma
Non è possibile parlare di salute e peso forma senza ascoltare il corpo. Invece, accade spesso che le strategie convenzionali si affidino a protocolli predefiniti. La mente agisce con prepotenza sul corpo prendendo poco in considerazione quello che il corpo sente. Nel mio approccio al peso forma, basato sulla bioconsapevolezza, aiuto le persone a riconnettersi al proprio corpo per ricreare una solida alleanza tra corpo e mente. Come si può immaginare di trasformare il proprio corpo senza prestargli attenzione?
La vera fame non è mentale. La vera sazietà non è mentale. I bisogni cambiano nel corso del mese, con il ciclo per le donne, con le stagioni, con i momenti della vita. Quando non ascolti il corpo, rischi di forzarlo portandolo su strade in cui si deve difendere, in cui deve resistere. Se, invece, ricominci ad ascoltare il corpo, il tuo organismo torna a essere (in tempi talvolta molto rapidi) un alleato affidabile. Puoi, allora, trovare strategie rispettose che permettono risultati duraturi.
Quando non ascolti il corpo, rischi di forzarlo portandolo su strade in cui si deve difendere, in cui deve resistere
Il silenzio come porta d’accesso alla percezione
Non possiamo davvero ascoltare il corpo se viviamo immersi nel rumore. Se parliamo continuamente, se pensiamo senza sosta, se facciamo tutto ad alta velocità, il mondo esterno ci distrae dalla nostra bussola interiore. È nel silenzio che le sensazioni si rivelano, è nelle pause che il respiro diventa percepibile. Imparare a rallentare il brusio della mente è importante soprattutto per questo.
Fermati tutte le volte che puoi, per qualche secondo. Osserva ciò che vedi intorno a te, presta attenzione ai rumori dell’ambiente, stimola il tuo senso del tatto, interroga il tuo odorato e percepisci quale gusto hai in bocca. Poi chiediti: cosa farebbe bene al mio corpo ora? Potresti semplicemente aver bisogno di cambiare posizione, stiracchiarti, massaggiare un attimo la tua nuca, bere un bicchiere d’acqua.
Prendersi questi attimi è un modo semplice, efficace ed immediato per tornare al corpo. Non è un esercizio per andare altrove, ma per tornare nel qui e ora.
Del corpo ti puoi fidare
Il corpo non inventa storie, non cerca scuse e non inganna e non costruisce strategie. Quando impari davvero ad ascoltare il corpo recuperi un tipo di intelligenza antica, profonda, alla portata di tutti. In un mondo in cui la mente ha un ruolo preponderante e tutti veniamo spinti ad essere razionali e ad affidarci alla tecnologia, questa è forse la vera forza dell’essere umano: sentire. Le macchine “pensano” più velocemente, ma non sentono. Noi possiamo sentire, e in questo sta la nostra libertà.
Ascoltare il corpo significa tornare a riconoscere cosa è nutriente e cosa non lo è. Vuol dire smettere di cercare all’esterno risposte che esistono già dentro di noi. Quando impari davvero ad ascoltare il corpo, ritrovi la tua direzione. E insieme, il tuo potere personale.
Lug 9, 2025 | Consigli pratici
In un mondo attraversato da incertezze, conflitti e informazioni spesso allarmanti, è facile perdere il contatto con i propri sogni. Ancor più facile è smettere di desiderare. Che cosa accade dentro di noi quando non riusciamo più a immaginare un’alternativa? Quando il pensiero si chiude in una spirale di rassegnazione e la nostra energia sembra spenta?
In questo articolo esploriamo un tema importante per tutti, scoprendo insieme perché sognare è una funzione vitale e non un lusso, e come possiamo risvegliare la nostra capacità di desiderare. Anche quando questo sembra impossibile.
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Pensieri che creano futuri: una verità quantistica
Secondo Jean-Pierre Garnier-Malet, fisico francese autore della teoria dello “sdoppiamento del tempo”, ogni nostro pensiero genera un futuro potenziale. In altre parole: ciò che pensiamo oggi ha già un impatto, in anticipo, sulla realtà che vivremo domani.
Questo significa che se coltiviamo costantemente pensieri negativi (“tanto non cambia nulla”, “non c’è via d’uscita”, “non ho scelta”) non stiamo solo fotografando la nostra realtà attuale. Stiamo creando condizioni interiori che alimentano, e replicano, proprio ciò che vorremmo evitare.
Ecco perché è fondamentale imparare a dirigere consapevolmente l’energia del pensiero. Non si tratta di negare le difficoltà, ma di attivare o ri-attivare uno spazio creativo in cui la mente possa generare immagini, possibilità, desideri. Ogni volta che riusciamo a immaginare come vorremmo sentirci – anche se non sappiamo ancora “come” arrivarci – mettiamo in moto una vibrazione diversa, più leggera, più fertile.
Approfondisci leggendo “Sonno Ristoratore, il segreto della fase REM”.
Sognare è una pratica di libertà
Sognare, nell’accezione che esploriamo qui, non è un’attività infantile o futile. È un gesto interiore che ci libera. È un modo per uscire dalla “scatola” di una realtà troppo stretta e riconnettersi con una parte viva di noi: quella che ancora sa desiderare, immaginare, creare.
Purtroppo, molte persone vivono oggi in uno stato di disconnessione. Si sentono bloccate in situazioni frustranti (sul lavoro, nelle relazioni, nella propria quotidianità) e, peggio ancora, credono di non avere alternative. Non perché non esistano possibilità, ma perché non riescono nemmeno più a pensarle.
Quando ci abituiamo a non desiderare, qualcosa dentro si spegne. È come se fossimo sintonizzati su un canale radio che trasmette solo notizie deprimenti: guerra, degrado, sfiducia, catastrofi. Cambiare frequenza non vuol dire illudersi: significa permettere alla mente e al corpo di entrare in risonanza con altre informazioni, altre energie, altre vie.
Come ci si connette a questo nuovo canale? Il primo passo è semplicissimo: immaginare come vorremmo sentirci.
