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Quando ci accade di perdere una persona cara, non perdiamo soltanto la sua presenza. Perdiamo abitudini, gesti, pezzi di quotidianità. A volte anche una parte di noi: chi eravamo accanto a lei, i progetti che immaginavamo insieme.

C’è un gesto che, nelle settimane dopo una perdita, molte persone si ritrovano a fare, sovrappensiero: prendere il telefono per raccontare qualcosa a chi non c’è più. Poi la mano si ferma a metà.

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Il lutto è un processo umano e personale, che non ha senso affrettare: cuore, mente e corpo hanno bisogno di tempo per integrare una realtà che all’inizio sembra impossibile da accettare. Elaborare un lutto non significa dimenticare, né smettere di amare chi se n’è andato. Significa piuttosto trovare, a poco a poco, un modo diverso di custodire quel legame: nella memoria, nei valori ricevuti, in ciò che quella relazione ha seminato dentro di noi.

 

Il dolore non sempre misura l’amore

 

Potremmo pensare che la morte più difficile da accettare sia sempre quella della persona con cui abbiamo un rapporto molto intenso. Non è così scontato. A volte soffriamo in modo inatteso per qualcuno con cui non avevamo un legame stretto, quotidiano: un nonno, una collega, un vicino, un’amica d’infanzia, un insegnante. Altre volte, invece, attraversiamo la fine di una relazione molto intima sperimentando una forma di pace che sorprende persino noi stessi. Non vuol dire che abbiamo amato meno o che siamo insensibili: il dolore non segue una logica matematica e non è una misura precisa dell’amore.

A rendere una perdita particolarmente difficile possono essere le cose rimaste in sospeso: una conversazione mai avvenuta, un abbraccio mancato. Allora non soffriamo soltanto perché quella persona non c’è più, ma anche per tutto ciò che avremmo desiderato vivere con lei e che non potrà più accadere.

 

Ciò in cui crediamo cambia il modo di vivere la perdita

 

Molto dipende anche dalla nostra visione della vita, dell’anima e di ciò che potrebbe esistere oltre. Per alcuni la morte è una separazione definitiva; per altri il legame continua nella memoria, nella preghiera, nella certezza che l’amore non finisca quando il corpo muore.

Se sentiamo che la morte non è la fine di tutto, può accadere qualcosa di sorprendente: l’assenza fisica, che dovrebbe creare distanza, sembra invece annullarla. Non c’è più bisogno di prendere il telefono. Possiamo rivolgerci interiormente a quella persona e sentire che continua ad accompagnarci.

In ogni caso, avere fede può aiutare a elaborare il lutto ma non è indispensabile: ciascuno ha diritto alle proprie convinzioni e ai propri dubbi. Può però essere utile domandarsi: “Quale pensiero mi permette di onorare questa persona senza rinunciare alla mia vita?”. La risposta non deve essere per forza immediata. A volte è una domanda che ci accompagna a lungo, cambiando forma insieme al nostro dolore.

Quanto tempo serve per elaborare un lutto?

 

“Quando starò meglio?” è una delle domande più frequenti dopo una perdita; non esiste però una risposta valida per tutti. Il lutto non ha una scadenza, né una maniera corretta di essere vissuto: ogni relazione è unica, così come il modo in cui ciascuno affronta l’assenza.

La Medicina Cinese suggerisce che, per assimilare l’assenza di una persona, è necessario vivere almeno una volta ogni giorno dell’anno senza di lei. Questo perché il dolore non si esaurisce nelle prime settimane: torna nelle stagioni, nei riti familiari, nelle ricorrenze.

C’è il primo Natale senza di lei, il primo compleanno, il primo pranzo in famiglia con una sedia vuota. E ci sono i giorni qualunque in cui, dopo settimane di relativa calma, un profumo o una canzone ci travolgono. Sono momenti in cui l’assenza ci colpisce in un luogo nuovo della nostra vita.

Quanto all’accettazione, non significa approvare ciò che è successo, né smettere di sentire la mancanza degli assenti. È riconoscere la realtà della perdita e riorganizzare la propria vita attorno a essa. Il dolore resta, ma cambia forma e smette di occupare ogni pensiero. A un certo punto torna lo spazio per una risata o per un progetto nuovo, e anche questo fa parte della guarigione.

Quando chiedere aiuto per un lutto?