Quando ci abituiamo a non desiderare, qualcosa dentro si spegne
Dal cosa voglio al come mi voglio sentire
Uno dei grandi equivoci sul desiderio è che debba sempre avere un contenuto concreto. “Voglio una casa in campagna, un lavoro creativo, una relazione stabile”. A volte, però, quando abbiamo desiderato qualcosa e lo otteniamo, scopriamo che non ci basta, o non ci fa stare bene come credevamo.
Questo accade perché non abbiamo interrogato davvero il nostro sentire. Perché volevamo quella casa in campagna, per esempio? Forse perché pensavamo che ci avrebbe regalato silenzio, connessione con la natura, libertà. Ma se poi ci ritroviamo isolati, a disagio, disturbati dal gallo del vicino che canta alle cinque del mattino… Capiamo che quel desiderio non era radicato nella realtà. Si trattava di un’idea astratta.
Per questo, è molto più efficace chiedersi: come mi voglio sentire? Desidero sentirmi leggera, soddisfatta, piena di energia al risveglio? Desidero provare gioia, appagamento, pienezza? Se ci connettiamo a queste sensazioni, anche senza sapere esattamente quali situazioni le provocheranno, iniziamo subito a cambiare qualcosa.
Questa è una pratica che parte dal corpo. Non basta pensarlo. Serve chiudere gli occhi, respirare profondamente, immaginare di essere già in uno stato di appagamento. Cosa cambia nel respiro? Cosa succede nella pancia, nel torace, nel cuore? Questa connessione sensoriale è molto potente e va a completare un eventuale obiettivo scritto su un foglio.
Una questione di frequenze
Tutto ciò che esiste, secondo le attuali conoscenze della fisica quantistica, ha una sua vibrazione. E la nostra coscienza si sintonizza con ciò che vibra alla stessa frequenza.
Se siamo intrisi di sfiducia, disillusione, paura, tenderemo a vedere e attirare solo esperienze che confermano quella visione. Se al contrario iniziamo a vibrare su frequenze legate ad apertura, fiducia, desiderio… La realtà intorno a noi si trasformerà.
Una metafora utile a capire quanto sto dicendo è rappresentata dalla radio. Se ci sintonizziamo su un canale che trasmette solo cattive notizie, quello ascolteremo. Ciò non significa che gli altri canali non esistano. Dobbiamo solo scegliere a cosa prestare ascolto.
Sognare è, se guardiamo alla cosa sotto questo punto di vista, una forma di accordatura. Non importa se il sogno è “realistico” o no. Quello che conta è che ci permetta di entrare nella vibrazione giusta e che ci faccia sentire vivi.
Se ci sintonizziamo su un canale che trasmette solo cattive notizie, quello ascolteremo
Il metodo Disney: dare spazio alla fantasia prima della critica
Un esempio molto ispirante arriva direttamente dall’organizzazione creativa della squadra di Walt Disney. Per ideare un nuovo film, gli artisti passano attraverso tre stanze:
- La stanza dei sognatori, dove tutto è permesso, dove si immagina liberamente e senza limiti.
- La stanza dei realizzatori, dove ci si chiede: “Come possiamo rendere reale questa idea?”
- La stanza dei critici, dove si analizzano gli ostacoli e si rifinisce il progetto.
Il punto chiave di questo metodo è che la critica dovrebbe arrivare sempre dopo, mai prima. Invece, nella vita di tutti i giorni, quante volte facciamo il contrario? Ci viene un’idea e subito una voce interiore la stronca: “non serve a niente”, “non funzionerà”, “non è per me”.
Così, un piccolo germoglio non fa in tempo a crescere che lo abbiamo già reciso. Invece, dovremmo imparare ad accogliere con fiducia ogni ispirazione. Anche solo per il piacere di esplorare.
Non riesci a desiderare? Forse sei nel “supermercato” sbagliato
A volte ci sentiamo smarriti perché nulla ci attrae, nulla ci muove. Potrebbe non essere un problema nostro: forse quello che ci è proposto non è nutriente e non rappresenta una fonte di soddisfazione e piacere. Ci troviamo all’interno di un “supermercato” che non è adatto a noi.
Se tutto ciò che vediamo intorno a noi – lavori, relazioni, ambienti – non ci ispira, possiamo cambiare la direzione del nostro sguardo.
Dobbiamo domandarci “come mi voglio sentire?” e non “quale articolo di questo supermercato fa per noi?”. Così facendo, ci possiamo sintonizzare sulla frequenza della gioia, sulla sensazione di una vita piena di senso, di condivisione, di opportunità (per esempio). In modo naturale, semplicemente cambiamo canale radio, usciremo dal “solito” supermercato.
In questo modo saremo ispirati a fare delle cose che non abbiamo mai fatto, oppure faremo le stesse cose con un altro spirito. Incontreremo persone nuove o si sveleranno altri aspetti delle persone che conosciamo già. Scopriremo nuovi contesti, nuove opportunità e l’infinità delle possibilità che non aspetta altro che di essere esplorata.
Scopriremo nuovi contesti, nuove opportunità e l’infinità delle possibilità a nostra disposizione
Se continuiamo a guardare sempre le stesse cose, negli stessi ambienti, con lo stesso sguardo… Davvero è naturale che il desiderio non si attivi. Quando riusciamo a spostare l’attenzione su ciò che può nutrire il nostro io, anche solo grazie all’immaginazione, possiamo risvegliare inclinazioni utili.
Sognare è un atto di responsabilità verso la propria anima
Desiderare non è fuggire dalla realtà. È ascoltare ciò che in noi chiede spazio, espressione, cambiamento. È assumersi la responsabilità di non lasciare la propria vita in attesa, ma di iniziare, anche solo interiormente, un movimento.
Non tutto ciò che sogniamo si realizzerà, è vero. Ogni sogno, comunque, ci mette in contatto con la nostra energia vitale. Ogni desiderio ascoltato è un seme. E come ogni seme, ha bisogno di tempo, cura, fiducia.
Ogni sogno ci mette in contatto con la nostra energia vitale
Iniziamo oggi, anche solo per qualche minuto, a chiederci: come mi voglio sentire? E lasciamoci già invadere da tutte queste sensazioni con il supporto del corpo. Da lì, tutto può cominciare.
Apr 16, 2025 | Bioconsapevolezza, Consigli pratici
I dolori mestruali sono molto diffusi, anche tra le ragazze più giovani. Secondo una revisione scientifica pubblicata sul Journal of Pediatric & Adolescent Gynecology e realizzata da ricercatrici e ricercatori di University College di Londra e Università di Birmingham, il 64% delle ragazze tra i 10 e i 25 anni sperimenta dolori mestruali intensi, che spesso comportano la rinuncia a sport, relazioni sociali e giornate di scuola.
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Il punto di vista della medicina cinese
Se guardiamo alla medicina integrata, esistono approcci ai dolori mestruali anche molto diversi tra loro. Le discipline mediche che prendono in considerazione l’aspetto energetico della persona, per esempio, danno un contributo molto interessante su questo tema. Personalmente, ho studiato e applicato per anni la medicina cinese. Secondo questa disciplina, ogni sintomo è considerato come un eccesso oppure una carenza di energia, a causa di un blocco del flusso energetico che pervade il corpo. L’obiettivo terapeutico è quello di favorire un’energia di buona qualità e in buona quantità, che scorra libera nei meridiani affinché ogni organo, viscere e qualunque altro componente del corpo possa avere una vitalità ottimale. Per la medicina cinese, dunque, anche i dolori mestruali raccontano di una carenza o di un eccesso di energia da incanalare diversamente.
Studiando la medicina cinese si impara che esistono dei tragitti chiamati “vasi meravigliosi” oppure “vasi curiosi”, che hanno a che fare con tutto ciò che per noi occidentali è l’aspetto ormonale. Per ogni persona, si può fare una diagnosi energetica precisa e comprendere il riequilibrio da favorire con l’agopuntura, la digitopressione, l’alimentazione oppure le erbe cinesi, per esempio.
Il recupero dell’equilibrio (dinamico) energetico permette di ripristinare una vitalità generale che provoca la sparizione del sintomo, in questo caso i dolori mestruali. Spesso ciò accade anche per altri sintomi che la persona non aveva preso in considerazione all’inizio della cura.
Per la medicina cinese anche i dolori mestruali raccontano di una carenza o di un eccesso di energia
Attenzione al vissuto emotivo
In questo articolo ho scelto di concentrarmi sull’aspetto emotivo legato alle mestruazioni e ai dolori che molte donne sperimentano in alcune fasi del ciclo. Il mio intento è quello di condividere con te l’approccio della bioconsapevolezza ai dolori mestruali, perché se ne soffri mi fa piacere poterti essere d’aiuto.
Faccio prima una piccola premessa. In caso di dolori mestruali forti e ricorrenti la medicina convenzionale, di solito, propone di prendere degli antidolorifici oppure di “mettere le ovaie a riposo” attraverso le pillole contraccettive, che instaurano un ciclo indotto, artificiale. Questo perché i contraccettivi orali contengono ormoni estrogeni e progestinici che evitano, di fatto, l’ovulazione. I farmaci, però, non sono l’unica strada, vediamo perché.
Tipologie di dolore mestruale o dismenorrea
I dolori mestruali sono chiamati anche dismenorree e sono classificati dalla medicina convenzionale in dismenorree primarie e dismenorree secondarie. Quelle primarie sono le più frequenti e in questo gruppo rientrano tutti i casi in cui non si sono trovate spiegazioni mediche al dolore.
Le dismenorree secondarie, invece, raggruppano quei dolori mestruali imputati a una patologia, come l’endometriosi, le cisti ovariche o le varie patologie dell’utero. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità in Italia sono oltre 1,8 milioni le donne in età riproduttiva che convivono con l’endometriosi.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità in Italia sono oltre 1,8 milioni le donne in età riproduttiva che convivono con l’endometriosi
Apriamo una parentesi sull’endometriosi
L’endometriosi viene diagnosticata quando l’endometrio (il tessuto che normalmente è solo nell’utero e dal quale si sviluppa “il nido” per accogliere l’ovulo fecondato) viene trovato al di fuori dell’utero; quindi è presente sulle ovaie, sulle tube di Falloppio, sul peritoneo, nella cavità addominale e così via.
L’endometriosi è considerata responsabile di dolori mestruali intensi e di infertilità. Nella mia esperienza, ci sono diverse donne a cui è stata diagnosticata una endometriosi e che non hanno nessun dolore e hanno avuto uno o più figli senza nessuna difficoltà. Condivido questo dato di realtà perché incontro spesso donne disperate che temono di non avere figli dopo aver scoperto di avere l’endometriosi.
In questo articolo ti propongo un punto di vista e degli spunti di riflessione da esplorare di fronte ai dolori mestruali, senza distinguere tra dolori primari o secondari. L’approccio che ti propongo non ha bisogno di tenerne conto.
Bioconsapevolezza e dolori mestruali
Nella mia esperienza ho potuto osservare che, ogni volta in cui si manifesta un dolore fisico intenso, a monte c’è anche un dolore emotivo. Se si riesce a dare libero sfogo al dolore emotivo, il dolore fisico si ridimensiona drasticamente e a volte sparisce del tutto. Di fronte a ciò non posso che pormi una domanda: perché avere le mestruazioni per alcune donne è doloroso? A quali informazioni sono legate le mestruazioni?
In realtà possono essere diverse, ma io vorrei concentrarmi su due tipologie in particolare.
- Primo: se ho le mestruazioni sono femmina
- Secondo: se ho le mestruazioni non sono incinta.
Partono da qui le nostre riflessioni sui dolori mestruali.
Perché è doloroso essere donna?
Indagando il vissuto personale di una donna con dolori mestruali è bene cercare traumi subiti in virtù del fatto di essere femmina. Come sempre, questa indagine andrebbe fatta sia nel passato personale della donna che manifesta i dolori sia nel suo vissuto genealogico: il passato delle sue antenate. Parliamo di donne escluse, violentate, di donne che si sono sentite rifiutate perché i loro genitori desideravano un maschio e così via.