Tristezza intensa, stanchezza, bisogno di isolarsi, un forte senso di vuoto: tutto questo può far parte del lutto. Se però la sofferenza diventa insostenibile, se persiste a lungo compromettendo la vita quotidiana o si accompagna a pensieri di morte, è importante rivolgersi al proprio medico e osare fare un percorso di psicoterapia. Esistono anche terapie brevi che sono di grande supporto e offrono spesso l’opportunità di elaborare delle ferite antiche, che senza saperlo appesantiscono da anni la  vita.

Chiedere aiuto non è affatto un segno di debolezza. Permette di trovare un modo per condividere il dolore quando è troppo grande.  Anche ricevere aiuto è qualcosa che si può imparare.

Se la sofferenza diventa insostenibile o se persiste a lungo compromettendo la vita quotidiana è importante chiedere aiuto

Il lutto passa anche dal corpo

Il dolore della perdita non abita solo i pensieri. Molte persone lo sentono come un peso sul petto, un nodo in gola, il respiro che si fa corto o si scioglie in un sospiro. Nella medicina cinese la tristezza è legata al Polmone, l’organo del respiro: quello che a ogni inspirazione accoglie e a ogni espirazione lascia andare.

Quando ci sentiamo sopraffatti, possiamo provare a fermarci qualche istante, appoggiare una mano sul petto e lasciare che l’espirazione si allunghi un poco, senza forzare. Non cancella il dolore, ma può aiutarci a sentirlo senza esserne travolti. Esprimere le emozioni è importante per mantenersi in salute.

 

Rimpianti: quando restano parole e gesti incompiuti

Nel lutto ci sono due aspetti che possono rendere più difficile elaborare la perdita: i rimpianti e i sensi di colpa. Il rimpianto riguarda qualcosa che non abbiamo fatto. È il pensiero che comincia sempre nello stesso modo…

“Se solo gli avessi detto quanto gli volevo bene.”

Oppure “Se solo fossi andata a trovarla più spesso.”

“Se solo avessimo chiarito quella discussione.”

Il rimpianto fa male perché guardiamo il passato con gli occhi di oggi: oggi sappiamo che il tempo era limitato, allora non potevamo saperlo con certezza. Possiamo riconoscere ciò che avremmo voluto fare senza condannarci per non averlo fatto: in quel momento abbiamo agito con le risorse, le paure, le informazioni e la consapevolezza che avevamo.

Il rimpianto fa male perché guardiamo il passato con gli occhi di oggi

Il potere dell’atto simbolico

Quando qualcosa è rimasto incompiuto, un gesto simbolico può aiutarci a dare forma a ciò che sentiamo di dover esprimere. Se rimpiangiamo di non aver detto cose importanti alla persona che è morta, possiamo scriverle una lettera. Non deve essere perfetta, solo sincera.

Lascia che la mano scriva ciò che non sei riuscito a dire: una frase di perdono, un ringraziamento, un ricordo prezioso. Puoi iniziare con una frase semplice: “Ci sono cose che non sono riuscito (o riuscita) a dirti quando eri qui. Oggi vorrei scrivertele…”.

Quando avrai finito, puoi andare a leggerla ad alta voce al cimitero o davanti a una sua fotografia. Oppure bruciarla, in sicurezza, e deporre le ceneri in un luogo che ti ricorda quella persona, o ai piedi di una pianta, affidando alla natura il vostro legame e le tue parole.

Se invece rimpiangi di non aver potuto abbracciare quella persona, puoi chiedere a qualcuno di cui ti fidi di offrirti un abbraccio simbolico, spiegandogli che per qualche minuto desideri solo essere stretto o stretta, senza bisogno di parlare. La mente sa perfettamente che non stiamo abbracciando chi è morto, ma il corpo riceve comunque contatto e consolazione. I gesti simbolici parlano un linguaggio profondo, in grado di sciogliere emozioni che le sole parole non sono in grado di esprimere.

Un gesto simbolico può aiutarci a dare forma a ciò che sentiamo di dover esprimere

 

Senso di colpa: responsabilità o illusione di onnipotenza?

Il rimorso riguarda, invece, qualcosa che abbiamo fatto e che oggi vorremmo non aver fatto, e spesso si accompagna a un intenso senso di colpa.