L’indagine è ampia e sono le emozioni provate dalla persona, che racconta il suo vissuto e quello della sua famiglia, ad indicarci dove c’è stress o dove ci sono ferite emotive non ancora del tutto elaborate.
Come terapeuta, di fronte a queste sofferenze, indago anche sulle convinzioni legate al fatto stesso di essere donna. Vado, ad esempio, a dare voce a una possibile svalutazione del genere femminile in famiglia. “Le donne sono deboli, piagnucolose, stupide, cattive, manipolatrici, dipendenti…” Tutte convinzioni che portano alla conclusione che essere donna non sia un regalo ma una punizione.
Parliamo di donne escluse, violentate, di donne che si sono sentite rifiutate
Attenzione al punto di vista
Talvolta si possono anche scoprire convinzioni negative sul fatto di essere donna esplorando le convinzioni positive sull’essere uomo. Questo perché gli uomini vengono percepiti come favoriti: “la vita per loro è più facile, sono più forti, si possono difendere meglio, sono pagati meglio” eccetera.
Ogni convinzione è un interessante punto di vista che è stato generalizzato ed elevato al rango di Verità, trasformando un semplice modo di vedere le cose in una profezia.
Quando come terapeuta esploro il vissuto della persona con dolori mestruali, scopro molto spesso che c’è una sensazione negativa (nella maggior parte dei casi inconscia) legata al fatto di essere femmina. Se tutto questo esce alla luce del sole diventa possibile intraprendere un percorso di riappacificazione con il mondo femminile, e la paziente può riconnettersi alla bellezza del fatto di essere donna.
Quando si desidera un bambino
Come anticipato, l’altra informazione che ci danno le menstruazioni è che la donna in questione non è incinta. La mancanza di una gravidanza può essere dolorosa. Nel caso di dolori mestruali in una giovane ragazza scelgo spesso di indagare nelle memorie parentali e genealogiche alla ricerca della paura di non rimanere incinta della madre o di una “ossessione” per la maternità. Una prima gravidanza arrivata dopo moltissimo tempo in una mamma o una nonna. Se ci mettiamo nei panni di una donna che desidera fortemente un figlio, ogni mestruazione restituisce un messaggio di fallimento. Il desiderio, per un altro mese ancora, non si è realizzato.
Nel caso di una prima gravidanza che non arriva, spesso lo stress è ancora più alto, perché nasce il dubbio che non si possa diventare madre. Il dubbio non riguarda solo la domanda: diventerò madre presto? Ma riguarda la possibilità di esserlo in questa vita in generale.
Quando indago in questa direzione con le mie pazienti, talvolta trovo memorie di un aborto, spontaneo o provocato, vissuto con tantissimo dolore emotivo. Ogni sanguinamento mestruale riporta all’avvenimento dell’aborto, richiamando la ferita emotiva non elaborata e tutto il dolore ancora da accogliere.
Nel caso di una prima gravidanza che non arriva, spesso lo stress è ancora più alto
Il valore della memoria personale e genealogica
Per completare il lavoro sul dolore mestruale possiamo indagare più in generale sulle memorie legate alle emorragie vissute in modo drammatico. Bisogna lavorare sul doppio binario del vissuto personale e di quello genealogico, con un’attenzione particolare alla madre. La mamma della giovane con dismenorrea ha vissuto un aborto provocato o spontaneo, precoce o tardivo che sia?
Quando una persona chiede il mio aiuto a causa di dolori mestruali, cerco anche di capire se ci sono state altre emorragie dell’utero, indipendentemente dallo stato di gravidanza, in una parente prossima. Se la madre o la nonna si è ammalata e ha rischiato la vita o magari è morta a causa (oppure in concomitanza) di un’emorragia uterina, per esempio, l’inconscio della paziente può aver associato il sanguinamento a un vero e proprio dramma.
L’inconscio della paziente può aver associato il sanguinamento a un vero e proprio dramma
Ancora una volta, di fronte a un sintomo, possiamo decidere di farlo tacere e basta, oppure di ascoltarlo e iniziare un viaggio interiore alla scoperta di sé. I sintomi possono rappresentare una preziosa opportunità da cogliere per stare meglio e conoscersi di più. Ma possono anche essere semplicemente ignorati con l’aiuto di un farmaco. Ogni scelta è lecita in nome della libertà individuale.
Lug 13, 2024 | Bioconsapevolezza, Consigli pratici
Il rispetto tra uomini e donne è alla base di una relazione sana, di amore e sostegno. Le notizie di cronaca ci raccontano di uomini che operano ogni sorta di violenza sulle donne, le stesse donne che dicono di voler amare e proteggere. Una strada per fare pace tra uomini e donne è oggi, quindi, quanto mai fondamentale.
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Perché le relazioni di coppia, che idealmente dovrebbero essere relazioni d’amore, fondate sul sostegno reciproco e il rispetto, a volte sono invece relazioni tossiche dove non c’è alcun rispetto dell’altro e la violenza domina, manifesta o nascosta? In alcuni casi questo accade fin dall’inizio della relazione, in altri invece è qualcosa che succede nel tempo.
Come possiamo invertire la rotta?
Questo articolo vuole mettere qualche granello di sabbia nei troppo ben oliati meccanismi della violenza tra partner. Creando qualche attrito, vorrei favorire la trasformazione verso una realtà di maggiore rispetto tra uomini e donne.
Rispetto tra uomini e donne, non è questione di genere
Per semplificare, in questo articolo parlerò della violenza degli uomini sulle donne, ma è importante riconoscere che esiste anche la violenza delle donne sugli uomini, benché se ne parli molto poco.
Ciò accade per una ragione piuttosto semplice. Quando una donna viene picchiata da un uomo o subisce una violenza di qualunque genere, di solito suscita negli altri compassione, indignazione, empatia e desiderio di protezione.
Quando si parla di violenza sugli uomini da parte di donne, le reazioni immediate e le emozioni che emergono sono molto diverse: stupore, incredulità, giudizio, stigmatizzazione o persino ilarità. Ciò rende il vissuto degli uomini che subiscono queste violenze ancora più doloroso. La vergogna, spesso, impedisce agli uomini di chiedere aiuto e addirittura di testimoniare il vero di fronte alla giuria o ai propri cari. Soprattutto quando l’uomo è fisicamente più grande e più forte della partner.
Esiste anche la violenza delle donne sugli uomini, benché se ne parli molto poco
Il danno della violenza
Quando manca il rispetto e viene perpetrata una violenza c’è sempre un danno, è un dato di fatto da non sottovalutare. Viene automatico, in caso violenza, cercare il responsabile del danno. Quando viene identificato, ognuno reagisce a modo suo. C’è chi giudica, chi odia, chi condanna, chi insulta perché “non è possibile comportarsi così”. Dall’altra parte c’è anche chi giustifica, perché magari si tratta di una persona che sì, è violenta, ma ha subito abusi durante l’infanzia o ha una partner che non si comporta come vorrebbe la società, o ancora il violento è una persona fortemente stressata.
Quello che non dobbiamo perdere di vista è che, indipendentemente da come viene considerato il colpevole (indegno o vittima a sua volta), il danno è fatto. La violenza c’è stata, non viene cancellata dalle critiche o dalle giustificazioni.
Si spendono tante energie per stigmatizzare l’autore della violenza o per difenderlo, dimenticando di occuparsi del danno e di cosa si possa fare per migliorare la condizione della vittima e del colpevole. Perché si può stare meglio anche quando il danno c’è o c’è stato. Bisogna però lavorarci su. Serve impegno e motivazione.
La giustificazione di chi perpetra violenza
La vittima che rimane all’interno di una coppia violenta ha la tendenza a giustificare le azioni del suo “carnefice”. Spesso crede di poter cambiare il suo uomo, dandogli quell’amore che potrebbe non aver ricevuto durante l’infanzia. In questa missione impossibile la donna sacrifica il proprio benessere, talvolta arrivando a perdere la vita.
Indipendentemente dalle ragioni alla base della violenza, anche se pensi che il tuo partner sia a sua volta una vittima, sappi che farcela da sola, in queste circostanze, è difficilissimo: chiedi aiuto. Esiste una rete nazionale anti violenza a sostegno delle donne. Chiama il numero verde 1522 oppure informati sul sito www.telefonorosa.it/. Troverai professionisti preparati per darti tutto il supporto che ti serve, senza giudizio.
Se sei vittima di violenza chiedi un aiuto qualificato
Cosa possiamo cambiare?
Per riportare il rispetto tra uomini e donne e favorire la pace tra i generi sono tante le azioni che possiamo scegliere di compiere. Il passato non può essere cambiato ma il presente sì. Cosa si può fare per trasformare una situazione infelice e potenzialmente drammatica in un’opportunità per accrescere il proprio benessere?
Ritengo che sia necessario precisare chi è responsabile di cosa. Perché farlo significa sapere cosa abbiamo il potere di cambiare e cosa no. Ci aiuta ad evitare di spendere tempo ed energie inutilmente, in direzioni dove non possiamo intervenire. L’affermazione che sto per fare è molto potente e non tutti sono pronti ad accoglierla: devi ricordare che ogni emozione vissuta è responsabilità di chi la vive, non degli altri. Al contrario, ogni azione è responsabilità di chi la compie.
Le responsabilità in una relazione
Caliamo questo discorso all’interno della violenza tra partner e della mancanza di rispetto tra uomini e donne. La reazione aggressiva appartiene alla persona che urla o picchia. Non è colpa o responsabilità della persona che la subisce. Il modo di vivere una determinata situazione, però, appartiene a noi.
L’altro non è responsabile della mia rabbia, della mia depressione, della paura. Infatti persone diverse reagiscono in modi differenti a una stessa situazione.
La qualità della relazione che vivo con un’altra persona è per il 50 % sotto la mia responsabilità.
Ho il potere di rimanere in una relazione o di interromperla. Intendiamoci: so bene che a volte è molto difficile utilizzare questo potere. La paura può dominare e bloccare le nostre azioni, impedendoci di uscire da una situazione tossica.
Ognuno ha il potere di rimanere in una relazione o di interromperla
Quando si resta in una relazione tossica
Di fatto, le vittime di una relazione tossica, dove non c’è rispetto tra uomini e donne, stanno in qualche modo prestando il loro consenso alla violenza. So che questa affermazione provocherà in molti una grande indignazione, chiedo però a te che mi stai leggendo di continuare a farlo, per comprendere bene il mio discorso. Se guardiamo alla relazione tossica da un punto di vista puramente biologico, per sopportare una tale situazione è necessaria una diminuzione del senso di disgusto emotivo (per scoprire di più sull’emozione primaria del disgusto ti consiglio questo video).
Questa diminuzione della sensibilità al disgusto parla di un passato in cui la persona ha vissuto in un ambiente con poco nutrimento emotivo positivo. C’è stata, quindi una carenza di amore. Un animale che mangia qualcosa di tossico è un animale in una situazione di scarsità di nutrimento, tale da rischiare di morire di fame. Mangiare qualcosa di tossico è il tentativo di riuscire a trovare qualche briciola di nutrimento per sopravvivere.
Di conseguenza, per favorire il processo di guarigione, a queste persone suggerisco di lavorare sulla propria autostima e sul proprio valore. L’intento è quello di riconnettersi all’abbondanza di amore, rispetto, considerazione che si hanno a disposizione e al fatto che si hanno il diritto e la dignità atte a ricevere tutto ciò.
Il passato ci viene in aiuto
Quando rivisitiamo la nostra vita passata e il vissuto dei nostri antenati, possiamo individuare la ripetizione di schemi nocivi che coinvolgono violenze, suicidi, mancanza di rispetto, povertà, svalutazione e così via. Questo può far pensare di essere quasi condannati a vivere situazioni sempre simili, ripetendo lo stesso schema all’infinito.
Per uscire da situazioni tossiche di questo o altro genere e riconquistare la libertà di esprimere tutto il tuo potenziale di gioia e serenità, hai bisogno prima di tutto di riconoscere questi schemi. Per questo voglio guidarti in due processi. Puoi iniziare da sola, ti invito però a farti aiutare da un buon terapeuta affinché tu ne possa trarre il massimo beneficio.