“Se l’avessi portato prima dal medico, forse sarebbe ancora qui.”

“Avrei dovuto impedirgli di uscire quella sera.”

“Avrei dovuto accorgermi che stava male.”

Quando qualcuno muore è naturale cercare un perché, e spesso la mente lo trova in noi stessi: ripercorriamo ogni scelta fatta o parola pronunciata. Tutte le storie meritano rispetto, e assumerci la responsabilità delle nostre azioni è importante: a volte sentiamo davvero il bisogno di riconoscere un errore o di chiedere perdono. Responsabilità però non significa avere potere assoluto sulla vita e sulla morte di un’altra persona.

L’illusione del controllo

Al di fuori dei casi in cui qualcuno ha causato volontariamente una morte o ha agito con grave negligenza, prendere su di sé quella colpa può nascondere, senza che ce ne accorgiamo, un’illusione di controllo e onnipotenza. È un’illusione che nasce spesso nell’infanzia, quando crediamo di essere il centro del mondo: se i genitori sono felici è merito nostro, se sono tristi o accade qualcosa di brutto ci sentiamo responsabili. Da adulti, davanti alla morte, può riaffiorare: pensiamo che, se avessimo fatto tutto nel modo giusto, avremmo potuto cambiare il destino dell’altro.

È un’illusione che nasce spesso nell’infanzia, quando crediamo di essere il centro del mondo

Eppure, non siamo così potenti. Non controlliamo le malattie, il tempo, le scelte degli altri, gli incidenti. Riconoscere questo limite può fare paura, ma può anche liberarci. Prendersi la colpa per una morte è un po’ come prendersi il merito per una nascita: significa dimenticare che siamo parte di una realtà immensamente più grande di noi, fatta di vita, di mistero e di movimenti che non possiamo governare. Fare un passo indietro e ridimensionare il nostro ego può aiutarci a onorare la persona che abbiamo perso e a rispettarne il destino, senza caricarci sulle spalle un peso che non ci spetta.

 

Trasformare il dolore in consapevolezza

 

Nessuno sceglierebbe di vivere un lutto per imparare una lezione, e non si tratta di glorificare la sofferenza. Possiamo però chiederci, in modo rispettoso, se questa esperienza ci insegni qualcosa su ciò che conta davvero.

Chi ha sofferto il freddo riconosce più profondamente il valore del calore. Chi ha conosciuto la perdita può riscoprire quanto contano le parole dette in tempo e le visite fatte senza rimandare. Così il rimpianto può diventare una bussola, anziché una condanna.

Rimpiangiamo di non aver espresso abbastanza affetto? Facciamolo di più con le persone che sono ancora nella nostra vita. Quando tocchiamo con mano quanto tutto sia effimero, possiamo provare a vivere con maggiore presenza. Con la consapevolezza che non esiste un modo perfetto di amare, e che qualche rimpianto può esserci sempre. Possiamo permettere al dolore di diventare (anche) consapevolezza, invece di una punizione permanente.

Prenditi cura degli alberi sani del giardino

Thich Nhat Hanh, monaco zen vietnamita, scriveva che quando un albero del giardino è malato occorre curarlo, ma senza per questo trascurare gli alberi sani. È un’immagine preziosa per chi sta vivendo un lutto.

Nel nostro cuore può esserci un dolore enorme e, allo stesso tempo, spazio per ammirare un tramonto o per sorridere a un bambino. Godere della bellezza intorno a noi non vuol dire dimenticare chi è morto, né tradirlo: vuol dire lasciare che la vita continui a scorrere anche attraverso di noi.

Sembra un paradosso, eppure tutto coabita: tristezza e gioia, vita e morte, leggerezza e pesantezza. Non fuggire dal dolore: ascoltalo, accoglilo, dagli il giusto valore. Non lasciare che diventi l’unica realtà possibile, e ricordati di guardare anche ciò che è ancora vivo.

Elaborare un lutto significa, forse, proprio questo: lasciare che l’amore per chi non c’è più continui a vivere dentro di noi, senza impedirci di restare disponibili alla vita.

Godere della bellezza intorno a noi non vuol dire dimenticare chi è morto

Se senti il bisogno di qualche strumento in più, puoi ascoltare la puntata del podcast Bioconsapevolezza e Salute dedicata a come attraversare i momenti difficili partendo dal qui e ora.