Riconoscere uno schema ricorrente è il primo passo
Un atto inconscio di fedeltà
Guarda al vissuto degli antenati costruendo il tuo albero genealogico. Potresti rintracciare un filo rosso di violenza che si perpetua di generazione in generazione. Subire violenza oggi, nella tua vita, può essere un atto di fedeltà inconscio verso le donne della tua famiglia (tua madre, le nonne). Si tratta di un atto d’amore. Qualcosa che può accadere in diverse situazioni e vissuti traumatici, come suicidi, fallimenti, malattie o povertà.
Come fare per uscire da uno schema che si ripete
Riconoscere che questa ripetizione è un atto d’amore inconscio è il primo passo. Un atto per sentire che appartieni a quel clan, un modo per onorarlo. Per trasformare la situazione puoi connetterti a un amore più grande. Appartieni a questo clan ed è grazie ai tuoi antenati che sei viva oggi. Ti hanno trasmesso la vita. Ti propongo allora di onorare il destino dei tuoi antenati. Uomini e donne. Vittime e carnefici. Ognuno ha fatto il meglio che poteva con le conoscenze, il livello di consapevolezza, le risorse che aveva e all’epoca in cui viveva. Queste esperienze fatte (inclusi i danni inflitti e subiti) vanno ad arricchire il bagaglio emotivo e sperimentale del clan. Tu porti in te le memorie di questi vissuti e puoi farne qualcosa di buono. Oggi puoi scegliere con amore e rispetto di contribuire alla ricchezza di queste esperienze e di sperimentare altro.
Facendo un altro tipo di esperienza rispetto alle donne del tuo clan, non sarai né migliore, né peggiore: darai semplicemente il tuo contributo. Avrai successi e fallimenti anche tu. Agisci per rispettarti e ripristinare il tuo valore di donna, in nome di tutti i tuoi antenati.
Propongo di onorare il destino degli antenati
Ripercorrere il vissuto personale
Un altro processo che puoi mettere in atto riguarda invece il tuo vissuto personale. Descrivi nel dettaglio i fatti di una situazione dannosa che hai vissuto recentemente. Ad esempio: il mio partner è arrivato a casa, stavo stirando, mi ha detto qualcosa, io non ho capito, allora ha iniziato a urlare e tirarmi addosso i piatti. Questa parte dell’esercizio è come una cronaca, una descrizione oggettiva dei fatti priva del racconto delle emozioni.
Il secondo passaggio prevede di descrivere come ti sei sentita in ogni momento: impaurita, colpevole, arrabbiata, in allerta, disprezzata e così via.
Poi fai mente locale e vai a recuperare altri eventi nella tua vita passata, dalla tua nascita ad oggi, in cui ti sei sentita nello stesso modo e hai vissuto emozioni simili. Eventi che possono riguardare uomini e donne, il padre, la madre, altri familiari, insegnanti eccetera. Fai un elenco il più completo possibile. Lasciati guidare dalla similarità con ciò che hai sentito.
Infine, descrivi cosa produce oggi nella tua vita questo modo ricorrente di sentirti. Per esempio: nel passato in tutte queste situazioni mi sono sentita giudicata, sbagliata, non abbastanza per essere amata, una delusione, una creatura ingombrante. Oggi, mi capita di sentirmi subito in colpa, ho sempre l’impressione di sbagliare, se qualcuno è nervoso mi chiedo sempre cosa ho fatto di male.
Perché questo esercizio?
Quando ci accorgiamo che quello che stiamo vivendo è l’ennesima opportunità di rivivere quello che abbiamo attraversato già tante volte, possiamo riconoscere uno schema che ci appartiene. Se questo schema ci appartiene la persona con cui stiamo vivendo il conflitto non è più così prioritaria… Non possiamo cambiare l’altro ma possiamo accogliere il nostro vissuto e questa ripetizione di emozioni/sensazioni che continuano a risuonare in noi. Questo processo può essere fatto da chiunque e in qualunque situazione difficile: permette di conoscere meglio noi stessi.
Dopo aver acquisito consapevolezza su questa cosa, la proposta che ti faccio è questa: oggi sei adulta e puoi accogliere le emozioni della bambina che sei stata. Ad esempio scrivendo una lettera simbolica in cui lasci che la te bambina esprima tutte le sue emozioni, la rabbia, l’impotenza, l’amore non ricambiato, il dolore.
Il passaggio successivo è diventare l’adulta affidabile che può dare a quella bambina ciò che non ha avuto. Parlo di attenzioni, rassicurazioni, protezione, aiuto, stima, amore, il potere di chiedere aiuto eccetera. Assumerai una nuova posizione nei confronti di te stessa che influenzerà le tue azioni, le quali hanno il potere di cambiare la tua realtà.
Se vuoi approfondire il tema delle relazioni di coppia, ti consiglio due articoli che ho scritto:
Dipendenza affettiva nella coppia: cosa puoi fare per evitarla
Dire no, quando fa bene alla coppia e perché
Giu 5, 2024 | Bioconsapevolezza
Dolori a ossa, articolazioni e muscoli sono molto diffusi. Per alcune persone il dolore è localizzato in una sola zona del corpo, a un dito o ad un ginocchio, per esempio. Per altri, invece, i dolori osteoarticolari interessano punti differenti come vertebre cervicali, lombari, mani, ginocchia, dita eccetera. Chi più ne ha, più ne metta!
Come ho spiegato nell’articolo “Scopri come nascono i dolori osteoarticolari”, quando una persona ha dolori in diversi punti del corpo, ogni dolore e localizzazione del dolore parla di un vissuto specifico.
In questo articolo voglio proporti un altro punto di vista, una veduta più ampia, da integrare all’approccio analitico che ho già condiviso.
SE PREFERISCI, ASCOLTA LA VERSIONE AUDIO DELL’ARTICOLO
Quando una persona sperimenta molti sintomi in diversi punti del corpo, che riguardano tutti la propria struttura, cioè dolori a ossa, muscoli, tendini e così via, solitamente consiglio di osservare e analizzare attentamente il proprio vissuto, e in particolare il modo in cui ci si relaziona con i limiti.
Cosa rappresentano i limiti
I nostri limiti reali, fisici, quelli che riguardano le nostre capacità e possibilità, possono avere un ruolo nella manifestazione dei dolori articolari perché alcune persone (forse capita anche a te), entrano in una fase di resistenza e cercano a tutti i costi di superare tali limiti, lottando di fatto contro se stesse.
Attraverso questo nuovo intervento, vorrei invitarti a guardare i limiti in modo diverso. E se non fossero barriere da abbattere come tori infuriati ma caratteristiche peculiari di ciascuno di noi? Se fosse utile e benefico identificarli e rispettarli?
Sono decenni che lotti contro i tuoi limiti? Ti propongo di sperimentare un altro approccio. Apriti al fatto che ogni limite, se nasce dalla tua vera essenza, può essere persino di aiuto, perché ti protegge da tutto ciò che non fa per te e non ti rappresenta. Torniamo ora ai dolori osteoarticolari diffusi e alla loro genesi.
Apriti al fatto che ogni limite, se nasce dalla tua vera essenza, può essere persino di aiuto
Non ascoltare i segnali provoca dolori a ossa, articolazioni e tendini
Alcune persone, per diverse ragioni, non rispettano i propri limiti. Si tratta di qualcosa che osservo spesso nel mio lavoro. Come mai? La prima ragione che ho individuato è semplice: c’è chi fa fatica ad entrare in contatto con il proprio corpo. In questi casi, la responsabilità è della mente, che agisce come un despota, decidendo in autonomia e contro ogni altra evidenza cosa fare e cosa no, senza prendere in considerazione i segnali del corpo.
Non sentire il proprio corpo impedisce di recepire correttamente i segnali di fatica, stanchezza e difficoltà. Se ti riconosci in questa situazione, forse sai anche che, quando ciò accade, il corpo agisce. Dopo che hai esagerato, il corpo invia segnali a volte molto intensi che ti obbligano ad ascoltarlo. Il messaggio dietro a questi sintomi, come stanchezza e/o dolore osteoarticolare invalidante è lampante: hai superato i limiti.
Facciamo un esempio: hai deciso di fare giardinaggio. Finalmente ti ritagli del tempo e inizi a lavorare su tutto quello che si è accumulato. Sai che potresti non aver tempo nelle prossime settimane e che oggi è proprio il giorno giusto. Dopo qualche ora senti la stanchezza, abbinata a un po’ di dolori alla schiena o alle braccia, per esempio. Però, oggi è il giorno in cui ce l’hai fatta a ricavarti del tempo, allora vai avanti. Dopo qualche ora ancora, ormai la stanchezza è pesante e decidi di fermarti.
Peccato che non hai preso in considerazione che serve ancora una mezz’oretta di attività per riordinare tutto. In pratica, ti fermi davvero solo dopo ore rispetto a quando il tuo corpo ti aveva chiesto di non sforzarti più. Quale è il rischio? Avere dolori osteo-muscolari per giorni e giorni, che ti impediranno un’attività quotidiana serena e che registreranno nella memoria un ricordo negativo sul giardinaggio.
Non riuscire a riconoscere i propri limiti, anche temporanei
La seconda ragione riguarda la difficoltà di riconoscere i propri limiti. Non riuscire a vederli e di conseguenza ritrovarsi in situazioni che non si è capaci di affrontare con serenità. Facciamo un esempio per chiarire.
Non sai sciare, hai appena fatto la tua prima lezione di sci, ma i tuoi amici ti invitano a seguirli su una pista nera: non ricordano quale sia il tuo livello. Tu scegli di andare perché pensi che in fondo puoi cavartela, invece ti metti in una situazione di stress acuto, perché non sei in grado di arrivare in fondo alla pista senza cadere e magari finisci anche per romperti un osso o comunque farti molto male.
Non riconoscere i limiti porta a ritrovarsi in situazioni che è difficile affrontare con serenità
Quando riconosciamo i limiti, occorre rispettarli
Dall’altra parte ci sono persone che sono in grado di comprendere, e anche bene, i propri limiti, ma non possono o non vogliono accettarli. Si intestardiscono a fare quello che credono di dover fare, a tutti i costi, senza darsi tregua. Nell’esempio precedente, lo sciatore principiante potrebbe essere consapevole dei propri limiti ma non prenderli in considerazione per paura di deludere i suoi amici. Queste persone sanno di non essere capaci di fare determinate cose ma rifiutano di accettarlo, non riescono a sentirsi degni, all’altezza, non riescono ad amarsi con quei limiti. O invidiano, svalutando se stessi, chi è in grado di fare ciò che a loro è precluso.
Cercare un equilibrio che favorisca il benessere
Non fraintendermi, non sto suggerendo a nessuno di rimanere sempre e comunque nella propria zona di comfort senza mai fare nulla di nuovo, senza impegnarsi per crescere, migliorarsi, osare e acquisire nuove competenze. Come ho già spiegato in un altro articolo, però, un pesce è un pesce: sforzarsi contro ogni evidenza di essere ciò che non siamo può farci solo del male.
Se anche tu ti trovi in questa situazione, se leggendo hai capito che i tuoi dolori a ossa, articolazioni e muscoli potrebbero essere dovuti al fatto che non accetti i tuoi limiti, ti consiglio di riflettere su una cosa. Per stare in salute è importante trovare un equilibrio tra due estremi: il pensiero di essere totalmente limitati e quello di essere, al contrario, senza limiti, onnipotenti.
Per stare in salute è importante trovare un equilibrio tra due estremi
Due facce della stessa medaglia
Tutti abbiamo dei limiti, è un dato di fatto: siamo umani e viviamo sulla Terra, dove siamo soggetti alla forza di gravità, dobbiamo sottostare alla nostra biologia, abbiamo bisogno di respirare, bere, mangiare eccetera. Limiti palesi, che la maggior parte di noi accetta senza troppi problemi. Non possiamo volare senza l’aiuto della tecnologia, la nostra biologia non ce lo consente. Così come non possiamo respirare sott’acqua senza bombola di ossigeno.
Dall’altra parte, abbiamo uno spirito che ha un potenziale enorme, inafferrabile per la nostra mente cosciente. Questo potenziale può essere esplorato e, se scegliamo di farlo, scopriremo uno spazio molto più ampio di azione, un nuovo modo di essere che facilita la vita e il benessere. Non possiamo, però, diventare puro spirito fino a quando abitiamo il nostro corpo.
Un’evoluzione fisica armoniosa
Guardando solo al corpo e alle sue possibilità, c’è comunque un modo per spingere molto più in là i propri limiti, avanzare, crescere. Puoi ampliare il tuo raggio di azione, competenza e padronanza di tecniche e abilità facendo esercizio in modo costante, progressivamente. In questa maniera ti impegnerai, ti sforzerai anche, ma rispettando il corpo così com’è in ogni momento. E il piacere che proverai sarà di gran lunga superiore alla fatica.
Un allenamento adatto e progressivo rinforza competenze e abilità, nel rispetto di un corpo in evoluzione. Ed è sempre possibile “alzare il tiro” man mano che si migliora e il corpo cambia. Facendo piccoli passi, puoi rendere adatta la tua struttura senza creare uno stress tale da scatenare sintomi e problemi quali infiammazioni, rotture, artriti, tendiniti e così via.
Puoi ampliare il tuo raggio di azione facendo esercizio in modo costante
Quando la competizione promuove i dolori a ossa, articolazioni e muscoli
Lo spirito di competizione è terreno fertile per lo sviluppo di dolori a ossa, articolazioni e tendini. La competizione è qualcosa di diffuso nella nostra società e favorito negli sport, ma anche sul lavoro. Dobbiamo affrontare gare, confronti, premi… Esiste però una forma di competizione più subdola, quella che si fa con se stessi per raggiungere un ideale di noi che esiste, spesso, solo nella nostra testa.
Oltre i dolori osteoarticolari
Il mio discorso, partendo dai dolori a ossa, articolazioni eccetera, si allarga a una filosofia di vita. Ti propongo un modo di vivere in grado di sostenere un sano equilibrio dinamico, fisico ma anche emotivo. Sottraendoti a un modello ideale esterno o interno che ti spinge a un confronto spietato e non ti fa mai sentire all’altezza, puoi sentirti libero di sperimentare, con rilassatezza.
Il percorso di vita diventa un’esplorazione del proprio potenziale ricca di curiosità, all’interno della quale ci si confronta con i diversi eventi della vita e si scoprono senza giudizio capacità, incapacità, talenti e limiti. Una strategia di questo genere non mette sotto stress insopportabile la nostra struttura fisica ed emotiva: la mette semplicemente in gioco.
Un modo nuovo e sano di mettersi in gioco
Sappi che è sempre possibile mettersi in gioco con piacere e senza rischiare di sviluppare sintomi. Quando non riesci a capire se stai rischiando di attivare uno stress eccessivo che richiederà una risposta del tuo corpo e che si tradurrà in sintomi tra cui anche dolori a ossa, articolazioni e tendini, prova a farti queste due domande.
- Stai agendo con piacere al massimo del tuo potenziale? Se lo stai facendo di certo non stai soffrendo, e man mano vedrai te stesso crescere nel tuo potenziale e migliorare.
- Ti stai impegnando per raggiungere a tutti i costi una determinata performance indipendentemente dal tuo stato fisico-emotivo reale? Forse proverai uno stato di angoscia latente, perché il messaggio che risuona nella tua testa, molto probabilmente, è un messaggio svalutante. “Non sono adatto in questa situazione”, “Non valgo niente”, “Sarò eliminato dal mio clan”, “Nessuno mi noterà”, “Non mi ama nessuno” eccetera.
Mettersi in gioco con piacere e senza rischiare di sviluppare sintomi è sempre possibile
Come prevenire i sintomi psicofisici
Vuoi fare qualcosa di utile e positivo riguardo ai tuoi limiti? Esercitati, come prima cosa, a riconoscerli e accettarli. Impara a rispettarli. Cosa vuol dire? Prendili in considerazione senza riferirti ad essi in modo negativo, adatta la tua vita e le tue azioni per rispettarli e addirittura (perché no?) onorarli.
Immaginando di essere al centro di un cerchio il cui perimetro è rappresentato dai nostri limiti, c’è un grande spazio dentro a questo cerchio. Puoi passare una vita al confine o fuori dal cerchio distogliendo l’attenzione e perdendo l’opportunità di crescere in modo armonioso, sperimentando il tuo vero potenziale. Ad un pesce non serve arrampicarsi sugli alberi, gli serve saper nuotare e respirare sott’acqua.
Per esempio, conosco una persona che ha avuto durante l’infanzia così tanti problemi di salute che ha potuto fare poca attività fisica. È diventato un bravissimo pittore che trasmette bellezza con i suoi quadri. Quanti altri esempi di questo genere esistono? Di persone che, poiché sono state limitate in un campo, hanno sviluppato talenti in altri settori?
Quando penso a queste situazioni, vedo il limite come una porta che si chiude per indirizzare in un’altra direzione, più adatta alla realizzazione di quel singolo individuo.
Adatta la tua vita e le tue azioni per rispettare e addirittura onorare i tuoi limiti
Dalla svalutazione all’accoglienza
Prima di giudicarti subito come inadatto o comunque sbagliato, ti propongo di fare qualcosa di diverso e utile. Osserva il tuo limite e su un foglio prova a rispondere a queste domande.
- Quale è il vantaggio di questo limite?
- Potrebbe essere utile chiedere aiuto?
- Mi dà veramente gioia l’idea di fare questa cosa che mi è così difficile?
- Come posso fare diversamente (scatenando la mia creatività) per ottenere quello che voglio senza pesare sul corpo perché resisto al limite?
Talvolta un limite c’è perché hai altro da fare, cose più importanti per te e per il mondo. Oppure perché c’è un modo per risolvere un determinato problema o situazione più adatto a te e più efficiente: la tua anima lo sa. Ovviamente non credermi sulla parola, sperimenta e fatti la tua idea.